“Nessuna forma, sostanza, emanazione” [1]

Nessuna forma, sostanza, emanazione, essenza, Luce. Il “Vuoto Assoluto“, così come l’Assoluto ha utilizzato quel Vuoto per comprendersi. L’Assoluto è al di là di ogni nostra comprensione umana, e nessuna espressione, similitudine o descrizione che noi possiamo concepire, sarà mai in grado di darcene un’adeguata idea. Laddove la Manifestazione comporta il formarsi dei Limiti, possiamo soltanto caratterizzare l’Assoluto come l’Illimitato, così come lo è stato il Vuoto prima della Creazione. Nessuno SpazioTempo o Punto, come in una “Cartella Vuota” non-creata su di un Computer, ma già pensata dal suo Creatore e in attesa di essere concepita e riempita di future Idee. Immoto, silenzioso più del silenzio: muto, cieco, informe, non-grezzo, indefinibile, inconcepibile. Nulla di attualmente conoscibile nell’intelletto umano, può dare una chiara descrizione di questo stato originario, prima della nascita dell’Universo a noi oggi conosciuto.

Così come l’attuale Universo è per noi in buonissima parte ancora sconosciuto, dato che abbiamo calcolato che siamo in grado di vedere e/o percepire solo un misero e scarso 5% della sua Materia visibile, disconoscendo il restante 95% composto di Energia e Materia definita, erroneamente, Oscura. E da questo assurdo concetto, come possiamo immaginarci tale “Nulla“? Semplice, mediante il concetto di “Astrazione“? Il termine deriva dal latino abstractio e che a sua volta riprende quello greco, aphàiresis, che in senso generico cerca di disvelare quel procedimento del pensiero per il quale si isola un elemento da tutti gli altri, ai quali è comunque connesso, considerandolo come un unico (e Assoluto) oggetto di ricerca. Secondo la logica classica, è insieme alla generalizzazione, un metodo per ottenere concetti universali, appunto, ricavandoli dalla “Conoscenza Sovrasensibile“. Procedendo con questo metodo, mi avvarrò adesso del contributo di vari passaggi, tratti tra i più antichi testi mitologico/religiosi del nostro pianeta.

«All’inizio, mio caro, null’altro vi era che l’Essere (sat) senza Dualità. Altri in verità dicono: “All’inizio vi era il Non-Essere (a-sat), senza Dualità; da questo Non-Essere nacque l’Essere.” Ma come potrebbe essere possibile? Come può l’Essere nascere dal Non-Essere? In verità al principio delle cose, c’era l’Essere Puro, unico e senza secondo.» (Chāndogya Upanishad VI, 2,1-2)

In questo modo il saggio Aruni[1] pose il problema dell’origine degli Déi, del Cosmo e degli Uomini. Con i metodi dello Yoga, – che avevano quasi sicuramente imparato dagli abitanti più antichi dell’India (i Dravidi-Mediterranei), gli Ariani erano arrivati ad essere consapevoli, attraverso l’introspezione, di un “Vuoto” profondamente nascosto nel cuore dell’Essere Umano, di uno stato di assoluta immobilità, impossibile da descrivere, oltre il pensiero ed il sogno, della stessa percezione e della Conoscenza, oltre lo Spazio e il Tempo. Si erano persino chiesti a cosa potesse corrispondere tale stato misterioso e fondamentale, questo nucleo così “Vuoto” dell’Essere Vivente. Perché ogni volta che tentiamo di arrivare alla sorgente di un qualsiasi aspetto del Manifesto, tendenzialmente siamo portati a pensare che esista, al di là delle forme o delle apparenze, e dove il modo più evidente per definirlo è il concetto di “continuum“. I filosofi indiani concepirono, così, il “Vuoto Assoluto” come un “continuum senza limiti“, indifferenziato e indivisibile che chiamarono Etere (Ākāśa o Akasha) in cui poi furono costruite tutte le suddivisioni successive dello “Spazio Relativo“.

La percezione visibile che abbiamo dei Corpi Celesti nell’Universo visibile, e dei loro movimenti, crea un’illusione in cui la ripartizione appare fittiziamente reale soltanto per le nostre limitate capacità di comprensione, perché in realtà, secondo la filosofia indiana, “lo spazio interno della giara non è veramente separato dallo spazio esterno.” Non vi era alcuna distinzione quando la giara non era ancora stata fabbricata, non ve ne sarà quando sarà riempita, come nemmeno ve ne sarà quando si frantumerà. Questo “continuum“, pertanto, non potrà essere distinto nemmeno durante l’esistenza della giara stessa, perché essa è solo un’apparenza. Lo Spazio, le sue divisioni, classificazioni, forme, etc., sono soltanto illusioni e le loro dimensioni esistono solo nell’ottica della percezione. Il “Nulla” è quindi potenziale principio della futura esperienza e corrisponde perfettamente alla beatitudine, la gioia pura, assoluta, che non è altri la natura ultima dell’esistenza stessa, o “Estasi“.

«Egli (L’Essere Assoluto), in verità [non] è [che] sensazione.» (Taittirīya Upaniṣhad 2,7)

Per questo motivo i meditatori ricercavano l’esperienza della beatitudine, senza limiti, perché implicava per loro raggiungere la realizzazione di un “Tempo Assoluto“, l’attimo presente delle cose, l’Eternità, liberandosi così da qualsiasi legame. E lì si trova l’abisso primordiale, la bocca spalancata, la giara, la “caverna che canterà“, il singing o supernatural ground degli Eschimesi, la “fessura nella roccia” delle Upanishad o il Tao degli antichi cinesi, da cui il Mondo sarà emanato “Come un Albero”, tutte immagini del primigenio “Nulla o Vuoto o del Non-Essere“, da cui spirerà il soffio appena percepibile del Creatore, perché quando questo soffio o suono, nato dal “Vuoto“, frutto di un pensiero farà vibrare il “Nulla“, esso si propagherà creando lo Spazio. L’Abisso Primordiale è, per i miti antichi, un “fondo di risonanza” e il suono che ne scaturisce deve essere considerato come la prima forza creatrice, che nella maggior parte delle mitologie è personificata nei successivi Dèi Cantori (sub-creatori).

«Quando in alto non aveva nome il Cielo, quando in basso non aveva nome la Terra […] Quando i giuncheti non erano ancora fitti né i canneti visibili; quando nessun Dio era ancora apparso né aveva ricevuto alcun nome, né subito alcun destino…»

Così è narrato nella cosmologia assiro-babilonese, all’interno di un poema appartenente alla Biblioteca del re Assurbanipal (VII secolo a.C.), in sette tavolette d’argilla e che furono rinvenute negli scavi di Ninive, in Mesopotamia.

«Dunque, per primo fu il Chaos, e poi Gaia dall’ampio petto, sede sicura per sempre di tutti gli immortali che tengono le vette dell’Olimpo nevoso, e Tartaro nebbioso nei recessi della terra dalle ampie strade, e poi Eros, il più bello fra gli Dèi Immortali, che rompe le membra, e di tutti gli Dèi e di tutti gli uomini doma nel petto il cuore e il saggio consiglio. Da Chaos nacquero Erebo e nera Nyx. Da Nyx provennero Etere e Hemere, che lei partorì concepiti con Erebo unita in amore.» (Esiodo, Teogonia, 116 -125. Traduzione di Graziano Arrighetti, in Esiodo Opere: 1998 Einaudi-Gallimard; 2007 Mondadori)

Originariamente la parola Chaos, per i greci antichi, non aveva l’attuale connotazione di “disordine”, e che sovente ritroviamo nell’uso della parola comune “Caos”, perché all’epoca veniva inteso come “Spazio Beante”, “Spazio Aperto”, “Voragine”, da qui anche “fesso, fenditura, burrone“, simbolicamente “Abisso” e dove vi sono anche “tenebrosità e oscurità“. Esiodo lo descrive come eghèneto, non il principio quindi, ma ciò che da questo per primo appare, che non esisteva dall’Eternità, che si manifesta d’improvviso perdurando persino anche dopo che si saranno sviluppati gli Dèi, in quanto “Spazio di Fondo“, o un “Buco Nero dell’Universo“. In esso si ravvisa, quindi, la personificazione astratta dello stato primordiale di “Vuoto”, il gorgo buio che risucchia ogni cosa in un abisso senza fine, la gola spalancata, anteriore alla generazione del Cosmo e dalla quale emersero i successivi Dèi e gli Uomini. La cosa più interessante di Esiodo, che ricordiamoci è stato un poeta greco antico del VIII-VII secolo a.C., è che questo Chaos non coincide con quello che i posteri filosofi, a partire da Talete[2], identificarono come il principio di tutte le cose, o in Anassimandro[3] che lo concepì nel termine Archè[4], ma l’origine di cose che prima non vi erano, l’Entità Eterna ma che non esiste dall’Eternità stessa.

Ma la Teogonia di Esiodo cela ben altre verità, perché è qualcosa di molto più profondo ed iniziatico, si tratta del secondo poema epico della Grecia antica giuntoci interamente, dopo i due poemi omerici, dove il poeta qui tenta di dare ordine all’inestricabile sistema di racconti e dei personaggi divini della mitologia greca, partendo da un preciso punto storico sull’origine del Cosmo, proseguendo fino alla vittoria dei 12 Olimpi contro i Titani nella “Titanomachia“. Il poema cosmogonico inizia con un inno alle Muse che si avviano all’Olimpo, dove Esiodo fa un breve excursus della sua iniziazione come poeta, voluta per desiderio divino sul Monte Elicona, segue poi il racconto delle origini degli Dèi, dove all’inizio non esisteva altro che il Caos, abisso senza fondo, da cui nacquero, come abbiamo letto, Gea (la Terra), il Tartaro e poi Eros.

«Principio degli Esseri è l’infinito… da dove infatti gli Esseri hanno origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo.» (Anassimandro, in SimplicioDe Physica, 24, 13)

Dopo queste bellissime riflessioni dei nostri più grandi pensatori del passato, non possiamo però tenere almeno in considerazione le ultime scoperte scientifiche nel campo della Cosmologia, ovvero, di quella scienza che ha come oggetto lo studio dell’Universo nel suo insieme e che cerca di spiegarne origine ed evoluzione. Legata strettamente alle radici storiche mitologiche, filosofiche e religiose del pensiero umano sull’origine di tutte le cose (Cosmogonie), così come nei grandi sistemi filosofico-scientifici pre-moderni, quali il “Sistema Tolemaico“, l’attuale Cosmologia è una scienza fisica nella quale convergono diverse discipline, come l’Astronomia, l’Astrofisica, la “Fisica delle Particelle“, la “Relatività Generale“, etc.

Tra le più interessanti teorie in circolazione vi è quella del “Modello Ciclico dell’Universo“, dopo che, secondo una ricerca, furono scoperte delle onde concentriche nella radiazione cosmica di fondo. Anni fa, analizzando questa radiazione cosmica di fondo, o CMB (Cosmic Microwave Background, la radiazione elettromagnetica residua del Big Bang che permea tutto l’Universo nello spettro delle microonde), alcuni ricercatori notarono degli “anelli”, simili ai cerchi concentrici generati da un sasso lanciato in uno stagno, all’interno dei quali la temperatura è più uniforme che nel resto della CMB, ed inizialmente ipotizzarono che fossero tracce di collisioni tra Buchi Neri avvenute in un Universo precedente. Quando due Buchi Neri si scontrano emettono onde di energia dette onde gravitazionali, e quanto più massicci sono i Buchi Neri, più numerose e potenti saranno queste onde. A loro volta, queste onde, distorcono letteralmente la trama dello Spazio-Tempo, lasciando traccia del loro passaggio in forma di anelli concentrici; lo stesso processo, quindi, sarebbe avvenuto tra il passaggio o il riciclaggio tra un Universo pre-esistente al nostro attuale, tanto da ipotizzare che potrebbero essere esistiti, o esisteranno in futuro, persino innumerevoli altri universi.

Ogni “Ciclo dell’Universo” ha una durata dalla lunghezza inimmaginabile, molto più dei 13,7 miliardi di anni, di cui si calcola essere la sua età corrente. All’inizio di un nuovo “Ciclo” avviene quindi un Big Bang, a cui fa séguito, nel corso del tempo e nel nuovo Universo appena nato, un’evoluzione continua dove il magma informe di particelle omogenee si fa via via più ordinato in un insieme di strutture sempre più complesse, composto poi di GalassieStellePianeti, eventuali forme di Vita, etc. Contemporaneamente, l’Universo, ad una velocità sempre maggiore si espande, probabilmente a causa dell’effetto della misteriosa “Energia Oscura“, come inevitabilmente, tutta la Materia, viene sovente fagocitata dai “Buchi Neri Super-Massicci” annidati nel cuore delle galassie più grandi, come anche all’interno della nostra Via Lattea. I Buchi Neri, così, crescono, scontrandosi e fondendosi, diventando dei veri e propri mostri cosmici di proporzioni immense, dove alla fine arrivano, per contro, a consumare addirittura tutta la Materia a loro disposizione.

Dopodiché, come spiegato anche nella celebre teoria di Stephen Hawking del 1970, una volta che questi Buchi Neri smettono di fagocitare Materia, iniziano ad “evaporare”, perdendo la loro massa sotto forma di radiazioni e, passati molti miliardi di anni ancora, l’Universo tornerebbe ad essere un mare di particelle uniformi. A questo punto, l’Universo subirebbe la sua ultima trasformazione, perché contraendosi in un punto di dimensioni infinitesimali, si verrebbe a creare nuovamente una “singolarità“, condizione per il verificarsi di un nuovo Big Bang, pertanto, tale teoria, spiegherebbe un’infinita sequenza di universi che si “riciclano” l’uno nell’altro e di cui il nostro sarebbe il più recente. La “Relatività Generale” di Albert Einstein, prevede che all’origine, nel momento del Big Bang, tutta la Materia presente nel nostro Universo doveva essere concentrata in un unico punto, una “singolarità”, a densità e curvatura dello Spazio-Tempo, infinite. Nell’odierna Cosmologia, però, l’idea che la “Relatività preveda il raggiungimento di valori infiniti, significa che non è una teoria adatta a descrivere il Big Bang stesso, in quanto l’infinito nel Mondo Fisico si presume non esiste.

Da qui nasce la “singolarità adimensionale” con una “sfera primordiale” a densità finita, inserita in un contesto di continuità con Universi precedenti o paralleli, e se ci pensiamo bene non è poi dissimile dalla visione indiana della giara, dove “lo spazio interno della giara non è veramente separato dallo spazio esterno”, in quanto non vi era alcuna distinzione quando la giara non era ancora stata fabbricata, non ve ne sarà quando sarà riempita, come nemmeno ve ne sarà quando si frantumerà… E questo “continuum“, come già sopra descritto, non potrà essere distinto nemmeno durante l’esistenza della giara stessa, perché essa è solo una apparenza, pertanto, lo Spazio, e le sue divisioni, classificazioni, forme, etc., sono soltanto illusioni e le loro dimensioni esistono solo nell’ottica della percezione, dove il “Nulla” sarebbe nient’altro che potenziale principio di una futura esistenza completamente da inventare.


[1] Aruni (VIII secolo a.C.), indicato anche come Uddalaka o Uddalaka Aruni, è un venerato saggio vedico dell’Induismo. Menzionato in molti testi sanscriti di epoca vedica, i suoi insegnamenti filosofici sono tra i pezzi centrali del Brihadaranyaka Upanishad e del Chandogya Upanishad, due delle più antiche scritture Upanishadiche. Un famoso insegnante vedico, Aruni visse alcuni secoli prima del Buddha, attrasse studenti provenienti da regioni lontane del subcontinente indiano, alcuni dei suoi studenti come Yajnavalkya sono ancora oggi venerati per le loro idee nelle tradizioni indù; sia Aruni che Yajnavalkya sono tra gli insegnanti di Upanishad più frequentemente menzionati nell’Induismo. Egli si pose domande metafisiche, sulla natura della realtà e della verità attraverso l’osservazione costante del cambiamento. Da queste domande, inserite in un dialogo con suo figlio, presenta il “Concetto di Ātman” (Anima, Sé) e Sé Universale, immutabile ed eterno.

[2] Talete di Milèto (Mileto, 640 a.C./625 a.C. – 547 a.C. circa) è stato un filosofo greco antico, comunemente è considerato, da Aristotele in poi, il primo filosofo della storia del pensiero occidentale.

[3] Anassimandro (Mileto, 610 a.C. circa – 546 a.C. circa) è stato un filosofo greco antico presocratico e il primo cartografo.

[4] L’Archè (in greco ἀρχή, «principio», «origine») rappresenta per gli antichi greci la forza primigenia che domina il Mondo, da cui tutto proviene e a cui tutto tornerà.