“L’Opera Alchemica di Stanley Kubrick”

Nella “Storia del Cinema“, con molta probabilità un solo film ha segnato uno spartiacque senza precedenti, in quella che viene riconosciuta come una “visione moderna” (o al passo coi tempi) della nascita del Genere Umano, e più in generale dell’Universo: “2001: Odissea nello Spazio“. “2001: A Space Odyssey” è un film del 1968 diretto da Stanley Kubrick[1], pellicola colossal, basata su un soggetto del celebre scrittore di fantascienza Arthur C. Clarke[2], e che sulla medesima traccia scrisse il romanzo omonimo. Ambientato nel futuro, tocca problematiche antiche relative all’origine e l’identità della “Natura Umana“, al suo destino, al ruolo della conoscenza e della tecnica. Un’Umanità alla ricerca di sé, diversa dal resto della Natura, una ricerca che, condotta con il prevalente obiettivo del dominio tecnico, trova invece alla fine l’Uomo di fronte al suo “limite irrisolto“. Considerato un capolavoro della “Storia del Cinema“, nel 1991 la pellicola è stata giudicata di rilevante significato estetico, culturale e storico, oltre ad essere stata inserita nella lista di film preservati nel “National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti“. Nel 1998, l’American Film Institute l’ha inserito al ventiduesimo posto della classifica dei migliori cento film statunitensi di tutti i tempi, mentre dieci anni dopo, nella lista aggiornata, è salito al quindicesimo posto; lo stesso istituto lo ha inserito al primo posto nella categoria Fantascienza. Derivato da un libro, a sua volta ispirato da un racconto breve, “La Sentinella” (1948) sempre di Clarke, nacque durante la stesura della sceneggiatura scritta assieme allo stesso Kubrick, in un sincretismo di intenti che probabilmente non ha eguali, segnando un modello che fu eguagliato 10 anni dopo solo da un altro celebre film, “Incontri Ravvicinati del III Tipo” di Steven Spielberg.

Lungi dallo scrivere, in questa sede, una biografia dettagliata del regista (Stanley Kubrick) e dello scrittore (Arthur C. Clarke), viene da chiedersi, però, quali conoscenze potessero avere, o a quali “iniziazioni” (e quindi informazioni) siano stati a conoscenza all’epoca. In Kubrick, inoltre, la vicenda si fa ancora più complessa, perché nel suo ultimo film, “Eyes Wide Shut“, mise sul piatto anche un’altra questione spinosa, quella delle “Logge Segrete” e dei loro oscuri rituali. Da dopo la sua morte, come era prevedibile, gli sono state affibbiate etichette come: Illuminato, Alchimista, Spiritualista, Massone o Antimassone, persino Satanista. Per certo, “2001: Odissea nello Spazio” è un film che nasconde un messaggio, un chiaro “messaggio alchemico“. “La Grande Opera“, conosciuta in latino come “Magnum Opus“, è l’itinerario alchemico di lavorazione e trasformazione della Materia prima, finalizzato a realizzare la “Pietra Filosofale“. Consiste in diversi passaggi che conducono gradualmente alla metamorfosi personale e spirituale dell’alchimista, ai quali corrispondono, secondo la tradizione ermetica, altrettanti processi di laboratorio caratterizzati da specifici cambiamenti di colore, metafore del percorso iniziatico e di individuazione.

Originariamente le fasi della “Grande Opera” erano le seguenti:

  • Nigredo, annerimento o melanosi, associato all’Elemento Terra, e in linea generale al piombo, la putrefazione, la decomposizione, la separazione;
  • Vitriol, il caos primordiale, la notte, Saturno, il simbolo del corvo, l’inverno, la vecchiaia;
  • Albedo, sbiancamento o leucosi, associato all’Elemento Acqua, l’argento, la distillazione, la calcinazione, la purificazione, l’alba, la Luna, il femminile, il simbolo del cigno, la primavera, l’adolescenza;
  • Citrinitas, ingiallimento o Xanthosis, associato all’Elemento Aria, l’oro, la sublimazione, la combustione, il giorno, il Sole, il maschile, il simbolo dell’aquila, l’estate, la maturità;
  • Rubedo, arrossamento o Iosis, associato all’Elemento Fuoco, il mercurio filosofale, il cinabro, la coagulazione, il tramonto, l’incontro tra Sole Luna, l’androgino quale fusione tra maschile e femminile, il Rebis, il matrimonio tra Anima Spirito, le Nozze Alchemiche, la Pietra Filosofale, il simbolo della fenice, ErmesMercurio, il CaduceoPrometeo.
  • Altri stadi associati a un diverso colore vengono a volte aggiunti, in particolare la Viriditas, ossia un’Opera al Verde che precede la Rubedo, e la Cauda Pavonis o “Coda di Pavone“, in cui compare una vasta gamma di colori, situabile sovente dopo la Nigredo.

Ebbene, nel film di Kubrick la scelta dei colori non fu dettata solo da esigenze stilistiche, ma soprattutto esoteriche, a cominciare dai vestiti che il Dr. David “Dave” Bowman, il protagonista, indossa sino alla fine del film, specie la tuta spaziale di colore rosso (Rubedo) e giallo (Citrinitas) indossata dal compagno, il Dr. Frank Poole. Vi sono, inoltre, il vestito nero nelle scene finali (Nigredo), e bianco (Albedo), in un contesto classico dai colori altrettanto bianchi e verdi (Viriditas). Tutte combinazioni precedute da quell’esplosione multicolore del “Cosmo“, il “Viaggio tra le Stelle” (o la Cauda Pavonis), seguite infine dalla comparsa del “Feto” (o Bambino Cosmico) che appare nelle sequenze finali del film, manifestazione ultima della vera “Pietra Filosofale“: ovvero “l’Uomo Universale“. Eppure, l’accoppiata Kubrick-Clarke, non contenta da questa sola rappresentazione esoterica, si spinse ben oltre, perché la visione religiosa di un “Dio Creatore” fu da loro sostituita da un “Oggetto“, un “Monolito Nero“.

Sostituto della “Piramide Nera” che invece si trova nel romanzo ispiratore, “La Sentinella“, vi si riscontra comunque una fortissima analogia con la “Pietra Nera” che venne dal Cielo (vedasi la Mecca), presente in tutti i miti antichi, compreso anche in quello del più tardivo “Sacro Graal” di Wolfram von Eschenbach[3] dove alluse a un misterioso “Lapis Exillis” che può tutto. Infatti, nel “Parzival”, Eschenbach arrivò a scrivere che il Graal fu lasciato sulla Terra da una schiera di Angeli venuti dalle Stelle, e poi ivi ritornati. Il suo nome, “Lapis (o LapsitExillis“, dal significato ignoto e che qualcuno ha ritenuto essere più corretto in “Lapis ex Coelis” (Pietra Celeste), – o persino “Lapis Exilii” (Pietra dell’Esilio) con riferimento all’Uomo esiliato sulla Terra -, riporta in ogni caso al “Mito della Fenice” e che risorge dalle sue ceneri. Eppure, la “Pietra Nera” rappresenta anche lo “Spirito Immanifesto” che alberga nell’Uomo, il “Dio Nero“, colui che può decidere l’innesco di una vera evoluzione, o “dell’Eterno Ritorno“. Infatti, nella celeberrima scena delle sequenze iniziali del film, dove vediamo quel piccolo gruppo di inermi scimmie che si avvicina e tocca la lastra nera, è ravvisabile la stessa venerazione che i Mussulmani rivolgono alla Kaaba, la “Sacra Pietra Nera” che si trova a la Mecca, e che si rifà, inoltre, al ben più antico mito egizio del Ben Ben.

La “Pietra Nera“, nel film, diventa così un utero nel quale Bowman, l’astronauta, vi entra nelle scene finali del film per innescare la trasmutazione finale; il “Ciclo Cosmico” che, partendo dalla forma animale e arriva a quella umana e cosmica, qui si compie come un “Eterno Ritorno“. L’entrata all’interno del “Monolito” (che dimora nello spazio attorno GioveSaturno nel libro), ricorda il Vitriol alchemico, perché, – come avvenne a quelle scimmie che nella preistoria, toccando l’Oggetto, diventarono poi sempre più intuitive e intelligenti -, al contempo, l’Uomo del futuro, entrandovi al suo interno, arriva a trasmutarsi in una vera e propria “Divinità“. Infatti, memorabile è la scena in cui la Scimmia osserva le ossa a terra, scoprendo che l’utilizzo di una, o più di una di esse, può condurlo a uccidere le proprie prede e i nemici e, una volta lanciate nel Cielo, si tramutano, milioni di anni più tardi, in varie “Stazioni Spaziali” orbitanti attorno alla Terra. Ma David, il protagonista, diventa però qualcos’altro, un Übermensch (Oltreuomo o Extraumano) per poi ritornare a essere l’Uomo, dove persino la visione del suo Io come “Bambino Cosmico“, diventa un potente simbolo del “Bambino Cristico” e “Solare“, l’Agnus Dei, l’Agnello di Dio, l’Harsomtus egizio quale incarnazione del “Vero Uomo“, concepito a immagine e somiglianza dell’Idea.

Altro elemento degno di nota, indubbiamente, è il luogo dove viene rivenuto il “Monolito“sulla Luna, un cratere. Tale contesto rimanda al “Pimander“, un’opera scritta in lingua greca nel II-III secolo d.C., tradizionalmente attribuita a Ermete Trismegisto. Inserito nel “Corpus Hermeticum“, raccolto da Michele Psello attorno alla metà dell’XI secolo, tradotto poi in latino tra il 1460 e il 1463 da Marsilio Ficino, il quale estese il testo a tutti i quattordici libri che allora componevano il Corpus. Ebbene, l’opera, che tratta della Creazione, è una sorta di cammino iniziatico attraverso il quale, il fedele, viene condotto alla comprensione del Nous e alla rinascita in Dio, liberando dai vincoli terreni la propria parte divina, rappresentata dal Logos. Il fatto che il “Monolito” si trovi in un cratere, rimanda a tale opera che individua proprio nel “Crater“, l’inizio del percorso di trasmutazione.

“Battezzatevi, se lo potete, nel Cratere, o voi che credete di tornare a colui che l’ha mandato, voi che sapete il fine della vostra vita! E quelli che compresero questo appello e furono battezzati nell’Intelligenza, quelli conseguirono la Gnosi e diventarono gl’iniziati dell’Intelligenza, gli altri ignorano perché e da chi siano stati creati.”

Il “Viaggio di David“, il protagonista, diventa così un viaggio gnostico, seppur magari non voluto o preventivamente progettato, in quanto è egli stesso una pedina del fato. Persino quando si mostrano questi “Creatori” in quella forma perfettamente geometrica (il “Monolito“), si arriva addirittura a intuire come loro stessi non comprendono appieno il Cosmo, nonostante siano capaci di creare la Vita e l’Intelligenza Razionale; risultando essere capaci di innescare una creazione cieca, sovente fine a sé stessa, automatica nel senso più scientifico del termine, dove David ne diventa una pedina, all’interno però di un disegno sempre più ampio, seppure a noi sino alla fine indefinito. Risulta così chiaro, specie alla fine del film, di come viviamo all’interno di un “Universo-Prigione“, dove tutto ruota nello Spazio, e dove il Sistema Solare è la nostra gabbia. Perché persino il “Bambino Cosmico” finale non entra in una nuova prospettiva (forse in una nuova Dimensione), ma rimane intrappolato in questo Spazio-Tempo, come scritto anche nel romanzo: “sebbene fosse il Re del Mondo, non sapeva bene che cosa fare in séguito, ma avrebbe escogitato qualcosa.” Questo novello “Re del Mondo“, rimane qui imprigionato, esattamente come il Demiurgo. Quello che ci troviamo davanti non è un “Uomo-Dio” pienamente consapevole, ma un ulteriore evoluzione in senso “biologico” della specie, in quanto il “Monolito” altri non è che il “Potere degli Arconti“, seppure sia comunque infuso della “Scintilla” della Sophia.

“Mio Dio! E’ pieno di stelle!” (David Bowman)

David diventa alla fine persino il “Mediatore” tra i Creatori e gli Umani, una sorta di vero e proprio Metatron, cosa che sarà più palese nel seguito “2010: l’Anno del Contatto“, realizzato come film e sempre tratto dai romanzi del “Ciclo” di Clarke. Per ritornare allo stato primordiale, in quanto “Uomo di Luce“, occorre abbandonare gli istinti della “Bestia“, uccidere l’Animale che è in noi. OrioneErcoleGiovanni Battista, indossavano pelli di animale per indicare il loro trionfo sulla “Bestia“, così come nel romanzo, la Scimmia, riesce a trionfare su un Leopardo che rappresentava in quella situazione primitiva, il vero terrore dei primi Uomini-Scimmia. La “Bestia” sulla quale è necessario trionfare, pertanto, sono gli istinti ferini, sessuali, procreativi, materiali, seppure non basti, dato che per trionfare sugli istinti tipicamente umani, e non solo animali, è necessario alla fine anche morire. Il “Viaggio” inizia quando il “Monolito” scoperto sulla Luna, non appena viene toccato, invia un suono-segnale diretto verso Giove (nel libro verso Saturno, dettaglio di non poco conto), spiegando dove la classica ascesa gnostica deve concludersi, ovvero tra le “Sfere Planetarie“, in quanto una volta passato il “Signore degli Anelli” (o ultima “Sfera“), si oltrepassa l’Ogdoade (le otto divinità antiche egizie, astronomicamente parlando il Sole, Mercurio, Venere, Luna, Terra, Marte, Giove e Saturno), accedendo così al “Regno della Luce“.

Il viaggio nel Sistema Solare dell’astronave Discovery (dal significato italiano di scoperta), diventa così un elemento iniziatico ben preciso e senza precedenti, perfetta sintesi, inoltre, dell’influenza delle “Sfere Arcontiche“. Già di per sé, l’elemento dato dalle astronavi, sovente a forma di cerchio rotante, presenti nelle prime scene nello Spazio sulle note del celebre valzer di Johann Strauss, “An der schönen blauen Donau“, simboleggiano la “Ruota del Fato“, o dei “Mutamenti“, l’Ouroboros Cosmico che sintetizza il potere planetario-astrale, tipico della fatale dominazione degli Arconti; la “Ruota” è persino presente anche nella straordinaria scena in cui Poole fa jogging nell’anello rotante della Discovery. L’Arconte più potente, però, non è la fuori nello Spazio, ma si trova dentro di noi, è l’Ego, lo stesso Ego che si esplica attraverso il super-computer HAL 9000, specchio della propria psiche umana trasfuso all’interno della tecnologia, la tékhne greca, che cercherà di impedire a tutti i costi che David e gli altri vadano “Oltre“. Memorabile è la scena in cui David, costretto a spegnere HAL, nel mentre estrae tutti i suoi blocchi principali si confronta con la razionalità egoica, intrisa di vizi e di razionale umanità del super-computer. In quel suo essere sospettoso, cospirativo, tronfio di sé, esclama “Ho paura, David“, mostrandosi del tutto umano perché è egli stesso una parte di quell’Umanità che lo ha creato, e in lui vi si specchia, cospirando contro la propria ascesa: HAL 9000 è “l’Occhio che tutto vede“!

David, alla fine, nonostante fosse circondato da un gruppo di colleghi si ritrova da solo a compiere questo cammino. Sembra quasi che una regia superiore lo abbia condotto sin lì, in quanto prescelto, dove sembra quasi di rammentare le parole di Gesù secondo cui “molti saranno i chiamati, ma pochi gli eletti“. Solo Bowman e Pool sono però svegli, gli altri, comunque presenti nell’astronave, sono ibernati, perfetta metafora di coloro che vivono ignari di quel che accade realmente, che non sapranno mai neanche di essere morti (o assassinati come nel film), dopo che HAL li avrà uccisi. Chiara l’assonanza del “Potere degli Arconti” che distrugge il cammino di molti e che solo pochi riusciranno a raggiungere la meta, un nugolo di persone che non potranno agire in gruppo, ma ciascuno dovrà fare per sé, nella più completa solitudine, come lo sarà alla fine Bowman. Nelle sequenze finali del film, David Bowman consuma così la sua “Ultima Cena” e nel mentre sta mangiando, urta il bicchiere con la mano destra e lo fa cadere, deflagrandolo in mille pezzi. Egli è ancora vestito di nero, e nel mentre osserva il bicchiere, sembra quasi accorgersi che il vetro frantumato rispecchia lo smembramento alchemico, la mortificazione o il sacrificio del “Vetero” (Vecchio), destinato ad andarsene per far posto al nuovo, in quanto simbolo della morte e della successiva rinascita. Non a caso, nel momento in cui si china per vedere cosa è accaduto, vede se stesso vestito di bianco e morente nel letto, preludio alla sua successiva rinascita in qualità di “Re del Mondo” (il “Bambino Cosmico“), come descritto nel finale del romanzo (ma non nel film).

Le risposte, però, ci arrivano dallo scrittore di questa epopea, Clarke, che nel romanzo a conclusione della serie, ambientato nel futuro 3001 (“3001: Odissea finale“), viene illustrata la verità sui “Primogeniti“, i creatori del “Monolito“. Si scopre che questi Esseri, fatti di carne e ossa, benché iper-umani (e qui ritorna l’Übermensch), nel momento in cui si misero ad osservare il Cosmo, provarono timore reverenziale, solitudine e meraviglia. Cercarono dapprima altri amici tra le Stelle ma non ne trovarono, costatando quanto la vita e l’intelligenza, seppur frequente, finiva sovente per spegnersi irrimediabilmente in breve tempo, specie se non adeguatamente coltivata. Fu così che decisero di incoraggiare ovunque il sorgere della Mente, diventando dei veri e propri seminatori e agricoltori nel “Campo delle Stelle“, seppure alcune volte dovettero estirpare anche delle erbacce, con indifferenza. Poi scoprirono la Terra, brulicante di vita e vi inseminarono l’intelligenza, ma per almeno un milione di anni non riuscirono a sapere quale dei loro esperimenti avrebbe dato i suoi frutti; erano pazienti, ma non ancora immortali. Lasciarono così dei servitori che avrebbero silenti osservato, intervenendo poi in un secondo momento, portando l’opera al suo completamento. Essi se ne andarono ma i servitori rimasero, e nel loro viaggio si tramutarono in “Entità-Macchine-Spaziali“, evolvendo e immagazzinando i pensieri all’interno della Luce, per divenire pura energia e vagare a piacimento nella Galassia, liberi dalla tirannia della Materia. Seminarono, così, diversi “Monoliti” in vari luoghi dell’Universo, con il solo scopo di stimolare la vita o l’intelligenza, innescando a tempo debito, ulteriori salti evolutivi…


[1] Stanley Kubrick (New York, 26 luglio 1928 – St Albans, 7 marzo 1999) è stato un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense naturalizzato britannico. Considerato uno dei più grandi cineasti della Storia del Cinema, è stato anche direttore della fotografia, montatore, scenografo, creatore di effetti speciali, scrittore e fotografo. Le sue opere sono considerate dal critico cinematografico Michel Ciment “tra i più importanti contributi alla cinematografia mondiale del ventesimo secolo“. Ha diretto in totale tredici lungometraggi ed è stato candidato per tredici volte al Premio Oscar, vincendolo solo nel 1969 per gli effetti speciali di “2001: Odissea nello Spazio“. Nel 1997 gli è stato assegnato il Leone d’Oro alla carriera al Festival del Cinema di Venezia. È conosciuto per aver affrontato, con grande successo di critica e pubblico, un ampio numero di generi cinematografici: la guerra con “Paura e Desiderio“, “Orizzonti di Gloria” e “Full Metal Jacket“, il noir con “Il bacio dell’Assassino“, il thriller con “Rapina a mano armata“, il peplum con “Spartacus“, il dramma con “Lolita“, la satira politica con “Il dottor Stranamore“, la fantascienza con “2001: Odissea nello Spazio“, la distopia con “Arancia Meccanica“, la storia con “Barry Lyndon“, l’horror con “Shining“, l’erotismo con “Eyes Wide Shut“. Malgrado il successo di pubblico e critica riscosso negli anni, non venne mai premiato con un Oscar in quanto regista o sceneggiatore. I suoi film vinsero solo “premi tecnici”, come quello per gli effetti speciali di “2001: Odissea nello Spazio“ o quelli per fotografia, costumi e scenografia sia di “Spartacus” che di “Barry Lyndon“.

[2] Sir Arthur Charles Clarke (Minehead, 16 dicembre 1917 – Colombo, 19 marzo 2008) è stato un autore di fantascienza e inventore britannico. È noto ai più per il suo romanzo “2001: Odissea nello Spazio” del 1968, cresciuto assieme alla sceneggiatura del film omonimo realizzato con il regista Stanley Kubrick, e ispirato al racconto breve “La Sentinella“, sempre dello stesso Clarke. Lo scrittore ha però al suo attivo una produzione letteraria assai estesa, tra cui la celebre serie di “Rama“. È considerato un autore di “fantascienza hard” o “classica”, dato che una caratteristica saliente dei suoi romanzi è l’attenzione per la verosimiglianza scientifica. In suo onore l’orbita geostazionaria della Terra è stata chiamata “Fascia di Clarke“, egli fu infatti il primo ad ipotizzare, in un articolo pubblicato nel 1945, l’utilizzo dell’orbita geostazionaria per i satelliti dedicati alle telecomunicazioni.

[3] Wolfram von Eschenbach (Eschenbach, 1170 circa – 1220 circa) è stato un cavaliere medievale e poeta tedesco alla corte di Turingia, uno dei più grandi poeti tedeschi del Medioevo. La sua fama è dovuta principalmente alla composizione, avvenuta attorno al 1210, di un poema cavalleresco sul Sacro Graal intitolato “Parzival”.