“Le Donne Terrestri partorivano Giganti [2]” di Federico Bellini

[Sala dei Giganti” di Giulio Romano, 1531-36. Palazzo Te, Mantova]

Mentre a tentoni procediamo nei meandri della Storia, risulta sempre più evidente come ci stiamo addentrando in un terreno sempre più complesso, se non addirittura minato. Quanto riportato sin qui presenta un corpus eterogeneo di fonti, documenti e testimonianze che, seppure verosimili e sovente ammantate di una buona dose di fantasia, possono aiutarci a meglio comprendere un quadro sempre più esauriente nei riguardi di quanto è stato sin qui approfondito. A cominciare dall’evidenza che nei tempi arcaici, o in buona parte dei molti Miti sparsi su ogni angolo della Terra, i Giganti non solo erano presenti, ma vagavano liberamente in ogni continente, senza alcuna difficoltà. Testimonianze in tal senso le abbiamo ad iniziare dalle rovine del “Tempio di Ain Dara“, situato nell’omonimo villaggio siriano, a nord-ovest di Aleppo. Costruito presumibilmente attorno al 1300 a.C., questo luogo di culto è simile, per la sua architettura e portata, al ben più famoso “Tempio di Salomone” di Gerusalemme. Nonostante gli archeologici dibattano ancori oggi a quale “Divinità” fosse dedicato, la mole di sculture e bassorilievi che lo adornano nelle sue pareti interne, non permettono ancora una ben chiara definizione del mistero che lo avvolge, seppure un reperto insolito ha da sempre colto l’attenzione degli studiosi. Al suo ingresso, infatti, sulla roccia del pavimento si trovano un paio di grandi impronte nude, mentre una terza è collocata oltre le prime due, a rappresentare un Gigante che con i suoi enormi piedi si dirige verso l’interno. Il fatto più sconcertante è che queste impronte misurano poco più di un 1 metro di lunghezza, e sarebbero appartenute, in proporzione, a un essere umano di quasi una ventina di metri di altezza.

Impronte di questo genere (in alcuni casi anche molto più grandi) si trovano anche in sud Africa, Australia, Sri Lanka, le Isole Fiji, persino in Texas, ma ciò che rende interessante il sito siriano, non è solo la somiglianza con il “Tempio di Salomone” descritto nella Bibbia, seppure sia stato costruito dal popolo degli Hittiti (un popolo di origine indoeuropea), ma anche la presenza massiccia di statue di sfingi e leoni, tra cui quella colossale in basalto di un felino. Si pensa, inoltre, che il Tempio, rimasto pressoché inalterato tra il 1300 a.C. e il 740 a.C., sia stato poi preso a modello dal popolo ebraico per progettare il loro Tempio a Gerusalemme. L’entrata dove si trovano le impronte gigantesche, è preceduta da un ampio cortile pavimentato con lastre di pietra, mentre l’intero edificio copre un’area approssimativa di 30×20 metri, per almeno quasi 3 metri di altezza, adornato di sculture di basalto con scolpiti animali e creature mitologiche. Ovviamente le impronte sono scolpite e non lasciate da un vero Gigante, ma il fatto che nella realizzazione architettonica si sia espressamente voluto realizzare questo artificio, infittisce un mistero di cui non si ha minimamente idea delle motivazioni di tale scelta, chi sia stato a crearle, né chi o cosa vogliono rappresentare, probabilmente a richiamare la presenza degli Dèi antichi e possenti, o il passaggio di umani dalle fattezze gigantesche e che magari, da quei popoli, furono riconosciuti come vere e proprie “Divinità“.

«Partendo de qui arrivassemo fino a 49 gradi a l’Antartico. Essendo l’inverno le navi intrarono in uno bon porto per invernarse. Quivi stessemo dui mesi senza vedere persona alcuna. Un dì a l’improvviso vedessemo un uomo, de statura de gigante, che stava nudo ne la riva del porto, ballando, cantando e buttandose polvere sovra la testa. Il capitano generale mandò uno de li nostri a lui, acciò facesse li medesimi atti in segno di pace, e, fatti, lo condusse in una isoletta dinanzi il capitano generale. Quando fu nella sua e nostra presenzia, molto se meravigliò e faceva segni con un dito alzato, credendo venissemo dal cielo. Questo era tanto grande che li davamo alla cintura e ben disposto: aveva la faccia grande e dipinta intorno de rosso e intorno li occhi de giallo, con due cuori dipinti in mezzo delle galte. Li pochi capelli che aveva erano tinti de bianco: era vestito de pelle de animale coside sottilmente insieme; el quale animale ha el capo et orecchie grande come una mula, il collo e il corpo come uno camello, le gambe di cervo e la coda de cavallo; e nitrisce come lui: ce ne sono assaissimi in questa terra. Aveva alli piedi albarghe de la medesima pelle, che coprono li piedi a uso de scarpe, e nella mano uno arco curto e grosso, la corda alquanto piú grossa di quella del liúto, fatta de le budelle del medesimo animale, con uno mazzo de frecce de canne non molto longhe, impennate come le nostre. Per ferro, ponte de pietra de fuoco bianca e negra, a modo de frezze turchesche6, facendole con un’altra pietra…» (“Relazione del primo viaggio intorno al Mondo” del 1524, Pigafetta)

Se pensate che le storie sui Giganti siano ascrivibili ad un lontano e oscuro passato preistorico, sappiate che siete in errore, perché una delle più recenti descrizioni risale proprio al XVI secolo, grazie ad un documento redatto in occasione del viaggio del famoso esploratore portoghese Fernão de Magalhães, meglio conosciuto come Ferdinando Magellano, dove è riscontrabile la prima descrizione dei Patagoni o “Giganti della Patagonia“. Seppure il famoso avventuriero non mise mai per iscritto il resoconto di quanto vide, poiché fu ucciso in una battaglia nel 1521 a Mactan nelle Filippine, – molto tempo prima del ritorno in Europa della sua nave -, e nonostante che ritornarono solo 18 uomini dei 260 che si imbarcarono con lui solamente due anni prima, tra di loro vi era però anche un italiano, un certo Antonio Pigafetta, che si occupò di documentare ogni cosa. Pigafetta sosteneva che fu Magellano a dare il nome di Patagão (o Patagoni) alla popolazione di quella regione, la Patagonia, seppure non descrisse come si arrivò a tale scelta, ma le interpretazioni tratte dalle culture locali o dalla traduzione del nome di quella regione, Patagonia, fece pensare che fosse la “Terra del Popolo dai Grandi Piedi”. Più accreditata sembra l’ipotesi che il nome derivi da Patagón, una creatura selvaggia descritta da Primaleón di Grecia, l’eroe di un romanzo spagnolo di Francisco Vázquez, pubblicato nel 1512, e tra i libri preferiti da Magellano. Questo infatti, molto probabilmente, accostò alla figura dei nativi Patagoni, vestiti di pelli e dediti ad una dieta a base di carne cruda, quella del Patagòn. Ma altre interessanti descrizioni sui “Giganti della Patagonia” sono state tratte anche da un resoconto del viaggio di Sir Thomas Cavendish[1]:

«Qui i selvaggi ferirono due uomini della compagnia con le loro frecce, che erano fatte di canna, e armate con pietre focaie. Erano una sorta di creature rudi e selvagge; e, a quanto pareva, una razza di Giganti, la cui misura di uno dei loro piedi era di 18 pollici di lunghezza, che, calcolando con la normale proporzione, darà circa 7 piedi e mezzo per la loro statura…»

Un altro che descrisse i Patagoni fu Charles de Brosses, che nel suo libro “Historie des navigations aux terres australes”, pubblicato nel 1756, così li descrisse:

«La costa del Porto Desire è abitata da Giganti alti da 15 a 16 palmi. Io stesso ho misurato l’impronta di uno di loro sull’argine, che era quattro volte più lunga di una delle nostre. Ho misurato anche i cadaveri di due uomini sepolti recentemente presso il fiume, che erano lunghi 14 palmi. Tre dei nostri uomini, che successivamente furono presi dalla Spagna sulla costa del Brasile, mi hanno assicurato che un giorno dall’altra parte della costa dovettero navigare a mare perché i Giganti cominciarono a gettare grandi blocchi di pietre di dimensioni sorprendenti dalla spiaggia vicino alla loro barca. In Brasile ho visto uno di questi Giganti che Alonso Díaz aveva catturato a Port Saint Julien: era solo un ragazzo, ma era già alto 13 palmi. Queste persone andavano in giro nude e avevano lunghi capelli; quello che ho visto in Brasile era sano all’apparenza e ben proporzionato per la sua altezza. Non posso dire niente sulle sue abitudini, non avendo passato del tempo con lui, ma il Portoghese mi disse che il Gigante non è meglio di altri cannibali lungo la costa de La Plata

Anche il capitano Cook scrisse, nel suo giornale di bordo, di una particolare “Razza di Giganti” che abitavano la Patagonia. Affermò anche di averne catturato uno, seppure questi riuscì a fuggire rompendo le corde che lo tenevano legato all’albero della nave, buttandosi poi in mare. Inoltre, in un altro passo di Cook, egli scrisse, sempre nel giornale di bordo, come questo “Essere” fosse alto 6 piedi e 3 pollici, cosa assai insolita in un tempo in cui l’altezza media di un uomo era di 5 piedi e 4 pollici, e che poteva stare facilmente sotto le braccia di uno di questi “Giganti“. Nel 1767 il capitano John Byron e la H.M.S. Dolphin tornò al porto e pubblicò “Voyage Round the World in His Majesty’s Ship the Dolphin” in cui scrisse:

«“… ponendo fine alla disputa che per due secoli e mezzo è viva tra geografi, in relazione alla realtà in cui vi fosse una nazione di persone di una tale stupefacente statura, della quale la concomitante testimonianza di tutti a bordo della nave Dolphin e Tamer ora non può lasciare dubbi.” In una successiva pubblicazione il capitano Byron, per precauzione, decise di regalare una serie di bigiotterie, collane, perline, nastri ai Patagoni, per convincerli del loro pacifico carattere, e il modo per darli a questi fu di fare sedere a terra i Patagoni in modo da facilitare la disposizione delle collane di perline attorno al collo, però “tale fu la loro stazza, che in questa situazione erano alti quasi quanto il Commodore in piedi.”»

La “Storia dei Giganti” continuò per oltre due scoli e mezzo, infondendo negli Europei la credenza che la Patagonia, fosse un luogo all’estrema periferia del Mondo, intriso di misteri. Questa mania per i Giganti finì, nel 1773, quando John Hawkesworth scrisse un compendio per la Marina dove, avendo raccolto anche le pubblicazioni di James Cook e di John Byron, evidenziò che questi erano stati a contatto con persone alte all’incirca due metri e quindi non propriamente “Giganti, ma di alta statura“. Da qui la moda dei “Giganti” diminuì, e altre piccole discussioni sulla statura dei nativi Patagoni riaffiorarono solamente nel XIX e XX secolo. A parte tutte queste testimonianze e smentite, persino ai nostri giorni ha fatto capolino la storia di un ennesimo “Essere Gigantesco“, apparso nientemeno che in Afghanistan qualche anno or sono. Il primo a parlarne fu un certo Steven Quayle che nel suo popolarissimo programma radiofonico “Coast to Coast“, menzionò un evento sino ad allora tenuto segreto dal Governo Americano, ovvero, di quando una Task Force USA, nel 2002, nel mentre si trovava in una zona desertica dell’Afghanistan alla ricerca di una squadra scomparsa, nel percorrere un tratto montuoso, si imbatté in una caverna. Sul terreno vi scorsero i resti dell’equipaggiamento militare dei loro commilitoni, completamente distrutto, poi entrarono nella caverna per ispezionarla, ma al suo interno vennero attaccati da un Gigante alto almeno 3 metri, con i capelli lunghi rossi, 6 dita alle mani e ai piedi, e una doppia fila di denti. Questo Gigante, secondo le testimonianze riportante da Quayle, avrebbe addirittura ucciso un soldato trafiggendolo con una lancia, prima che il resto della squadra lo sopprimesse, sparandogli al volto. Successivamente, il cadavere di questo “Essere“, si racconta che venne imballato e trasportato via elicottero in una località segreta per essere studiato.

Dalle altre poche informazioni trapelate, sappiamo che questo Gigante possedeva una folta barba rossa e dei lunghi capelli dello stesso colore, oltre al fatto che il suo corpo (stimato pensare almeno 500 kg) puzzava di un terribile odore di muschio e di sporco. Vestito di pelle e con ai piedi dei calzari simili a dei mocassini, impugnava un lungo giavellotto o lancia, con in cima una punta di ferro del peso di circa 6 kg. All’interno della grotta, oltre ad un numero imprecisato di pietre spaccate, vennero ritrovate anche ossa animali e umane, tipiche di una dieta carnivora e cannibale. Adesso spostiamoci a Llandudno (Galles del Nord), un villaggio costiero che ospita un’antica miniera di rame. L’area è posta a 220 metri sopra il livello del Mare d’Irlanda ed è conosciuta come la località del Great Orme Copper Mine. In questa miniera sono stati rinvenuti più di 2.500 martelli databili all’Età del Bronzo (3.500 anni fa circa), e si crede che le gallerie delle miniere siano lunghe diversi chilometri, anche se finora ne sono state esplorate ben poche. Sappiamo, però con certezza, che vi sono presenti nove livelli sotterranei e che più di 1.700 tonnellate di rame sono state asportate, un risultato incredibile se si pensa che la società di allora non aveva strumenti e tecnologie così potenti. Ebbene, la più grande mazza ad oggi in uso pesa circa 9 Kg, anche se abitualmente vengono comunemente usate quelle da 4.5 Kg, immaginate, però, di ingrandire questa mazza da 9 Kg talmente tanto da ottenere uno strumento dal peso di 27 Kg, che per essere adoperato deve possedere un manico di quasi 3 metri e una testa di metallo grande quanto un blocco di cemento; un tale strumento (ma anche uno più grande del peso di 30 Kg) fu rinvenuto alla “Miniera di Orme” dagli archeologi.

Adesso vertiamo la nostra ricerca alla Bibbia, al “Libro della Genesi“, dove si menziona una “Razza di Giganti” che a quel tempo esisteva sulla Terra. Non è chiara la loro provenienza, forse dai “Figli degli Angeli Caduti e dalle Femmine dell’Uomo“, sappiamo però che vennero anche menzionati con il nome/termine di Nephilim. Nei bassorilievi dei Sumeri (ma anche in quelli Egizi), vi sono notevoli evidenze di “Esseri” dalle fattezze umane ma dalle proporzioni enormi, i quali interagivano con “Uomini più piccoli“. Sovente con almeno sei dita nelle mani e dei piedi, si è ipotizzato che per controllare le due dita addizionali, il loro cervello avrebbe dovuto possedere una struttura diversa, più grande e complessa. A suffragio di tale ipotesi, ci sarebbero anche le innumerevoli strutture megalitiche sparse un po’ su tutto il pianeta, dal Sud America all’Egitto, dal Medio Oriente alle Isole Britanniche, sino ad arrivare all’Oceano Pacifico; Perù, Baalbek, Orcadi, Isola di Pasqua, tutte a sostegno della tesi che una “Razza di Giganti” possa essere esistita sulla Terra in un passato remoto. In particolare, l’America del Nord da sempre ha sfornato, con varie prove, una presenza massiccia di questi ipotetici “Esseri“, classificandoli con il termine “UPT”, o “Unique Physical Types” (Tipi Fisici Unici): scheletri di umanoidi giganteschi con cranio iper-esteso, dentatura extra (doppia o tripla fila di denti), rinvenuti solitamente nei tumuli funerari e nei cimiteri, molti dei quali associabili alla cultura arcaica di Hopewell, nota anche come “Tradizione Hopewell“, presente in vari complessi e rituali del sud-est degli Stati Uniti.

Tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, storici, antiquari e archeologi ne registrarono un po’ ovunque, specie negli Stati Uniti, anche se la più alta concentrazione di reperti fu localizzata nei tumuli della valle del fiume Ohio, e lungo il Mississippi. Tra di essi, menzionati anche in numerosi scritti collegati allo Smithsonian Institute, ricordiamo: Maggio 1841, Franklin (Kentucky), tra gli scheletri esumati dal terreno di una fattoria ne fu rinvenuto uno di dimensioni straordinarie (almeno il doppio di un uomo adulto); Contea di Jo Daviess (Illinois), una serie di tumuli funerari venne aperta dopo anni e gli scavatori vi trovarono un pozzo al centro che doveva essere stato scavato circa settanta centimetri al di sotto della superficie originale, le ossa trovate in quel pozzo appartenevano ad una razza di statura gigantesca, e lo scheletro era stato sepolto seduto con le gambe stese verso il centro; Kanawha Valley (West Virginia), fu rinvenuto lo scheletro di un uomo alto almeno due metri e mezzo; Dopo che il governo USA prese il controllo dell’Archeologia Americana nel 1900, il mondo accademico tracciò poi una linea politica di totale negazione dell’esistenza di tali anomalie, politica che sembra essere in voga ancora oggi, come l’episodio del “Gigante di Kandahar” sopra esposta. La “Razza dei Giganti“, o Nephilim, venne menzionata per prima nella Genesi, difatti l’etimologia della parola viene associata a “Giganti“, seppure secondo altre interpretazioni avrebbe il significato di “coloro che sono caduti“. La natura di questi Nephilim risulta complicata, dall’ambigua definizione, e in effetti vi sono due diverse interpretazioni sull’origine di tali “Esseri“:

  • 1) Essi sarebbero la discendenza di Seth. Nei “Rotoli di Qumran” il frammento 4Q417 contiene la più antica frase conosciuta di “Bambini di Seth”, affermando che Dio li aveva condannati per la loro “ribellione“. Altri antichi riferimenti sulla discendenza di Seth, che si sarebbe ribellata a Dio e unita con le “Figlie di Caino”, si trovano negli scritti del rabbino Shimon bar Yochai, di Augusto di Hippo, di Giulio l’Africano e nelle lettere attribuite a San Clemente. Anche la moderna “Bibbia Ortodossa” di Amharic l’Etiope presenta la stessa interpretazione.
  • 2) Essi rappresenterebbero la discendenza degli Angeli: un certo numero di antichi documenti si riferiscono ai Nephilim come ai “Figli del Cielo” o, appunto, Angeli. Vengono anche menzionati ne i “Rotoli del Mar Morto“, il “Libro di Enoch“, nei “Manoscritti di Ge’ez“, e nella moderna edizione del “Vecchio Testamento Pseudopigrafo“. Alcuni apologi cristiani come Tertulliano e Lattanzio, accomunati dalla stessa visione, sostennero che dovevano trattarsi di “Esseri Angelici” che si sarebbero uniti agli “Esseri Umani“. Da qui la lettera della Genesi che descrive i “Figli di Dio” (di natura divina, maschi) con le “Figlie degli Uomini” (di genere femminile e natura umana). Da un tale accostamento sembra evidente che i “Figli di Dio” fossero intesi come “Esseri Soprannaturali“.

Guadalcanal (nome in lingua originale Isatabu) è un’isola situata nell’Oceano Pacifico, appartenente all’arcipelago delle Isole Salomone. L’isola, la più estesa dell’arcipelago con i suoi 5336 km², è quasi interamente ricoperta dalla giungla (93%) e su di essa è situata la capitale dello stato delle Isole Salomone, Honiara. Ad essa è legata una leggenda, quella dei “Giganti di Guadalcanal” che vivrebbero all’interno delle catene montuose fra le immense foreste pluviali, nonché disporrebbero di vasti reticoli di caverne che coprono l’intera lunghezza della stessa isola. Molte persone del luogo, sostengono che attraverso questi reticoli sotterranei, i “Giganti” possano percorrere tutta l’isola senza vedere la luce del giorno, mentre altri ancora, pensano che la loro presenza numerica si possa contare nell’ordine delle migliaia; gli abitanti di Guadalcanal sono convinti che al di sotto delle montagne esista persino un’enorme “Città dei Giganti“. Di questi “Giganti“, secondo le varie testimonianze, ne esistono di tre tipi diversi, o specie: i più grandi, avvistati abbastanza frequentemente, sono alti più di tre metri ed hanno una lunga peluria castana o rossastra, inoltre presentano doppie sopracciglia molto sporgenti, protuberanti occhi rossi, naso piatto e una bocca dalla grande apertura. La versione intermedia, invece, presenta minori dimensioni e peluria meno fitta, mentre le versioni più piccole, meno pelose delle altre, per quanto più grandi dei comuni esseri umani, sono come dei selvaggi che vivono nella giungla. Nel 1998, presso Gold Ridge dove si stava allestendo una miniera, potenti bulldozer iniziarono a costruire strade e a spianare il terreno.

La miniera confina con la zona dei “Giganti” e sembrerebbe che questi ultimi abbiano un forte senso del territorio, tanto che quando una di queste imponenti macchine si ruppe, durante i lavori, ritrovandosi con uno dei giunti della pala fuori uso, essendo pomeriggio inoltrato gli addetti decisero di lasciare lì la pala e di riportare il bulldozer in officina per ripararlo durante la notte, e per poter riprendere l’attività la mattina successiva; il giorno dopo, però, la pala era sparita e tutti restarono interdetti. Come poteva essere sparito un oggetto così pesante, di oltre dieci tonnellate di peso? Iniziarono a perlustrare la foresta e capitò loro di notare delle impronte gigantesche, lunghe circa un metro, vicino al punto in cui avevano lasciato la pala che ritrovarono ad un centinaio di metri di distanza e su di una piccola collina. In base a ulteriori esami delle impronte, dedussero che i “Giganti” non l’avevano trasportata sin lì, ma bensì lanciata… Dell’antica città di Nan Madol, invece, ad oggi non restano che delle rovine situate lungo la costa orientale dell’isola di Pohnpei, una delle quattro suddivisioni amministrative degli Stati Federati di Micronesia. L’area archeologica è composta da circa 100 piccoli isolotti artificiali collegati fra loro da una rete di canali artificiali e con una estensione di circa 18 km². La più grande struttura ancora in piedi è il Nan Douwas, le cui mura perimetrali si innalzano per 8 m e gli edifici interni contengono cripte funerarie. Secondo analisi effettuate con il radiocarbonio, la costruzione di Nan Madol risalirebbe al 1200 d.C., ma dagli scavi archeologici effettuati si presume che la zona, forse, fosse abitata fin dal 200 a.C.

Nan Madol resta comunque uno straordinario sito archeologico che, insieme a diversi altri sparsi nell’area dell’Oceano Pacifico, costituisce uno dei grandi misteri della storia. Forse, a ritardare l’esigenza di uno studio serio e approfondito sulle rovine di Nan Madol, ha contribuito il fatto che uno dei primi ad occuparsene è stato, tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, un personaggio che non godeva di alcun credito presso la “Scienza Ufficiale“: il già citato colonnello britannico James Churchward, convinto sostenitore del “Continente Perduto di Mu“, e controverso studioso delle cosiddette “Tavolette Naacal“, trovate – a suo dire – in alcune località dell’India e, poi, della Mesoamerica, scritte in un linguaggio sconosciuto e che lui stesso avrebbe decifrato, ricavandone informazioni sconcertanti sulla storia più antica dell’Umanità. Per Churchward, il “Continente di Mu“, situato nella parte centro-meridionale del Pacifico, come sappiamo sarebbe stato la sede di un “Impero del Sole“, che avrebbe dato origine a tutte le antiche civiltà del pianeta, prima di essere distrutto da una serie di cataclismi naturali.

«Qui si trova ciò che considero il reperto più importante tra quelli rinvenuti in tutta l’area dei Mari del Sud. Si tratta delle rovine di un grande Tempio, una struttura che misura 90 metri di lunghezza e 18 di larghezza, con mura che nel 1874 erano alte nove metri e che a livello del suolo presentavano uno spessore di un metro e mezzo. Sulle pareti sono tuttora visibili i resti di alcune incisioni che rappresentano molti simboli sacri di Mu. L’edificio presentava canali e fossati, sotterranei, passaggi e piattaforme, il tutto costruito in pietra basaltica. Sotto il pavimento di forma quadrangolare vi erano due passaggi di circa nove metri quadrati, posti l’uno di fronte all’altro, che conducevano a un canale. Al centro della vasta superficie quadrangolare si trovava la stanza piramidale, senza dubbio il “Sancta Sanctorum”. Secondo le leggende indigene, molte generazioni fa, il Tempio venne occupato dai superstiti di una nave pirata che aveva fatto naufragio. Resti umani si trovano tuttora in uno dei sotterranei che i fuorilegge avevano usato come magazzino. Nessun nativo si avvicina volentieri alle rovine, che hanno fama di essere infestate da spiriti malvagi e fantasmi chiamati “mauli”. A Ponape vi sono anche altri reperti, alcuni adiacenti alla costa, altri sulla sommità delle colline, alcuni addirittura in radure al centro dell’isola; tutti però sono accomunati dal fatto di essere stati eretti in zone da cui era possibile vedere l’Oceano. In una radura c’è un cumulo di pietre, che occupa una superficie di cinque o sei acri e che pare essere collocato su una base sopraelevata; intorno ad esso si notano i resti di ciò che un tempo poteva essere un fossato o un canale. Ai quattro angoli delle rovine, che corrispondono ai punti cardinali, i mucchi di pietre sono più alti, dal che si desume che l’edificio aveva presumibilmente forma quadrata. Personalmente ritengo che i resti di Ponape appartengano a una delle città principali della Madrepatria, forse una delle “Sette Città Sacre”. È impossibile stimarne la popolazione, di certo era una città di grandi dimensioni, forse abitata da centomila persone.» (“Mu, il Continente Perduto” di James Churchward)

Churchward considerava Nan Madol come uno dei numerosi tasselli del mosaico che faceva, a suo dire, emergere i resti dello scomparso “Continente di Mu“. Tra gli altri, egli cita (oltre ai resti dell’Isola di Pasqua): le due enormi colonne sormontate da un arco dell’atollo corallino di Tonga-Tabu; le Piramidi delle isole di Guam, di Tinian e dell’isola Swallow; le ciclopiche mura delle isole di Lele e di Kusai (sempre nelle Caroline); le mura delle Isole Samoa; le colonne di pietra, a forma di tronco di piramide delle Marianne; la grande rovina sulla collina di Kuku, a 30 miglia da Hilo, nell’arcipelago delle Hawaii; i reperti delle isole Marchesi nella Polinesia orientale, ed altro ancora.

«La zona delle rovine è sorprendentemente grande, si tratta di costruzioni simili a colonne di basalto esagonali e ottagonali (si dice che in tutto siano 400.000), disseminate su una lunghezza di oltre 24 km.; alcune superano in grandezza e in peso i blocchi della Piramide di Cheope. In passato il luogo portava il nome di Soun Nal-Leng, ossia “Scogliera del Cielo” e le leggende della Micronesia affermano che i massi giunsero sul posto in volo; vi sono mura alte fino a 10 metri. Costituiscono un enigma le pietre da catapulta perfettamente levigate e grandi quanto un uovo di struzzo rinvenute fra le rovine, dacché in tempi storici la catapulta non fu una macchina di guerra nota ai micronesiani. Aperture praticate nel suolo immettono in camere sotterranee. La maggior parte delle costruzioni (mura, strade, canali) giace sommersa nel mare che le circonda; quindi è possibile che Nan Madol rappresenti le vestigia di una cultura del Mari del Sud, scomparsa per una catastrofica inondazione e della quale ignoriamo sia l’epoca che l’origine. Dalle prove col metodo C14 le costruzioni risalirebbero al 1180 d.C., ma è una data che sembra troppo recente per questa straordinaria, deserta città di pietra dove i micronesiani odierni non osano inoltrarsi per timore degli Spiriti. Nelle loro leggende spesso figurano dei protagonisti Giganti (i Kauna) e nani preistorici che vivevano sottoterra, nonché un drago esperto di magia che aveva collocato alloro nei blocchi facendoli volare. Strana è la notizia diffusa dai giapponesi prima del 1939, i quali assicuravano di aver trovato tesori sommersi nelle acque dell’arcipelago Platin. (…) Nan Madol significa “Luogo dello Spazio”, un termine ambiguo che potrebbe significare molte cose. Le rovine furono esplorate nel XIX secolo dal missionario J. Hale. I nativi si tramandano inoltre, nelle loro leggende, l’episodio di un’occupazione dell’isola di “Uomini con la pelle così dura che li si sarebbe potuti ferire soltanto colpendoli agli occhi”. Può darsi però che questo sia il ricordo di uno sbarco e di successivi scontri con i portoghesi, che nel 1595 incrociavano in queste acque, e che la “pelle dura” di cui parlano fossero semplicemente le armature che li proteggevano.» (“Dizionario UFO“, Ulrich Dopatka)

Allo stato attuale non è possibile sapere se vi sia qualcosa di vero, o meno, nelle teorie del colonnello Churchward, ovvero se Nan Madol sia una delle vestigia del “Continente Scomparso di MU“, ma moltissimi altri siti archeologici anomali si trovano sparsi in quasi ogni continente, aspettando di trovare una soluzione agli enigmi che ci mostrano, ancora oggi, attraverso le loro mute vestigia. Oltre ai misteri dell’Archeologia, nel corso di questi ultimi anni ci sono pervenute anche storie anomale di Isole che appaiono e scompaiono, una di queste è appunto Sandy Island (talvolta chiamata in francese Île de Sable) una vera e propria isola fantasma del Mar dei Coralli tra l’Australia e la Nuova Caledonia, in acque territoriali francesi. L’Isola apparve persino su alcune mappe, tra cui quelle disegnate da James Cook nel 1774, così come su “Google Maps“, mentre su “Google Earth” erano visibili solo dei pixel neri sino a non pochi anni fa. Nel 1979 il servizio idrografico francese, in seguito ad una campagna di rilevazioni aeree, rimosse l’Isola dalle proprie mappe, mentre fino a quella data molte di esse indicavano, accanto alla denominazione della stessa, l’abbreviazione ED (esistenza dubbia), riportandone la possibile presenza per un principio di estrema cautela. Nel 2000, alcuni radioamatori della DX-pedition affermarono che l’Isola non esiste, mentre una ricerca del 2004, analizzando un’eruzione del 2001-2002 di un vulcano presso le isole Tonga, dimostrò che la pietra pomice galleggiante, eruttata dal vulcano stesso, era passata a 20 km di distanza dal punto in cui l’esistenza di Sandy Island era stata indicata, proponendo l’ipotesi che quanto visto dai navigatori, e riportato sulle mappe, fosse in realtà un aggregato di pietra pomice di passaggio.

Nel 2012 una spedizione di scienziati australiani del “Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation” certificò che non ci sono isole in quella zona e che il mare è profondo oltre 1.400 metri. Ma la vicenda di Sandy Island, si ricollega stranamente a quella raccontata nella serie televisiva “Lost” creata da J.J. Abrams, Damon Lindelof e Jeffrey Lieber[2]. Luogo di ambientazione principale della serie è una misteriosa isola del sud del Pacifico sulla quale precipita il Boeing 777 del volo Oceanic Airlines 815. Essa presenta proprietà scientifiche straordinarie, tra le quali la possibilità di curare alcune malattie, viaggiare nello Spazio-Tempo, oltre alle sue strane proprietà elettromagnetiche dovute alla presenza di una sacca energetica sotterranea, e che ne rendono molto difficoltoso il raggiungimento via mare o per via aerea. Infatti, l’Isola di Lost è circondata da uno scudo di energia elettromagnetica che causa una dislocazione temporale e la morte di chi tenti di attraversarla. Il Progetto DHARMA riuscì poi a localizzare l’isola apprendendo le informazioni della sua ubicazione dall’esercito americano. Il “Progetto“, infine, si stabilì sull’isola e costruì il “Lampione“, una stazione situata fuori dall’isola, nei sotterranei di una Chiesa di Los Angeles, che aveva lo scopo di individuare e prevederne la posizione durante i suoi spostamenti; tale isola, tra l’altro, poteva essere fisicamente spostata nello Spazio, come molti dei suoi personaggi. Altre isole, però, condividono questa strana particolarità di apparire e scomparire, proprio come raccontato in “Lost“. Anticamente era conosciuta Antilia, o Antillia, isola leggendaria localizzata nell’Oceano Atlantico occidentale, nota anche come “L’Isola delle Sette Città o Isola di San Brendano“.

L’origine del nome non è chiara, perché “Antilia” sembra significare anti-isola, ossia isola-opposta, forse opposta al Portogallo, oppure Isola posta simmetricamente al di là delle Colonne d’Ercole. La parola in qualche modo può richiamare Atlantide e non è escluso che i due miti si siano parzialmente sovrapposti, o che Antilia sia una versione ridotta di Atlantide. Nella “Vita di Sertorio” (capitolo 8 di “Vite Parallele“) Plutarco scrive che il comandante romano Quinto Sertorio, dopo una campagna in Mauretania (odierno Marocco), incontrò dei marinai che affermavano di essere tornati dalle “Isole dei Beati“, distanti dall’Africa 10.000 stadi (2.000 km) con un clima tropicale ed una vegetazione lussureggiante. Nel corso dei secoli, Antilia è stata oggetto di numerose ricerche, sia immaginarie che reali, tanto che nel 1447 vi sarebbe arrivato un vascello portoghese, trovandovi una popolazione che parlava la stessa lingua; meno fortunate furono le spedizioni reali dei due Fernão, Telles e Dulmo, che nel 1475 e nel 1486 cercarono invano l’isola favolosa. Nel Cinquecento, esploratori come Álvar Núñez Cabeza de Vaca e Francisco Vásquez de Coronado, continuarono a cercare le “Sette Città di Cibola“, ma nel sud-ovest del Nord America. Altra isola dalle stesse caratteristiche fu anche Hy Brazil o Brazil o Brasil, un’isola leggendaria che si pensava si trovasse nell’Oceano Atlantico. Plinio il Vecchio la chiamò “insulae purpuraricae” e per secoli si ritenne la sua esistenza certa tanto che i geografi la disegnarono sulle loro carte fino al 1853. Generalmente si ritenne che Hy Brazil si trovasse nel mezzo dell’Oceano, a centinaia di miglia ad ovest dell’Irlanda. Secondo la leggenda scomparve inghiottita dal mare, non si sa come e né quando, inoltre, dalla forma stranamente “tonda”, aveva al suo interno un’unica città piena di templi, oltre ad essere abitata da una civiltà antica ma molto progredita.


[1] Sir Thomas Cavendish è stato un navigatore, esploratore e corsaro inglese noto con il soprannome di “The Navigator“. Fu il primo uomo a tentare volontariamente di circumnavigare il globo terrestre, in quanto le precedenti spedizioni di Magellano, Loaisa, Drake e Loyola non erano state organizzate con quell’intento.

[2] Prodotta da ABC, Bad Robot e Grass Skirt Productions, la serie è stata trasmessa negli Stati Uniti dal 2004 al 2010.