“Il Nazismo, o la Banalità del Male” [1]

[Prigionieri sofferenti di inedia nel Campo di Concentramento di Ebensee, 7 maggio 1945]

«L’Umanità è un’isola
solitaria circondata da
un mare di Arconti…»
(Federico Bellini)

Irma Grese venne alla luce il 7 ottobre del 1923 nel piccolo villaggio di Wrechen, nel nord della Germania. Terza di cinque figli, si mostrò sin da piccola come introversa e facilmente manipolabile dai fratelli, infatti si racconta si spaventava per ogni cosa, non prendeva mai l’iniziativa, nemmeno per giocare o persino mangiare. A questi problemi infantili se ne aggiunsero altri, in quanto il capo-famiglia commise adulterio facendo piombare la madre in depressione, tanto che quando Irma compì 12 anni, la donna, stanca dei ripetuti tradimenti del marito, si tolse la vita bevendo dell’acido cloridrico. L’uomo mantenne il lutto per poco più di un anno, poi si risposò ed ebbe un altro figlio, ma a quel punto la famiglia Grese divenne così grande che nella stessa casa vivevano ben sei fratelli, la matrigna con i suoi quattro figli avuti prima del matrimonio, la stessa Irma e suo padre. La ragazza, come una novella cenerentola si ritrovò ad essere derisa e sbeffeggiata, non solo dai fratelli e dai fratellastri, ma anche dalla nuova matrigna, atteggiamenti forse dovuti dalla bellezza della ragazza che, si pensa, facessero ingelosire la donna; per sminuirla la costringevano, così, a farle indossare abiti i quali la rendevano goffa, ridicola, mortificandone la sua femminilità e le rivolgevano solo la parola per insultarla o prendersi gioco di lei.

Il padre, inoltre, non era proprio un uomo eccelso e spesso sfogava i suoi problemi sui figli picchiandoli, quindi, verso i 15 anni, Irma decise di scappare e trovò un pretesto entrando nella Lega delle Ragazze Tedesche (la BDM), la quale aveva il compito di educare le ragazze con una ferrea disciplina, dato che avrebbero dovuto essere pronte a combattere e ad immolarsi per il Terzo Reich. Inizialmente fece un apprendistato come infermiera in un ospedale a trenta chilometri da casa, e subito mostrò doti fuori dal comune, ma il suo destino non era quello di fare la crocerossina, tutt’altro. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la Lega le fece fare un corso sotto la supervisione di Dorothea Binz, che le trasmise la passione per il sadismo, spedendola poi a Ravensbruck nel compito di sorvegliante. All’epoca era la più giovane e la più bella ragazza del campo, il suo desiderio di affermarsi e di dimostrare alla sua famiglia di essere migliore di loro, la portò a curarsi maniacalmente, specie nell’aspetto e nei suoi nuovi simboli del potere (la divisa, gli stivali, la frusta ed il suo cane) e quando tornò a casa per un congedo e si presentò al padre così conciata, l’uomo la guardò con tale orrore che la colpì al volto con estrema violenza, cacciandola. Tornata al campo venne promossa e trasferita a quello di Birkenau dove divenne la sorvegliante del settore destinato alle ebree polacche; fu lì ove la sua rabbia repressa e la totale crudeltà presero il sopravvento. La crudezza nei confronti di chi trasgrediva, le punizioni feroci che impartiva, il controllo costante, meticoloso, l’occhio attento a cui non sfuggiva nulla, le valsero un encomio da parte dei superiori e il passaggio a supervisore senior, il secondo ruolo più importante a cui una SS donna potesse aspirare.

Fu così che il famigerato Blocco 11 arrivò ad essere pienamente sotto la sua diretta giurisdizione, le venne affidato il controllo di trentuno baracche contenenti circa trentamila donne, con il permesso di eliminare tutte coloro che non rispettavano le regole, e faceva rapporto quotidianamente a Maximilian Grabner, capo della Gestapo[1] ad Auschwitz. La ragazza crudele, però, puntava al meglio e desiderava fare carriera, intrecciò così una relazione con il dottor Josef Mengele, aiutandolo spesso a scegliere i prigionieri “migliori” destinati ai suoi esperimenti o alla camera a gas. Ebbe persino delle relazioni omosessuali con alcune sorveglianti, perfino con alcune prigioniere, specie le più belle, che poi eliminava, così come una Mantide Religiosa[2] fa con il suo compagno di piacere, per mettere tutto a tacere; se si accorgeva di essere stata vista in compagnia di amanti occasionali da occhi indiscreti, non aveva alcuna remora ad uccidere o dichiarare quelle persone inadatte al lavoro per essere subito portate alla camera a gas. Alla fine, tutta la sua crudeltà esplose. Uno dei suoi passatempi preferiti era quello di frustare le donne sul seno e sul ventre, fino a causare profonde ferite le quali richiedevano punti di sutura, che poi lei stessa, essendo infermiera, operava personalmente senza alcuna anestesia, godendo delle sofferenze inflitte.

Spesso seguiva in bicicletta la colonna delle prigioniere dirette al lavoro, accompagnata dal fidato pastore tedesco e se si accorgeva che una donna era troppo debole lungo il sentiero di sedici chilometri, o sembrava inadatta a portare pesi o poteva essere malata, ordinava al suo cane di attaccarla e sbranarla. Nel campo disseminava terrore secondo i suoi capricci, le prigioniere cercavano di tenersi a distanza da lei, ma quando non era più possibile cadevano sotto la sua scure, e nonostante che ad Auschwitz fosse proibito l’uso della frusta, Irma ne aveva fabbricata una speciale con l’anima di metallo foderata di cellophane trasparente, e dalla quale non si separava mai e all’occorrenza utilizzava contro le malcapitate. Nel 1943 si accorse di essere rimasta incinta di uno dei suoi tanti amanti, quindi decise di abortire dato che quella gravidanza indesiderata avrebbe potuto causare la fine della sua carriera. Ordinò ad un medico di aiutarla e subito dopo l’aborto tornò a lavorare come se nulla fosse accaduto. Il culmine della crudeltà lo raggiunse quando fece legare insieme le gambe di una partoriente che morì tra abominevoli dolori insieme al proprio bambino. A marzo del 1945 venne trasferita nel Lager di Bergen-Belsen, e qui iniziò una relazione con un ufficiale delle SS trasferito in quello stesso campo, ma la relazione durò poco, dato che il 15 aprile successivo le truppe inglesi entrarono nel campo e liberarono i prigionieri. Al loro arrivo trovarono un luogo costruito per ospitare 8.000 persone ma che ne conteneva 100.000, tra uomini, donne e bambini; più di 10.000 cadaveri erano stati gettati a mucchi negli angoli, ed altri 40.000 erano stati ammassati nelle fosse vicine.

Irma venne arrestata insieme ad altri ufficiali e quel giorno la sua follia terminò. Accusata di crimini di guerra sulla base delle testimonianze dei sopravvissuti, il processo contro Josef Kramer (comandante del campo), di 44 SS al suo servizio, di cui 19 donne, iniziò il 17 settembre del 1945. Si raccontò che Irma era responsabile di almeno trenta morti al giorno come conseguenza dei suoi macabri giochi mortali, e ne uccideva molti di più in altre occasioni, inoltre, le varie testimonianze, la parziale confessione dell’imputata, il suo atteggiamento arrogante durante gli interrogatori, resero inutile il lavoro del suo avvocato difensore. Il 17 novembre fu condannata dalla corte in quanto colpevole di genocidio, di strage, e a morte mediante impiccagione. Delle diciannove donne imputate solo tre vennero condannate a morte, Juana Bormann, Elisabeth Volkenrath e Irma Grese, ed insieme ad altri 12 membri delle SS, la mattina del 12 dicembre del 1945, venne giustiziata a soli 22 anni! Quando si presentò al patibolo sorrideva, si posizionò nel punto indicato dal boia, baciò un crocifisso che un sacerdote le tendeva e chiuse gli occhi, e una volta infilato il cappuccio tutti quanti la sentirono dire: “Schnell!” (“Presto!”)


Hannah Arendt (1906-1975) è stata una filosofa, storica e scrittrice tra le più stimate di origine tedesca, poi naturalizzata statunitense, che nel 1963 teorizzò una concezione molto singolare del maligno nel libro “La Banalità del Male”. Ella attribuì le azioni, essenzialmente malvagie, principalmente a quella che definì senza mezzi termini, l’incapacità di pensare, spiegando come questo deficit, non proprio degli stupidi, poteva essere presente pure nelle persone più intelligenti, dal momento che consisteva nel non essere in grado di riuscire a riflettere su sé stessi e sulle proprie azioni. Sosteneva come quei pochi i quali non aderirono ai regimi totalitari, avevano la capacità di pensare, in quanto erano in grado di un auto-giudizio precluso però a tutti gli altri, e di chiedersi se sarebbero stati in grado di compiere o meno certe azioni. Per la Arendt, il Processo di Norimberga[3], e in particolare il processo ad Eichmann, noto criminale nazista, furono una vera e propria rivelazione, perché in quelle occasioni emerse quanto il “Concetto di Male” tradizionale non avesse più valore. Queste persone, tra l’altro accusate di aver commesso crimini atroci e senza che nessuna di esse fosse un mostro sadico o perverso, nella loro apparente presentazione di individui perfettamente “normali”, facevano semplicemente il loro lavoro spinti da una “cieca obbedienza”, tanto che lo stesso Eichmann, direttore dell’organizzazione del trasferimento degli Ebrei dai Campi di Concentramento, dichiarò di essersi occupato banalmente “di trasporti”.

L’autrice, con il termine semplice di “banalità”, intendeva “l’essere senza radici” di un Male che poteva e può essere estremo, ma non radicato o profondo, prodotto da una precisa volontà demoniaca. Un fenomeno, quasi sicuramente da attribuire al prodotto di una società di massa affermatasi nel corso degli ultimi secoli, perché come la storia ci insegna, una massa può essere facilmente manipolata e, oltre ogni modo, strumentalizzata da un individuo dalla forte personalità. Alla fine, il problema, se tale lo vogliamo identificare, risiede nei diversi “Livelli di Coscienza“, dal momento che in teoria, tutti nascono Puri ma alcuni sperimentano l’Impurità una volta che fanno l’esperienza caduca della Materia. In quanto tale, pure un Demone è Puro, ma se persegue la sua convinzione mentale di dover essere un Demone, continuerà la sua strada perpetuandola nel Male, fintanto che la sua Coscienza non si evolverà a tal punto da fargli riprendere contatto con la sua natura innocente ed originaria. Finché non cambierà il suo “Programma” all’interno della Matrix, che vuole fargli credere di essere un Demone, un suo Agente/ Schiavo, non potrà mai evolversi ed elevarsi, esattamente come ci viene raccontato nel dramma cosmogonico della Gnosi.

Mentre stavo portando avanti alcune ricerche, specie sull’Olocausto[4] perpetrato dai Nazisti contro gli Ebrei, mi sono imbattuto in una foto struggente, quanto agghiacciante. Ebbene, in quella fotografia in bianco e nero, scattata da un soldato delle SS nel Campo di Concentramento di Mauthausen, si scorge un condannato a morte mentre viene accompagnato al patibolo mentre una piccola orchestra esegue della musica dal vivo. Purtroppo, di tali episodi si è macchiato in modo sistematico il regime nazista, perché ad esempio, a Buchenwald, gli ufficiali delle SS costrinsero un gruppo di detenuti a cantare in coro per coprire il rumore di una fucilazione di massa di prigionieri russi. In questa sinistra e allucinata realtà, la Musica, sia in forme elementari (voce e canto), sia con strumenti, si fece strada in questi luoghi di morte, tra marce, canzonette, musica ebraica, jazz e addirittura “opere proibite“. In quei Lager dove mancavano gli strumenti fu il canto a descrivere la disperazione, mescolato con la speranza, tra ninne nanne dell’infanzia, le canzoni di cabaret, gli inni religiosi della tradizione Yiddish, Zigana, come i canti operai, ma anche da canzoni ingiuriose e denigratorie, tipiche dell’atroce costume nazista.

In altri Lager, dove si riuscirono a reperire e/o riparare degli strumenti, si formarono delle vere e proprie orchestre la cui esistenza è stata storicamente accertata, ad esempio: Auschwitz I, Auschwitz II / Birkenau, Dachau, Mauthausen, Sachsenhausen. Queste piccole orchestre avevano la funzione di scortare i lavoratori a ritmo di marcia, rallegrarne l’intervallo la domenica pomeriggio, festeggiare i compleanni dei comandanti del campo. Per molti di loro, farne parte, significava avere una posizione privilegiata tra i prigionieri del campo stesso, dato che potevano sperare, rispetto agli altri, di evitare di far parte del successivo contingente dei destinati alla gogna e alla morte. Ma fu a Theresienstadt, l’orrenda anticamera di Auschwitz, ove si raggiunse la completa ipocrisia e la perversione più folle ed eclatante. Dal febbraio 1942 all’ottobre 1944, venne istituita la Freizeitgestaltung (organizzazione per il tempo libero), un’associazione interna al campo che promuoveva concerti, seminari, conferenze, opere, etc. Impressionante fu il numero dei concerti eseguiti: dalla Musica rinascimentale arrivando a quella contemporanea, sino a veri e propri allestimenti operistici, il tutto reso possibile dalla presenza di ben otto pianisti, sette direttori d’orchestra, quattro orchestre e una decina circa di compositori, tra cui Victor Ullmann, che proprio qui compose la sua opera più significativa ed emblematica, su testo del poeta Peter Kien, ovvero “L’Imperatore di Atlantide” (1943-1944).

Il 6 settembre del 1943, sempre a Theresienstadt venne eseguito il “Requiem” di Giuseppe Verdi[5], sinistro canto di morte, dato che all’indomani dell’esecuzione, il coro di centocinquanta persone venne spedito nei forni crematori di Auschwitz, seguito un mese dopo da un secondo coro, mentre un terzo di sessanta persone, faticosamente messo insieme dal direttore d’orchestra Schächter, riuscì a raggiungere il traguardo di ben quindici repliche in concerto, ovviamente sempre nel Lager. In un testo del 1944, dal titolo “Goethe e il Ghetto”, il compositore Viktor Ullman scrive: “Bisogna tuttavia sottolineare come Theresienstadt abbia contribuito a dare valore e non a osteggiare la mia produzione musicale; che in nessun modo ci siamo seduti a piangere sulle rive dei fiumi di Babilonia; e che il nostro sforzo per servire rispettosamente le Arti è stato proporzionale alla nostra volontà di vivere malgrado tutto. Sono convinto che tutti quelli che lottano, nella vita come nell’Arte, per trionfare di una Materia che pur sempre resiste, condivideranno il mio punto di vista.” (A cura di H.G. Klein, Viktor Ullmann, Materialen, Hamburg, 1995).

Comporre musica in quei Campi di Concentramento prima di morire significava raccontare l’incomprensibile, l’inesplicabile. Trovare la giusta ispirazione per trascrivere ex novo arie liriche, partiture sinfoniche, canzoni di jazz o di cabaret, in attesa delle camere a gas, subendo, inoltre, tutto il peso di atroci e disumane violenze fisiche e psicologiche, sembra quasi impossibile, eppure qualcosa non è morto in quei luoghi, malgrado la furia cieca ed omicida delle SS, delle camere a gas, e che portarono allo sterminio di circa 6 milioni di Ebrei innocenti, c’è, e si trova nella musica composta clandestinamente da un manipolo di irriducibili musicisti internati. Ad oggi ne risultano 1600 individuati e che prima di scomparire ebbero la forza tenace di dare vita a spartiti, arie, opere, composizioni classiche e leggere, musicisti eroi rastrellati dalle varie comunità ebraiche (e non soltanto), in tutta Europa, Italia compresa. “Per i musicisti hanno sistemato delle panche nell’area dei crematori. Non ci sono leggii, dovremo suonare a memoria […] Suoneremo per persone che ben presto saranno bruciate; ma da chi? È un mistero. Forse proprio da noi? Le autorità impongono ai musicisti tanti lavori che non hanno nulla a che fare con la musica […] Il concerto durerà all’incirca due ore. Il programma prevede anche delle melodie ebraiche.” (Simon Laks, Mélodies d’Auschwitz, Paris, 1991)



[1] La Geheime Staatspolizei (dal tedesco: Polizia Segreta di Stato), comunemente abbreviata in Gestapo, è stata la polizia segreta della Germania Nazista.

[2] La Mantide Religiosa (Mantis Religiosa Linnaeus, 1758), denominata anche Mantide Europea, è una delle specie più comuni dell’ordine Mantodea.

[3] Processo di Norimberga è il nome usato per indicare due distinti gruppi di processi ai nazisti, coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale e nella Shoah. I processi si tennero nel Palazzo di Giustizia della città tedesca di Norimberga dal 20 novembre 1945 al 1º ottobre 1946 (la città era, insieme a Berlino e Monaco, una delle città-simbolo del regime nazista).

[4] Il termine Olocausto indica, a partire dalla seconda metà del XX secolo, il genocidio di cui furono responsabili le autorità della Germania Nazista e i loro alleati nei confronti degli Ebrei d’Europa e, per estensione, lo sterminio di tutte le categorie di persone dai nazisti ritenute “indesiderabili” o “inferiori“, sia per motivi politici o razziali. Oltre agli Ebrei, furono vittime dell’Olocausto le popolazioni slave delle regioni occupate nell’Europa orientale e nei Balcani, e quindi prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici, massoni, minoranze etniche come Rom, Sinti e Jenisch, gruppi religiosi quali, Testimoni di Geova e Pentecostali, omosessuali, oltre ai malati di mente e i portatori di handicap. Tra il 1933 e il 1945, furono circa 15-17 milioni le vittime dell’Olocausto, di entrambi i sessi e di tutte le età (senza riguardo per anziani e bambini), tra cui 5-6 milioni di ebrei. La parola “Olocausto” deriva dal greco ὁλόκαυστος (holòkaustos, “bruciato interamente“), ed era inizialmente utilizzata ad indicare la più retta forma di sacrificio prevista dal giudaismo. L’Olocausto, in quanto genocidio degli Ebrei, è identificato più correttamente con il termine Shoah (in lingua ebraica: השואה, HaShoah, “catastrofe“, “distruzione“) che ha trovato ragioni storico-politiche nel diffuso antisemitismo secolare.

[5] Giuseppe Fortunino Francesco Verdi (1813-1901) è stato un compositore italiano, universalmente riconosciuto tra i più importanti compositori di opere liriche, ma pure come uno dei maggiori compositori in assoluto. Subentrò ai protagonisti italiani del teatro musicale del primo Ottocento: Gioachino Rossini, Gaetano Donizetti e Vincenzo Bellini; similmente a Richard Wagner, interpretò in modo originale, seppur differente, gli elementi romantici presenti nelle sue opere. Verdi simpatizzò con il movimento risorgimentale che perseguiva l’Unità d’Italia e partecipò attivamente per breve tempo persino alla vita politica; nel corso della sua lunga esistenza stabilì una posizione unica tra i suoi connazionali, divenendo un simbolo artistico profondo dell’Unità del Paese.