“Antichi Astronauti e Città degli Dèi” [1]

K’inich Janaab’ Pakal (23 marzo 603 – 28 agosto 683 d.C.), detto Pacal il Grande (Votan), è stato un sovrano salito al trono di Palenque nel 615 d.C., in giovanissima età, segnando così l’arrivo di un’epoca di prosperità e sviluppo: artistico, culturale, sociologico e scientifico. Nel tempio delle iscrizioni sopra la sua tomba furono rinvenuti pure alcuni elementi che sono stati utilizzati per comporre una celebre “profezia”, ripresa nel corso degli ultimi decenni da una certa corrente New Age. Infatti, non si tratta di una previsione come similmente se ne leggono nella Bibbia o nelle altrettanto celebri quartine di Nostradamus, ma di un incredibile grande calendario del “Lungo Computo” che calcolava il Tempo, anziché in mesi e anni, attraverso la definizione di “Grandi Ere” di circa 5.125 anni, e dove l’attuale sarebbe terminata intorno alla fine del 2012. Quando la tomba venne scoperta nel 1952 dall’archeologo messicano Alberto Ruz Lhuillier, fu associata subito per la magnificenza del sepolcro a quella di Tutankhamon, rinvenuta da Howard Carter nel 1922. Il sovrano Maya di Palenque, tra l’altro di statura molto elevata (quasi o superiore i due metri) rispetto alla media della sua stessa popolazione (di un metro e cinquanta circa), presentava le medesime caratteristiche dei crani deformati, la maschera di giada che copriva il suo volto venne incisa persino con squame serpentine, senza dimenticare come i pilastri del Tempio avevano scolpite delle iscrizioni con figure di donne con dei bambini in braccio, la cui spina dorsale si prolungava similmente a quanto avviene nei rettili.

Attualmente lo scheletro e la bellissima maschera di giada che ricopriva il volto del re nel sarcofago, si trovano al Museo di Antropologia di Città del Messico, ma fu la lastra sepolcrale la quale attirò fin da subito le attenzioni dell’allora nascente “Archeologia Misteriosa”, perché autori come Eric Von Daniken e l’italiano Peter Kolosimo, arrivarono a ipotizzare sulla lastra tombale fosse raffigurato il sovrano all’interno di una qualche forma sconosciuta di “Astronave“. Interpretazione che suscitò molte polemiche ma contribuì a rendere il re Pacal famoso in tutto il Mondo. Si iniziò addirittura a speculare sulla capacità dei Maya di conoscere insondabili misteri del nostro Universo, in quanto erano in grado di prevedere le Eclissi di Sole o di Luna, persino il moto dei pianeti, tra tutti Venere, oltre ad essere consapevoli che la Terra fosse sferica, o concepire il moto degli Astri, compreso l’enorme ciclo conosciuto come “Anno Galattico“. Nei sedici “Libri di Chilam Balaam” fu pure descritto l’arrivo, in tempi assai remoti, di uomini biondi e barbuti dalla carnagione bianca e gli occhi azzurri, giunti a bordo di zattere avveniristiche e scintillanti, e che, guidati da Itzamna, guarivano con l’imposizione delle mani e donavano la vita ai defunti, mentre i sacerdoti si facevano chiamare Chanes, “Serpenti”, o “Popolo del Serpente a Sonagli”.

Eppure, il Crotalus, conosciuto col nome di Ahau Can o il “Gran Signore Serpente”, venerato nell’intera America, si ricollega pure alla stirpe biblica di Caino. Inoltre, tra i suoi molteplici usi simbolici, nel tempio di Kukulkàn a Chichén Itzà non possiamo fare a meno di menzionare quando la luce solare, ai due equinozi e sulla scalinata nord, va a formare un suggestivo e sorprendente dorso del Serpente, formato da sette triangoli. Infatti, l’animale compie la muta della propria pelle una volta l’anno, più o meno nel periodo in cui il Sole, in quella regione, si trova allo zenit verso la metà di luglio, acquisendo nel frattempo anche un nuovissimo sonaglio.[1] L’antica Cosmologia Maya era talmente complessa da lasciare ancora oggi interdetti, ogni volta che ci addentriamo al suo interno per cercare di svelarne i vari aspetti, ancora avvolti dalla nebbia del tempo. Per questo popolo così particolare, la Via Lattea, la nostra Galassia, costituiva uno dei principali elementi del Cielo. Chiamata la “Bianca Strada” o Sah Bih, rappresentava il sentiero il quale univa il “Mondo Celeste e degli Dèi” a quello Infero, Xibal Be, “Strada della Paura”, e che conduceva al “Regno dei Morti“. Come similmente si credeva nella mitologia egizia, la Via Lattea quando appariva orizzontale nel Cielo notturno, veniva associata al “Celeste Serpente” (o una canoa), mentre se si trovava in posizione verticale, andava a simboleggiare il ben noto tronco de “l’Albero Cosmico“. Si racconta, ad esempio, che prima dell’ultima creazione avvenuta l’11 agosto 3114 a.C. (da notare la precisione delle date di questi computi), il Dio del Mais, Hun Nal Ye, fu sconfitto e decapitato dalle “Divinità del Mondo Sotterraneo” (ulteriore dimostrazione di come gli Dèi sono fatti di Materia e soggetti a perire, quindi non immortali).

I suoi due figli gemelli, il Venere e il Sole, scesero nel “Mondo Sotterraneo” per vendicarlo, e dopo aver compiuto tale gesto di riscatto, tra i quali anche l’abbattimento di un Uccello appollaiato su di un Albero, riuscirono a riportare in vita loro Padre, ricollocando la testa sul Corpo martoriato; il Padre così ritornò alla vita dal carapace di una Tartaruga, collocando “tre pietre” che raffiguravano simbolicamente le “tre pietre del focolare“, a costituire così il nuovo “Centro dell’Universo“. 542 giorni dopo, esattamente il 3 febbraio 3112 a.C., ancora il Dio del Mais, attraverso un atto rituale di auto-sacrificio, innalzò “l’Albero Cosmico“, Wakah Chan, separando il Cielo dalla Terra, ordinando finalmente il Mondo intero, descrivendo in questo modo i cicli annuali degli Astri. L’Albero su quale si trova l’uccello, innalzato dal Dio del Mais, è la Via Lattea che si trova in posizione verticale, e quando ogni anno, ad agosto, la striscia lattea inizia a piegarsi verso l’orizzonte, replicando la caduta dell’Uccello sconfitto dai Gemelli, non appena raggiunge la posizione orizzontale si trasforma nel Dragone-Canoa (o Apopi) che si muove da est a ovest, conducendo il Dio del Mais, come il Ra egizio, verso il luogo della Creazione ove sono poste le “tre pietre originarie“. In questo luogo, per i Maya, si trova lo Spazio dove sono collocate nel Cielo le “Costellazioni dei Gemelli e di Orione” (quest’ultima era infatti rappresentata in veste di una Tartaruga con “tre pietre“, le “Tre Stelle della Cintura“, sul carapace). Orione-Tartaruga è quindi la Costellazione dove il Dio del Mais rinasce e si innalza di nuovo al Cielo, così come Orione-Tartaruga si leva verso lo Zenit, allo stesso modo in cui Orione-Osiride in Egitto, risuscitava dal Mondo Infero nel quale era caduto dopo essere stato ucciso da Seth-Caino (Can/Kan).[2]

«Erano, infatti, il popolo più evoluto (o tra i più evoluti) del Nuovo Mondo precolombiano e gli unici ad aver posseduto la scrittura. Pur presentando alcuni problemi legati al carsismo del terreno e alla variabilità delle precipitazioni, il loro ambiente non può essere annoverato tra i più fragili, secondo la media mondiale. […] La storia dei Maya è di monito, affinché non si creda che soltanto le società piccole, marginali e situate in zone fragili siano esposte al rischio di crollo: anche le civiltà più avanzate e creative possono sparire.» (Jared Diamond)[3]

Nella maggior parte degli antichi popoli, le Eclissi, sia di Sole o di Luna erano in genere considerate un evento nefasto, in quanto si riteneva potessero provocare pestilenze, terremoti, carestie, morti di sovrani, nascite mostruose o persino la “Fine del Mondo“. Si vedeva nell’oscuramento dell’astro il “Mostro Celeste” che ingoiava tali “Forze del Cielo“, ed ogni volta l’evento passava, era compito dei dotti Sacerdoti o degli Astrologi, dimostrare di essere stati capaci di aver scongiurato tali pericoli con le loro inconfessabili arti magiche, attribuendosi ogni merito, non di rado condiviso con il sovrano a fianco. All’interno di questa vera e propria “truffa” religiosa ed istituzionale, il popolo impaurito si lasciava sopraffare e partecipava come poteva, del tutto inerme ed impaurito di fronte a tali fenomeni, e pur di evitare la catastrofe gridava, suonava strumenti, pietre, bastoni, si procuravano ferite fisiche, si praticavano persino sacrifici animali o umani, con l’intento di distrarre l’affamato Mostro o saziarlo a sufficienza così da calmarlo. Eppure, queste stranezze arcaiche, non sono state manifestazioni superstiziose legate ad un lontano passato, perché addirittura in tempi a noi recenti, in occasione di un Eclissi di Sole durata sei minuti, e che interessò l’Asia il 22 luglio 2009, le autorità cinesi provvidero assurdamente ad allertare le forze di polizia lungo tutto il corso del fiume Yangtze, per scongiurare eventuali scene di panico e disordini; nelle stesse ore il sindaco di Chongqing, una città con 7 milioni di abitanti, vietò l’uso di cellulari nella fase di oscurità, come se questi avessero potuto interferire negativamente sull’andamento dello stesso fenomeno!

Comportamenti che non devono stupirci, dal momento che sino alla fine del XIX secolo scorso, e i primi del XX, la Marina Imperiale Cinese sparava cannonate a salve per dissuadere il malefico Drago dall’ingoiare il Sole durante un’Eclissi. I Maya immaginavano le Costellazioni sotto la forma di ben 13 animali, così come sono rappresentate nel “Codice di Parigi“, proprio nell’atto di divorare il “Disco Solare“, e in un testo Maya coloniale, noto col nome di “Chilam Balam de Chumayel“, si legge: “La faccia del Sole fu mangiata, la faccia del Sole fu oscurata, la sua faccia fu spenta.” Complessa la Cosmogonia dei vari popoli dell’America Latina. Gli Aztechi, ad esempio, tra le molte divinità ne avevano una principale riconoscibile nel temibile Dio della Guerra, Huitzilopochtli, “Colibrì del Sud”, tanto che il mito della sua nascita è stato interpretato come la drammatica rappresentazione della vittoria del Sole sugli “Dèi dell’Oscurità“. Palcoscenico di questa drammatica rappresentazione cosmogonica fu Coatepec, la “Montagna Serpente”, una collina non lontana dall’antica città di Tula. Prima della Creazione dell’Umanità, racconta il mito, la Dèa della Terra, Coatlicue, dette alla luce la Luna, Coyolxauhqui, e una quantità di fratelli noti come i Quattrocento, gli “Innumerevoli“, ovvero le Stelle; quindi si ritirò poi in un tempio a Coatepec per condurre una vita riservata e casta. Un giorno, però, mentre era intenta a pulire il pavimento (singolare quanto una divinità si dilettasse a fare le pulizie di casa?), vide per terra una piccola palla di piume colorate, la raccolse e se la mise nel perizoma; ma dopo aver finito e si sedette per riposare, cercò invano la palla che voleva guardare più da vicino per osservarla meglio, ma purtroppo era scomparsa.

Sgomenta, capì che la palla di piume l’aveva fecondata e presto avrebbe avuto un nuovo bambino il quale non sarebbe stato accettato dagli altri figli. Infatti, non passò molto tempo prima che gli “Innumerevoli” si accorgessero come la pancia della loro madre si stesse ingrossando ogni giorno di più e, per niente soddisfatti dalla prospettiva di dover accogliere un fratello che avrebbe rivendicato la sua parte di potere divino, ne parlarono con la sorella, la Dèa della Luna, Coyolxauhqui, per decidere il da farsi. “Fratelli miei”, disse decisa la Dèa, “nostra madre ci ha disonorati e aspetta un bambino, non possiamo che ucciderla.” Coatlicue, terrorizzata dalla decisione dei figli, come l’Amaterasu giapponese, si rinchiuse nel tempio aspettando la fine, ma il bambino che aveva nel ventre le parlò assicurandole era già pronto a nascere e l’avrebbe difesa da ogni pericolo. Infatti, quando gli “Innumerevoli” e la Luna entrarono nel tempio per uccidere la madre, il bambino venne al Mondo, forte e con in mano una spada sfolgorante, il “Serpente di Turchesi”. Così armato, il neonato Huitzilopochtli, il Sole, si avventò sugli assalitori e con un colpo tagliò di netto la testa a sua sorella Coyolxauhqui, il cui corpo precipitò dalla collina spezzandosi in varie parti (diventando così le fasi lunari), mentre braccia, gambe e busto finirono in posti diversi. Poi il giovane Dio Sole si gettò all’inseguimento degli “Innumerevoli” coperti di lucide corazze, li raggiunse e ne fece strage, scaraventandone i “Corpi in Cielo“, dove ancora brillano in veste di Stelle.

Singolare questo mito Azteco, ma non poi così eccessivo, se sovente lo paragoniamo alla nascita di una Stella, o al fatto che questo antico popolo, seppur in forma metaforica, ne abbia descritto le stesse dinamiche similmente a quanto abbiamo approfondito in altri nostri studi. Eppure, questi popoli vivevano intrisi di miti e di conoscenze astronomiche, come ad esempio nella maestosa Cittadella di Teotihuacan, 50 km a nord di Città del Messico, dove nascoste tra le sue pietre, sono ancora oggi ravvisabili dei segreti astronomici estremamente importanti. Nata in un’epoca imprecisata ed ereditata, presumibilmente, dagli Aztechi nel XIV secolo d.C., si compone di una serie di piramidi cultuali unite fra loro da un codice architettonico, proprio come a Giza. L’intero complesso sembra apparso dal nulla, tanto che secondo Michael Coe, della Yale University: “Forse il fatto più strano rispetto alla pianta di questa grande città, è che non c’è assolutamente nessun precedente nel Nuovo Mondo”. La facciata ovest della grandiosa “Piramide del Sole” domina il maestoso “Viale dei Morti” il quale attraversa l’intero complesso, ed è orientata verso il passaggio dell’astro a 19,5 gradi dall’equatore (il 19 Maggio e il 25 Luglio), elemento che mostra la precisa conoscenza dei computi astronomici. Fu rilevato pure un allineamento specifico con le Pleiadi databile al 150 d.C., a dimostrare così un tentativo di avere una visione del Cielo, nel suo insieme, fondato sulla certezza che gli iniziati avrebbero potuto raggiungerlo, come similmente accadeva migliaia di anni prima nella cultura egiziana.

Eppure, Teothiuacan, in lingua azteca, significa il “Luogo dove gli Uomini divennero (o divengono) Dèi”, mentre i sacerdoti che custodivano le sacre tradizioni erano i “Seguaci di Quetzalcòatl”, il magnanimo “Dio sceso dalle Stelle” per diffondere tra la popolazione la Civiltà, proprio come Osiride aveva fatto in Egitto, inoltre, si racconta, furono gli Dèi ad erigere le Piramidi nate dalle “colline primordiali” in un’era remota e sconosciuta. Un’epoca remota e sconosciuta dove nacque e si formò il “Culto del Serpente Piumato“. Introdotto dagli Olmechi, i quali lo raffiguravano nei loro pettorali a sette punte a forma di conchiglia, con il glifo dell’onnipresente Venere, egli rappresentava persino il “veicolo spaziale” che emette fiamme e brilla velocissimo nella notte, mentre il dio Kukulkàn, il serpente piumato dai colori dell’arcobaleno (per gli Aztechi, Quetzalcòatl), era considerato dai Maya il “Creatore dell’Uomo“, e colui il quale infuse l’impulso evolutivo a tutti i nativi del Messico. Egli, dalla pelle chiara e con la barba, fu concepito dalla madre dopo aver ingerito o assorbito uno smeraldo, come la Dèa della Terra, Coatlicue, sopracitata e che diede alla luce il Sole nelle stesse modalità. Portò la Civiltà, promulgò leggi, insegnò la scienza astronomica, creò il sacro calendario dal Ciclo di 52 anni legato a Venere e le Pleiadi, si oppose al feroce Tezcatlipoca, (così in Egitto Osiride era in eterna lotta con il fratello Seth), costretto poi a partire ma con la promessa che sarebbe ritornato ad instaurare una “Nuova Era o Età dell’Oro“. Infine, aggiunta la riva celeste dell’acqua divina, la Via Lattea o la Galassia, e solo dopo essersi vestito sontuosamente, si immolò nel fuoco e disparve su una zattera, sempre di Serpenti, per ricomparire otto giorni dopo, risorto in modo simile al Cristo, sotto forma della stella/pianeta Venere


[1] Cambia persino i denti in venti giorni, associabili ad un ulteriore e particolare computo temporale Maya.

[2] OsirideOrione in questa visione rappresenta quindi il biblico Abele.

[3] Jared Mason Diamond (Boston, 10 settembre 1937) è un biologo, fisiologo, ornitologo antropologo, geografo statunitense.