“Le enigmatiche origini dei Tibetani” [1]

Le origini del popolo tibetano rimangono ancora del tutto ignote. Secondo la tradizione, il remoto antenato degli abitanti del Tibet sarebbe stato uno “Scimmione“, considerato un’incarnazione della deità Chenrezig, sorta di “Orchessa” venerata come nume tutelare della montagna (un Homo Erectus?). La loro unione avrebbe dato vita ad una bizzarra prole, strani “Esseri metà Uomini e metà Scimmie“, dai quali, attraverso un considerevole numero di generazioni, si arrivò poi gradualmente all’attuale razza tibetana; da un punto di vista dell’evoluzione, corrisponderebbe alle varie fasi di apparizione delle diversificate specie di ominidi, e che hanno infine portato all’Homo Sapiens. Dimensione mitica a parte, la moderna antropologia colloca i tibetani all’interno di quella vasta famiglia etnica nota con il nome di “Ceppo Mongoloide” e che comprende diversi popoli dell’area centro asiatica, seppure non è semplice, ancora oggi, determinare con certezza l’origine stessa degli abitanti del Tibet. Partendo da alcuni aspetti più grossolani, come la banale osservazione fisica dei tratti somatici, si constata immediatamente la somiglianza di alcuni di loro ai nativi americani, mentre altri somiglino più alla popolazione cinese o giapponese. La stessa lingua tibetana presenta punti di contatto con il birmano, tanto che molti parlano il tibetano-birmano, o al contrario, alcuni dialetti tipici della regione himalayana.

Le antiche tradizioni, al contrario, ci parlano di un’Età Mitica in cui governava una dinastia di “Re Celesti“, sorta di Dèi che esercitavano la loro funzione regale sulla Terra. Di giorno, questi “monarchi divini“, vivevano nel Mondo degli Uomini, mentre di notte salivano in Cielo tramite una corda la quale veniva descritta come una specie di arcobaleno (del tutto simile al Bifrǫst norreno). Questi “Re Celesti“, sempre secondo le cronache, governavano fino a quando il loro primogenito imparava a cavalcare (in genere verso i tredici anni), perché l’ingresso del giovane nell’età adulta segnava il passaggio dei poteri dinastici, dopo che il vecchio re, metaforicamente, “moriva”, nel senso tornava definitivamente in Cielo per mezzo della corda-arcobaleno dalla quale era disceso. Il primo di questi sovrani discesi sulla Terra viene considerato Nyatri Tsempo; giunto nella valle del fiume Yarlung (nel Tibet centrale), vi insediò la sua omonima dinastia. Pare che prima del suo arrivo, i tibetani non abitassero in edifici in muratura ma vivessero per lo più in caverne o in ripari naturali, Nyatri Tsempo, come molti Dèi in modo pressoché simile, fece compiere così un passo decisivo all’evoluzione del suo nuovo popolo, donando loro il concetto di Civiltà e edificando il primo palazzo, quello di Yumbulagang. Nel Gyelrap, nella genealogia dei “Re Tibetani“, si parla di ben ventisette “Re Leggendari” agli inizi della dinastia, e Sette di questi “Sovrani Celesti” erano “scesi” nel paese calandosi lungo la Scala o Corda del Cielo.

Nell’antico testo furono chiamati anche “Dèi della Luce” e una volta compiuta la loro missione terrena scomparvero, ritornando nel luogo dal quale erano discesi; perfino per i testi buddisti più arcaici sarebbero “Caduti dal Cielo, racchiusi in un Piccolo Scrigno”. Fu solo a partire dall’ottavo re, Drigum Tsempo, che la “Corda Magica“, – in grado di assicurare ai sovrani la soprannaturale ascensione -, venne tagliata e i loro cadaveri, – che dal quel momento restarono per sempre sulla Terra -, iniziarono ad aver bisogno di essere tumulati nelle tombe. Il monumento funerario di Drigum Tsempo, chiamato ancora oggi dai tibetani la “Prima Tomba dei Re”, con la sua presenza concreta prova come questo sovrano molto probabilmente è esistito, e con lui le vicende del Tibet entrarono quasi nella Storia, perché quella vera e propria iniziò all’incirca verso il settimo secolo d.C., quando in quel periodo si presentarono i tratti di una società feudale, fortemente gerarchizzata e posta sotto il governo di Songtsen Gampo (noto pure col nome di Tride Songtsen), il trentaduesimo re di Yarlung. Songtsen Gampo riuscì nell’arduo compito di riunire sotto un unico comando quel variegato mondo di tribù dell’Asia centro-settentrionale, e che costituiscono l’elemento fondamentale dell’etnia tibetana, oltre a gettare le basi per la futura capitale Lhasa e la diffusione del più tardivo Buddhismo. Eppure, non sono le uniche stranezze di quelle variegate tribù le quali formarono la popolazione tibetana delle origini. Un altro popolo enigmatico del Tibet fu anche quello degli Hsing Nu, del tutto sconosciuto, a parte una curiosa pratica religiosa astrale che gli è valsa, da parte di molti studiosi, la nomea di “Adoratori delle Stelle.”

Di loro, e del mistero che li avvolge, ne parlò moltissimi anni fa pure il pioniere italiano dell’archeologia di frontiera, Peter Kolosimo. Gli Hsing Nu, seppure considerati di modesto livello civilizzato, grazie alle testimonianze che ci hanno lasciato, indurrebbero a farci pensare come siano stati, al contrario, una civiltà alquanto progredita. Sappiamo abitavano una regione del Tibet settentrionale, a sud della grandiosa catena del Kun Lun, una zona ancora oggi desertica e in gran parte inesplorata. Non erano di origine cinese e si pensa fossero arrivati laggiù dalla Persia, o addirittura dalla Siria, infatti alcuni rinvenimenti effettuati hanno dimostrato certe analogie con la Cultura di Ugarit, in particolare alcune raffigurazioni del tutto somiglianti al dio Baal dal lungo elmo conico e dal corpo ricoperto d’argento. Quando nel 1725 l’esploratore francese, un certo Padre Duparc, scoprì le rovine della capitale di questo popolo annientato dai cinesi, poté ammirare i ruderi di poche costruzioni, tra cui una in particolare, e al cui interno s’ergevano più di mille monoliti che dovevano un tempo essere rivestiti con lamine d’argento (qualcuna, dimenticata dai predatori, era ancora visibile). Vide persino una piramide a tre piani, la base di una torre di porcellana azzurra ed il palazzo reale, con i seggi sormontati dalle immagini del Sole e della Luna. Duparc vide ancora la “Pietra Lunare”, un masso d’un “bianco irreale“, circondato da bassorilievi raffiguranti animali e fiori sconosciuti. Nel 1854 fu la volta di un altro francese, un certo Latour, che esplorò la zona e rinvenne alcune tombe, armi, corazze, vasellame di rame e monili d’oro e d’argento, ornati con svastiche e spirali.

Le missioni scientifiche che più tardi si spinsero laggiù, ritrovarono solo qualche lastra scolpita, avendo la sabbia, nel frattempo, ricoperto i resti della grande città; fu solo nel 1952 che una spedizione sovietica tentò di portare alla luce almeno una parte dei ruderi. Questi ricercatori russi si sottoposero ad un lungo e massacrante lavoro, riuscendo a strappare al deserto soltanto l’estremità di uno strano “monolite“. Dai monaci tibetani, però, gli studiosi sovietici, appresero un’infinità di informazioni sul popolo degli Hsing Nu, e furono loro a mostrare antichissimi documenti in cui la piramide a tre piani era descritta nei minimi dettagli, infatti, secondo tali descrizioni, dal basso all’alto le piattaforme avrebbero rappresentato: “la Terra Antica, quando gli Uomini salirono alle Stelle; la Terra di Mezzo, quando gli Uomini vennero dalle Stelle; e la Terra Nuova, il Mondo delle Stelle lontane.” Si racconta, inoltre, quel popolo cercò nella religione il proseguimento dei loro viaggi nel Cielo, cullandosi nella credenza che le anime dei defunti sarebbero salite verso lo Spazio per trasformarsi in Stelle; proprio come presupponevano gli antichi Egizi. Interessante è anche la descrizione dell’interno del Tempio, – tra l’altro collima con il resoconto di Duparc -, dove sull’altare era posta quella “Pietra portata dalla Luna” (portata, e non venuta), un frammento di roccia d’un bianco latteo circondato da magnifici disegni rappresentanti la fauna e la flora “della Stella degli Dèi“, mentre nei “monoliti” a forma di fusi sottili, rivestiti d’argento, vi erano impressi animali e piante di un luogo sconosciuto; forse la memoria di un lontano pianeta?

In Tibet, così come in molte altre popolazioni, esistono inoltre due antichissimi libri segreti, il Kanshur e il Tanshur. Il primo è costituito da centootto volumi in folio con nove sezioni suddivise in mille e ottantatré capitoli, dove sono raccolti i testi sacri del lamaismo, di cui il Tanshur (il secondo libro) con i suoi duecentoventicinque volumi, rappresenta il rispettivo commentario. Entrambi i testi, stampati col metodo xilografico praticato dai cinesi da tempi immemori, erano così ingombranti che li dovettero conservare distribuiti nelle cantine di parecchi villaggi delle alte valli tibetane; opere crittografiche, di cui soltanto la centesima parte degli originali è stata tradotta, mente si ignora ancora oggi la data in cui furono redatti. In uno dei libri del Kanshur, intitolato “Raccolta delle Sei Voci”, nel capitolo recante l’intestazione “Voce Divina” è detto testualmente: “Esistono diversi Cieli, che non sono accessibili a tutte le Divinità. Gli Dèi, pur numerosi come sono, non possono mai infrangere le Tre Leggi Fondamentali che lassù sono chiamate Sfera del Desiderio, Sfera della Dilatazione, Sfera Senza Dilatazione. Le Tre Leggi si suddividono in paragrafi. Complessivamente vi sono ventotto Dimore. La ragione del Desiderio ne ha Sei.” Dopo questa esauriente descrizione delle diverse Sfere o Dimore Temporali, dove soggiornano le Divinità, il testo indica persino che per ogni regione sono in vigore “anni divini” differenti, e, a loro volta, sono differenti da quelli umani.

«Nel Cielo dei Quattro Grandi Re, cinquant’anni terrestri corrispondono a un giorno e una notte. La durata della vita equivale a cinquecento anni, oppure, se la si calcola alla maniera terrestre, a nove milioni. Superato il Cielo dei Quattro Re, si giunge alla Seconda Dimora del Cielo… e qui un giorno e una notte contano per cento anni umani. La vita ne dura mille dei loro; ma se la si traspone in termini corrispondenti al nostro computo cronologico, dura 3.600×10.000 anni, ossia trentasei milioni. Al di sopra di questo Cielo vi è un luogo simile nell’aspetto a un ammasso di nuvole, e qui si trovano i Sette Scrigni, grandi come il globo terrestre. Per gli Dèi che vi risiedono, un giorno e una notte equivalgono a duecento anni umani, e la loro vita ne dura duemila, il che equivale a centoquarantaquattro milioni dei nostri…. più in alto ancora si trova la dimora di Tusita e un giorno e una notte di questi Dèi comprendono quattrocento anni umani, e la loro vita ne dura quattromila, vale a dire 576 milioni di anni del nostro pianeta… dopo il Mondo delle Divinità di Tusita… viene la Quinta Dimora… Gli Dèi che l’abitano si possono metamorfosare a loro piacere, assumendo ogni aspetto che vogliano, e possiedono i Cinque Elementi… Ottocento anni terrestri si riassumono per queste Divinità in un giorno e una notte. Vivono diecimila anni, che calcolati in anni umani corrispondono a due bilioni e trecentoquattro milioni… Dopo il Quinto Cielo, più in alto ancora, si trova… la Sesta Dimora… Gli Dèi che vi risiedono hanno il potere di trasformare tutto e dispongono per il loro diletto di giardini, boschi, castelli e palazzi e di tutto quanto desiderano. Qui siamo al culmine della sfera dei desideri, dove sedicimila anni umani corrispondono a un giorno e una notte e dove le Divinità ne vivono sedicimila, che trasposti in anni umani ne danno nove bilioni e duecentosedici milioni…»