“Sono stato istruito su Sirio e ci ritornerò”

«Sono stato istruito su Sirio e ci ritornerò anche se vivo ancora a Kürten

Così amava presentarsi, spesso, quel genio un po’ folle di Karlheinz Stockhausen (1928-2007), compositore tedesco tra i più significativi del XX secolo. Ad oggi riconosciuto dalla critica, non senza qualche controversia, come uno dei più grandi visionari della Musica del XX secolo, la sua ricerca si spinse sino alla Musica Elettronica, a quella Aleatoria, la Composizione Seriale, la Musica Intuitiva, iniziando a sperimentare anche la stessa Spazializzazione del Suono. Formatosi alla Hochschule für Musik Köln e alla Università di Colonia, divenne poi allievo di un altro importantissimo compositore francese, Olivier Messiaen, nella sua cattedra di Parigi, e con Werner Meyer-Eppler alla Rheinische Friedrich-Wilhelms-Universität di Bonn. Fu una delle figure più carismatiche della Darmstadt School (o Scuola di Darmstadt) e le sue Teorie sulla Composizione furono e sono ancora oggi seminali non solo fra i compositori di Musica Contemporanea, ma anche nel Jazz e nella Musica Popolare, etc. Il suo lavoro, che si estese in oltre sessant’anni, travalicava i moduli tradizionali, ed arrivò a toccare punte di vero e proprio “Trascendentalismo“, specie in opere più tarde come Hymnen, Stimmung per sei cantanti, Aus den sieben Tagen, Mantra per due piani ed elettronica, Tierkreis, Inori per solista ed orchestra ed il gigantesco ciclo operistico dal titolo Licht (Luce). Eppure, tale concezione della Musica, sovente edonistica, imponente, monumentale, manieristica e trionfale, la ritroviamo nelle opere anche di precedenti compositori, sempre tedeschi o affini, come Gustav Mahler, Anton Bruckner, Richard Wagner, il quale, con la sua celebre “Tetralogia“, raccontò la celeberrima “Caduta degli Dèi” antichi germanici (così come nel mistico ed esoterico e cristiano Parsifal ci conduce verso i limiti conoscitivi tra l’Umano e il Divino), ma anche in Ludwig van Beethoven (1770-1827), che nella sua ultima sinfonia, la Nona, nel quarto e conclusivo movimento, per bocca del coro fa cantare le seguenti parole tratte dall’Inno alla Gioia del poeta Friedrich Schiller (1759-1805), in uno dei passaggi più meravigliosi e sconvolgenti di tutta la Storia della Musica Occidentale.

«Lieti, come i suoi astri volano / attraverso la volta splendida del cielo, / percorrete, fratelli, la vostra strada, / gioiosi, come un eroe verso la vittoria. / Abbracciatevi, moltitudini! / Questo bacio vada al mondo intero! / Fratelli, sopra il cielo stellato / deve abitare un padre affettuoso. / Vi inginocchiate, moltitudini? / Intuisci il tuo creatore, mondo? / Cercalo sopra il cielo stellato! / Sopra le stelle deve abitare!»

Ma sia l’ultimo Beethoven (tra l’altro interessato e dedito alla lettura della Filosofia Induista), come l’ultimo Mozart (ricordiamo morto giovanissimo, lasciando incompiuto il suo commovente Requiem), cambiarono profondamente il loro messaggio umanistico, e soprattutto musicale, dopo aver incrociato lungo il proprio cammino, la Musica di un altro grande musicista tedesco, Johann Sebastian Bach (1685-1750), colui che con la sua monumentale opera, fatta di concerti solisti e per orchestra, cantate, mottetti, messe e passioni, contribuì più di ogni altro a creare un linguaggio universale, intriso di messaggi nascosti, criptici, nonché armonici, e dai molti significati esoterici, ancora oggi in buona parte da riscoprire. La storia ci rammenta anche un incontro eccezionale, quello tra il vecchio ed Olimpico scrittore e poeta Wolfgang Goethe (1749-1832), e l’allora giovane musicista, purtroppo avviato verso la sordità, il Titanico Beethoven, che nel luglio del 1812 ebbero quattro incontri. Entrambi si ammiravano e in qualche modo non si sopportavano, un rapporto di amore e odio che forgiò il carattere e l’interesse per entrambi. Si racconta che durante il loro breve incontro, un giorno, mentre camminavano lungo un viale, videro arrivare la carrozza della famiglia imperiale, Goethe si scoprì il capo e si fece da parte, restando fermo nell’inchino, mentre Beethoven, invece, si calò di più il cappello sugli occhi, si abbottonò il soprabito e fiero, guardò davanti a sé. Nonostante questo atteggiamento insolente, l’imperatrice salutò per prima il musicista e l’arciduca si tolse persino il cappello, e Beethoven, rivolgendosi a Goethe, con una certa compiacenza, disse: «Quella gente mi conosce!» Fu da lì che iniziò questo modo di studiarsi a vicenda, tanto che in seguito, il poeta ammise: «Il suo talento mi ha stupefatto. Ma egli purtroppo, è una personalità irriducibilmente ribelle e non ha poi così torto nel trovare il mondo detestabile.» Seppure Goethe non nominò più Beethoven per il resto della vita o lo citò nelle sue opere, alla fine si scoprì che più che amarlo o odiarlo, lo temeva, perché temeva che la sua impetuosa Musica potesse turbare la sua conquistata serenità spirituale.

E quando ottantenne, nel 1830, a Weimar, si convinse ad ascoltare il primo tempo della famosissima Quinta Sinfonia, con quell’inizio così drammatico e potente, con quelle note che bussano sul Destino dell’Uomo, il volto del sommo poeta si scosse visibilmente, diventando pallido, ammettendo. «È musica grandiosa e insensata insieme: si direbbe che la sala stia per crollare.» E da allora e per il resto dei suoi giorni, non ascoltò più la sua Musica. Eppure, non fu Goethe l’autore di un’opera così gigantesca ed eccentrica quale il Faust? Dove, a dire di Francesco De Sanctis, nella sua Storia della Letteratura del 1870, scrisse: «[La] lotta tra Dio e il demonio è la battaglia dei vizi e delle virtudi […]. Questa […] è la base della leggenda del Dottore Fausto che vendé l’anima al diavolo, leggenda così popolare al medio evo, e resa immortale da Goethe.» Faust è un personaggio tratto da una leggenda tedesca del XVI secolo, apparsa nel 1587 per la prima volta in un libro pubblicato da un editore di Francoforte, un certo Johann Spiess. Racconta la storia di un uomo che stringe un “Patto con il Diavolo“, motivo comune e risalente al Medioevo, ma al quale si aggiunse un elemento squisitamente cinquecentesco, ovvero il fatto che questo patto, stretto tra l’umano Faust e il demone Mefistofele, venga stipulato dal primo per studiare la Natura, non tanto per ricercare ricchezze, piacere o potere, ma per soddisfare la sua sete di Conoscenza. Similmente, la storia di questo Georg Faust, mago ed erudito, un vagante vissuto, forse, all’inizio del XVI secolo, fu associata a quella del celebre medico, alchimista e astrologo svizzero, Philippus Theophrastus Von Hohenheim, noto con il nome di Paracelso (1493-1541), in quanto la sua idea, ritenuta sovversiva, secondo la quale la “Natura è una Rivelazione Divina che gli uomini sono in grado di cogliere con i sensi“, condusse poi l’Uomo verso la Modernità, in quanto conferiva al Mondo un valore nuovo.

Inoltre, l’idea di istituire un “Patto con il Diavolo“, rappresentato poi con poetica sublime nell’opera più tarda di Goethe, grazie all’avvento dell’Illuminismo, propose l’idea o l’immagine spirituale di un Uomo che cerca attraverso la “Pansofia” o la “Sapienza Universale”, di raggiungere la “Conoscenza Assoluta“. In Inghilterra, dove questa storia prese forma grazie al lavoro lungimirante e cinquecentesco di Christopher Marlowe (1564-1593), autore che intravide, forse per primo, la grandezza e la complessità moderna della “materia faustiana”, egli si ritrovò a gestire l’elemento tirannico di un Faust mago, desideroso di diventare “un Dio in Terra, di raggiungere la fama, godere senza fine, come un vero e proprio Alieno tra gli Umani. Ed è in questo contesto, fatto di esperimenti estenuanti, di conquiste sul campo, di Notti di Valpurga (Walpurgisnacht), tra svariati personaggi e demoni, corti nobili, tra seduzioni, potere, ricchezze, fama e grandiose visioni angeliche, che si insinua anche la storia del piccolo Homunculus (o “Piccolo Uomo”), una leggendaria “Forma di Vita” creata attraverso l’Opera Alchemica, indicante un essere umano vivente in miniatura, ma totalmente sviluppato. Noto già dal XVI secolo, divenuto popolare grazie alla letteratura ottocentesca con il Faust di Goethe e al Frankenstein di Mary Shelley, ne parlò per primo nel suo De rerum natura (1537) il già citato alchimista Paracelso, secondo cui, per creare questo essere, bisognava sigillare ermeticamente il “seme umano in una provetta di vetro e magnetizzarlo“, lasciarlo poi imputridire tra il letame di cavallo per quaranta giorni, finché non diventava visibilmente vivo e mobile, seppure ancora incorporeo, e a quel punto si poteva iniziare a nutrire la Creatura appena formatasi con “l’arcano del sangue umano”, continuando a mantenerla tra i calori e i fumi dello sterco di cavallo. Seppure Paracelso affermò di non aver mai eseguito tale procedimento, in quanto ritenuto una sfida al “Potere Divino“, riteneva però che altri alchimisti lo avessero fatto, e che i Nani, secondo la “Tradizione Alchemica“, fossero i diretti discendenti di qualche Homunculus primitivo. Una storia bizzarra e insolita, che non si discosta poi molto da quelle vicende narrate nei tanti casi di “Rapimento Alieno“, dove una particolare Razza Extraterrestre, i Grigi, si dice siano dediti a pratiche di squartamento ed utilizzo del sangue e delle viscere dei nostri animali (mucche, cavalli, pecore), per potersene nutrire, o di prelevare sperma e sangue dagli addotti maschi, come gli ovuli dalle femmine, per poter ricreare nei loro laboratori, “ibridi umano-alieni” per sperimentazioni ignote…

Musica, Poesia, Letteratura ci hanno sin qui accompagnati e non poteva certo mancare anche l’Arte pittorica, creando così un crocevia di fantasie, visioni e intuizioni, che spesso si mescolano a tal punto con la realtà, da risultare inestinguibili. È il caso del polacco Zdzisław Beksiński (1929-2005) pittore e grafico tra i più straordinari degli ultimi decenni, autore di uno stile particolare che ha saputo unire dimensioni oniriche e terribili con il quotidiano. Come vuole la leggenda, – o meglio era così che l’artista aveva un po’ ammantato la sua esperienza -, l’ispirazione per i suoi quadri arrivò in seguito ad un grave incidente automobilistico, come di episodi così singolari o nefasti fu ammantata l’intera sua esistenza. Fu però il 1970, l’anno della svolta, quando in un imprecisato giorno di quel lontano inverno, nel cuore della fredda campagna polacca, forse avvolta da una fitta nebbia, si ritrovò a passare su di un passaggio a livello non custodito ed un treno lo travolse in pieno; se la cavò con tre settimane di coma e molti mesi di convalescenza. Dal 1971 intraprese un nuovo periodo, da lui definito “Gotico”, nel quale si dedicò intensamente alla pittura ad olio su masonite, a cui seguì nel 1972 la prima grande mostra, presso la Galleria d’Arte Contemporanea di Varsavia. Beksinski preferiva dipingere sempre in piedi, su una tela appoggiata orizzontalmente su di un tavolo mentre ascoltava Musica Classica di sottofondo, ma tutto questo non lo aiutava a superare la grande difficoltà esistenziale che dopo quel terribile incidente lo aveva assalito, e seppure era dotato di una straordinaria forza d’animo, nonché circondato dall’affetto dei suoi cari, ritornò ben presto ad essere l’uomo affabile di sempre; la sua Arte, però, non sarebbe stata più la stessa, perché durante quei giorni di coma dichiarò di aver visto l‘Inferno e per esorcizzarlo e non impazzire, si era convinto di doverlo rappresentare nelle sue opere. Da quel momento, anche la sua vita prese una strana piega, perché oltre ad isolarsi, negli ultimi anni, una serie di tragedie colpirono la sua vita, cambiandola tragicamente. Nel 1998 morì la moglie e l’anno successivo, la Vigilia di Natale del 1999, suo figlio, Tomasz Beksinski, noto presentatore radiofonico e giornalista musicale, fu trovato morto suicida. Rimasto solo, cadde ben presto in depressione, andando incontro al periodo più nero della sua esistenza, si chiuse pertanto in casa, mentre le sue opere divennero sempre più apprezzate in tutto il Mondo, in particolare negli USA e in Giappone, paese in cui conquistò il primato di artista contemporaneo polacco ad essere presente nella prestigiosa collezione dell’Osaka Art Museum.

Beksiński, infine, venne trovato morto il 22 febbraio 2005, assassinato con diciannove coltellate dal figlio del suo maggiordomo, nel suo lussuoso appartamento di Varsavia, dopo che lui gli aveva rifiutato di dargli un prestito di pochi soldi… Nelle opere di questo grandissimo artista non si riscontra il puro esercizio del macabro o dello spettrale, ma una rivelazione autentica, se vogliamo inquietante ed impenetrabile, mai popolare e sempre in movimento. Esse sono descritte come “incubi surreali”, “paesaggi spettrali”, inevitabilmente partorite dopo la drammatica esperienza vissuta, un’arte tragica, violenta, che unisce la dimensione fantastica, onirica, a quella terrena e quotidiana. “Vorrei dipingere come se fotografassi sogni”, dichiarò una volta, ed è il sogno, seppur terribile, il filo conduttore che unisce la sua esperienza unica e che aveva permesso di trasportare in chiave artistica, tutta una serie di visioni tremende che non aveva altro modo di spiegare, se non con la sua Arte, per certi versi simile a quella di Ernst Fuchs o di Alfred Kubin, pur presentando caratteri straordinariamente specifici e lontani da loro. Manufatti, oggetti, persone Umane ed Aliene, figure, Entità, paesaggi, sono tutti come “scheletrizzati”, resi aridi e corrosi dal tempo, intrisi di eterna solitudine e sventrati da un dolore lancinante e silenzioso, monumentale, pronto a fagocitare l’osservatore, il fruitore, grazie anche a un magistrale gioco di luci, ombre e colori. Un’opera unica, non priva di simbolismi, mediazioni, concentrata su di una espressività immediata e sconvolgente, sia per la sua prorompente potenza classica e, al tempo stesso moderna, una visione del Mondo forse priva di qualsiasi speranza, ma pur sempre viva, quanto orribilmente flebile. Una ricerca capace di farci comprendere, anche in virtù delle esperienze in questo studio menzionate, – e le moltissime altre che per mancanza di spazio, non sono state rammentate -, quanto la visione umana e mondana del nostro Mondo, ad un certo punto travalichi l’insondabile, cercando risposte laddove sembra non c’è ne siano, in quell’Ultramondano popolato di Dèi, Demoni, Visioni Mistiche o Infernali, Umani trasfigurati, Ibridi, forme Aliene, etc…

(Opera di Zdzisław Beksiński)