“Nessuna forma, sostanza, emanazione” [2]

“L’Universo è un ciclo infinito. Mai nato e mai morto. Ce sempre stato perché è solo un idea in essere. Ciò che vediamo è il riflesso delle idee che si specchiano all’interno di una ‘Sfera’ che chiamiamo Cosmo. Se finirà sarà solo perché qualcuno esaurirà quell’idea. L’Universo esiste perché siamo noi a farlo esistere, pensandolo al centro di ogni cosa.”

Nessuna forma, sostanza, emanazione, essenza, Luce. Il “Vuoto Assoluto“, così come l’Assoluto ha utilizzato quel “Vuoto” per comprendersi. L’Assoluto è al di là di ogni nostra comprensione umana, e nessuna espressione, similitudine o descrizione che noi possiamo concepire, sarà mai in grado di darcene un’adeguata idea. Laddove la Manifestazione comporta il formarsi dei Limiti, possiamo soltanto caratterizzare l’Assoluto come l’Illimitato, così come lo è stato il “Vuoto” prima della Creazione. Nessuno SpazioTempo o Punto, come una “Cartella Vuota” non-creata su di un Computer, ma già pensata dal suo ipotetico Creatore, in attesa di essere concepita e riempita di future Idee. Immoto, silenzioso più del silenzio: muto, cieco, informe, non-grezzo, indefinibile, inconcepibile. Nulla di attualmente conoscibile, nelle nostre capacità intellettive umane, può dare una chiara descrizione di questo stato originario prima della nascita dell’Universo. Così come l’attuale Universo è per noi in buonissima parte ancora sconosciuto, dato che abbiamo calcolato che siamo in grado di vedere e/o percepire solo un misero e scarso 5% della sua Materia visibile, disconoscendo il restante 95% composto di Energia e Materia definita, erroneamente, Oscura, dove possiamo solo immaginarci tale “Nulla” attraverso l’Astrazione.

«All’inizio, mio caro, null’altro vi era che l’Essere (sat) senza Dualità. Altri in verità dicono: “All’inizio vi era il Non-Essere (a-sat), senza Dualità; da questo Non-Essere nacque l’Essere.” Ma come potrebbe essere possibile? Come può l’Essere nascere dal Non-Essere? In verità al principio delle cose, c’era l’Essere Puro, unico e senza secondo.» (Chāndogya Upanishad VI, 2,1-2)

Il termine Astrazione deriva dal latino abstractio, e che a sua volta riprende quello greco, aphàiresis, e che in senso generico cerca di disvelare quel procedimento del pensiero per il quale si isola un elemento da tutti gli altri, comunque connesso, considerandolo come un unico (e assoluto) oggetto di ricerca; secondo la logica classica, è insieme alla generalizzazione, un metodo per ottenere o acquisire, concetti universali ricavandoli dalla “Conoscenza Sovrasensibile“. Procedendo con questo metodo, i popoli antichi che ci hanno preceduto, erano persino arrivati a porsi il problema dell’origine degli Déi, del Cosmo e degli Uomini. I vari metodi di introspezione meditativa ancora oggi utilizzati, che il misterioso popolo degli Arii[1] aveva assimilato dagli abitanti più antichi dell’India (i Dravidi-Mediterranei[2]), avevano permesso di comprendere l’esistenza di un “Vuoto” profondamente nascosto nel cuore dell’Essere Umano, di uno stato di assoluta immobilità impossibile da descrivere, oltre il Pensiero ed il Sogno, della stessa percezione e della Conoscenza, oltre persino dello Spazio e del Tempo.

Si erano addirittura chiesti a cosa potesse corrispondere tale stato misterioso e fondamentale, questo “Nucleo Vuoto dell’Essere Vivente“, tanto che i filosofi indiani arrivarono a concepire il “Vuoto Assoluto” come un “continuum” senza limiti, indifferenziato e indivisibile che chiamarono Etere (Ākāśa o Akasha), in cui poi furono costruite tutte le suddivisioni successive dello “Spazio Relativo“. La percezione visibile che abbiamo dei vari Corpi Celesti nell’Universo conosciuto, dei loro movimenti, e di tutto ciò che vi abita, crea un’illusione in cui la ripartizione appare fittiziamente reale soltanto per le nostre limitatissime capacità di comprensione, perché in realtà, secondo l’antica filosofia indiana, “lo spazio interno della giara non è veramente separato dallo spazio esterno.” In questo assunto, perciò, non vi era alcuna distinzione quando la giara non era ancora stata fabbricata, come non ve ne sarà quando sarà riempita, come nemmeno ve ne sarà quando si frantumerà. Questo “continuum“, pertanto, non potrà essere distinto nemmeno durante l’esistenza della giara stessa, perché essa è solo un’apparenza. Lo Spazio, le sue divisioni, classificazioni, forme, etc., sono soltanto illusioni e le loro dimensioni esistono solo nell’ottica della percezione umana.

«Egli (L’Essere Assoluto), in verità [non] è [che] sensazione.» (Taittirīya Upaniṣhad 2,7)

Per questo motivo i meditatori ricercavano l’esperienza della beatitudine, senza limiti, perché implicava, per loro, di raggiungere la realizzazione del “Tempo Assoluto“, l’attimo presente delle cose, l’eternità, liberandosi così da qualsiasi legame. E lì si trova l’abisso primordiale, la bocca spalancata, la giara, la “caverna che canterà“, il singing o supernatural ground degli Eschimesi, la “fessura nella roccia” delle Upanishad o il Tao degli antichi cinesi, da cui il Mondo sarà emanato “Come un Albero”, tutte immagini del primigenio “Nulla o Vuoto o del Non-Essere“, da cui spirerà il soffio appena percepibile del Creatore, perché quando questo soffio o suono, nato dal “Vuoto“, e frutto di un pensiero farà vibrare il “Nulla“, esso si propagherà creando lo Spazio. L’Abisso Primordiale, pertanto, fu per i miti antichi un “fondo di risonanza”, e il suono che ne scaturisce venne considerato come la prima forza creatrice, che nella maggior parte delle mitologie fu poi identificato nei successivi Dèi Cantori (o sub-creatori).

Questi concetti di millenaria memoria divennero poi il fulcro della ricerca successiva, specie di quelle popolazioni Indoarie e poi Indoeuropee di cui ancora oggi facciamo parte, ovvero di quando gli Arii (provenienti da una zona remota e ancora sconosciuta dell’emisfero nord del Mondo, nel II millennio a.C., dapprima scesero verso l’India, mescolandosi con le popolazioni Dravidiche ivi presenti, e poi si imposero su un ampio territorio ad ovest, comprendente l’Iran, il Caucaso, la Turchia, i Balcani e l’Europa), originarono quelle Civiltà successive dalle quali discendiamo e attingiamo ancora a piene mani, tutte le nostre conoscenze filosofiche, spirituali e religiose: Celti, Greci, Latini, etc. L’Universo, perciò, cambiò in base alla percezione che quei popoli avevano nei suoi confronti, non più limitato alla sfera di azione terrestre. La percezione, a cui è intimamente connessa l’individualità, permise così di poter comprendere la realtà di un Cosmo che altrimenti sarebbe rimasto all’interno della nostra inconsapevolezza, totalmente illusorio, e questo, inoltre, ci aiutò a formulare un assioma fondamentale, ovvero che “non possiamo comprendere qualcosa che non sia già in noi”, anche se ciò portò alla nascita del “Concetto di Dualità“: «Gli Dèi rappresentano le inclinazioni dei sensi illuminati dalla rivelazione.» (Śaṅkarācārya, commento alla Chāndogya Upaniṣad I, 2,1)

In questa ottica, qualsiasi “Mondo Celeste o Infernale“, così come il Bene e il Male, esistono soltanto nella misura in cui sono presenti in uno Spirito che li percepisce, perché li si situa l’esperienza, dove gli sforzi che facciamo per conoscere il Mondo esterno sono limitati dalla Conoscenza di Sé stessi. Qualsiasi percezione del “Mondo Esterno” è solo una proiezione del nostro “Mondo Interiore“, per questo motivo, l’intero Pantheon Universale, composto di Dèi, Angeli, Demoni, Extraterrestri o Alieni, Spiriti, Anime, etc., è alla fine di tutto il riflesso o lo specchio della vita interiore dell’Uomo stesso. Perché nella grande ed equilibrata economia universale, dobbiamo entrare nell’ottica che tutta l’Energia ivi presente, ha una propria funzione specifica, e che si manifesta in ragion d’essere di precisissime funzioni esperienziali. Come sappiamo dalle riflessioni della filosofia platonica o la successiva dottrina gnostica, le Stelle sono quei veicoli necessari per permettere all’Energia di fare esperienza fisica o materiale all’interno dell’Universo. Le Stelle, pertanto sono lo Spirito, veicolo di un’Energia che incarnandosi nel pianeta si fa Anima, e lì dove sono presenti dei satelliti, si vanno a formare anche “Anime Individuali“, ovvero vere e proprie incarnazioni frammentate.

Satelliti, come ad esempio la nostra Luna, astronomicamente parlando sono subordinati al proprio Pianeta di riferimento, ed ogni Pianeta è subordinato a sua volta dal proprio Sole. Tutto ciò che si manifesta nell’Universo è da spiegare come un enorme impianto simbolico, il cui fine è quello di farci intuire ciò che rimane occultato alla nostra comprensione. Un Satellite, una Luna, è come un Ego (l’Anima Individuale) che sovente si crede di essere un Pianeta (l’Anima Mundi), e che pur sapendo di essere nell’orbita di “qualcuno”, fa di sé il “Centro del proprio Mondo“, tanto da non riuscire a girare sul proprio asse ma, in quanto fermo e all’apparenza scisso, mostra perennemente le sue due facce in due sole direzioni: una rivolta verso la Terra (l’Anima Mundi) e l’altra verso la sua Stella (lo Spirito). Persino la dottrina induista, quando menzionava la Reincarnazione, andava ad attingere ad un Mito relativo all’avviarsi dei morti verso la “Dimora Celeste” (così come nell’Egitto antico): secondo tali miti, le Anime, dalla Terra, salirebbero al Cielo passando per la Luna e qui vi si fermano, alcune per ripartire dopo un certo tempo verso lo Spazio, altre per tornare invece sulla Terra insieme alla pioggia.

«Tutti quelli che abbandonano la Terra vanno nella Luna. Le loro Anime riempiono il crescente; la Luna calante le fa rinascere. La Luna è la porta del Cielo. Quando siete capaci di risponderle, essa vi lascia passare. Chi non conosce la risposta è trasformato in acqua e rimandato come pioggia sulla Terra. Qui egli rinasce sotto forma di verme, di tarma, di pesce, d’uccello, di leone, di cinghiale, di sciacallo, di tigre, d’uomo, o di un’altra qualsiasi creatura secondo quel che ha fatto e secondo la conoscenza che ha avuto… Infatti, quando si arriva nella Luna, essa vi chiede: “Chi sei tu?” Allora risponderete: “Io sono te.” Chiunque dà questa risposta, La Luna lo lascia passare.» (Kauṣītaki Upaniṣad)

Sulla Luna, pertanto, appare così evidente che vi si trovi, da tempi immemori, quello che nel moderno “gergo migratorio” potremmo definire un vero e proprio “Centro di Accoglienza”, nel quale le “Anime Umane” verrebbero raccolte per poi essere gestite da “Qualcuno” per svariati scopi. Arrivati sin qui, vi domanderete dove voglia condurvi con tutte queste cervellotiche riflessioni. Ebbene, a farvi comprendere come secoli e secoli fa, ciò che noi reputavamo essere degli antichi popoli, sovente definiti grezzi, rozzi, appena usciti dalle caverne, in realtà possedevano delle conoscenze tali a livello mentale e filosofico che soltanto la Scienza Moderna, ha solamente in parte riacquisito. L’Uomo antico, senza apparenti mezzi tecnologici in grado di fargli osservare direttamente il Cosmo, era riuscito attraverso un semplice lavoro introspettivo, a guardare dentro sé stesso a tal punto da arrivare a comprendere l’intera struttura universale. In quella sibillina frase, “Uomo, Conosci Te Stesso, e conoscerai l’Universo e gli Dèi”, massima greca iscritta nel Tempio di Apollo a Delfi, non solo Socrate (ed altri come lui), vi riassunse tutto il suo insegnamento filosofico, ma l’Uomo del passato vi ritrovò l’esortazione a trovare la verità dentro di sé, anziché nel Mondo delle apparenze e dell’illusione.

«Chi guarda in uno specchio d’acqua, inizialmente vede la propria immagine. Chi guarda sé stesso, rischia di incontrare sé stesso. Lo specchio non lusinga, mostra diligentemente ciò che riflette, cioè quella faccia che non mostriamo mai al Mondo perché la nascondiamo dietro il personaggio, la maschera dell’attore. Questa è la prima prova di coraggio nel percorso interiore. Una prova che basta a spaventare la maggior parte delle persone, perché l’incontro con sé stessi appartiene a quelle cose spiacevoli che si evitano fino a quando si può proiettare il negativo sull’ambiente.» (Carl Gustav Jung[3])

Per questo motivo, ciò che noi definiamo “Alieno” non è là fuori ma in realtà si trova dentro di noi, perché è quella parte di un Universo di cui siamo elemento integrante e che, non riconoscendolo, lo identifichiamo come diversoestraneo, un nemico da combattere ma che in realtà deve essere compreso, come parte essenziale della nostra “Essenza“. E se ci pensate bene, su questo “problema”, abbiamo fondato tutta la nostra Storia, fatta di incomprensioni, litigi, contrasti, persino guerre, massacri e genocidi, perché non identificandoci con l’Altro abbiamo semplicemente, e puerilmente, tentato di distruggerlo in ogni modo, non comprendendo che, con questa condotta, non abbiamo fatto altro che svuotare la nostra Coscienza. Abbiamo permesso, così, a tutti i nostri “Padroni“, sia Umani ed Extraterrestri, di fare di noi ciò che volevano, per ottenere sempre più potere e controllo, restando soli come involucri vuoti, farciti di nozioni illusorie che sono soltanto spazzatura, completamente sconnessi da un Cosmo dal quale crediamo di non provenire, ma di cui ne facciamo parte integrante.

Il Cielo, lo Spazio, non è lo schermo di un televisore nel quale osserviamo, giorno e notte, gli Astri raccontarci Miti antichi di cui abbiamo perso memoria, ma è anche quella coperta intessuta di “Essenza Consapevole” di cui siamo parte. Per questo motivo, l’Essere Umano si comporta come un vero e proprio “Alieno” in questo “Sistema“, perché in quanto forgiato dal “Dio Alieno” (o gli Dèi Intraterrestri), ha subito fin dalla sua creazione un imprinting che ha tentato in ogni modo di snaturarlo, di svuotarlo, corromperlo della sua Natura e che religiosamente, o spiritualmente, potremmo definire propriamente Divina. E per comprendere tutto questo non abbiamo bisogno di effetti illusori che ci dimostrino, come l’attuale Scienza richiede, di avere una prova definitiva, perché quella prova è semplicemente racchiusa dentro di noi.


[1] Con Indoari o Arii (anche Ariani o Indoariani), si indica un antico popolo nomade appartenente al gruppo indoiranico dei popoli indoeuropei, che penetrò nel Subcontinente indiano nel II millennio a.C., subentrando alla Civiltà della Valle dell’Indo e imponendosi su un ampio territorio. Disperdendosi su un’area tanto vasta, la lingua di questo popolo (di matrice indoiranica) subì un processo di frammentazione, che diede origine alle varie lingue indiane antiche (come il sanscrito), e moderne (come l’hindi). Le origini degli Indoari sono ancora avvolte nel mistero, anche se molti ricercatori la identificano con la Cultura di Andronovo, che fiorì fra il III e il II millennio a.C. in Asia centrale; qui vivevano principalmente di pastorizia e dell’allevamento dei cavalli. Secondo alcuni studiosi, alcuni gruppi Indoariani si spinsero anche in Mesopotamia nel 1700 a.C. circa, dove divennero l’aristocrazia dei Mitanni; un altro ramo raggiunse poi l’Europa originando altre popolazioni, come i Celti, i Greci e i Latini, etc.

[2] Dràvida o Dravidi è il nome che viene dato alle genti brachicefale, di colore scuro, capelli neri e lisci, che colonizzarono la zona indiana 6.000-5.000 anni fa, imponendosi sugli autoctoni, forse gli antenati degli attuali munda, dando poi forse origine alla Civiltà della Valle dell’Indo; parlano lingue non indo-europee e agglutinanti. Spesso, oggi si indicano come dravidiche le popolazioni parlanti lingue dravidiche che sono maggiormente concentrate nella zona meridionale dell’India, nel nordest dello Sri Lanka e in piccole zone del Pakistan, del Bangladesh e del Nepal, anche se non necessariamente sono le dirette discendenti di tale popolo. La parola Dravidico deriva dal nome etnico Dravida Dramila Dramida, da cui proviene l’aggettivo moderno Tamil o Tamul.

[3] Carl Gustav Jung (1875-1961) è stato uno psichiatra, psicoanalista, antropologo, filosofo ed accademico svizzero, una delle principali figure intellettuali del pensiero psicologico e psicoanalitico. La sua tecnica e teoria, di derivazione psicoanalitica, è chiamata “Psicologia Analitica” o “Psicologia del Profondo“, più raramente “Psicologia Complessa“. Inizialmente vicino alle concezioni di Sigmund Freud, se ne allontanò nel 1913, dopo un processo di differenziazione concettuale culminato con la pubblicazione, nel 1912, di “La Libido: simboli e trasformazioni”. In questo libro egli esponeva il suo orientamento, ampliando la ricerca analitica dalla storia del singolo alla storia della collettività umana, in quanto secondo la sua visione ci sarebbe un “inconscio collettivo” che si esprime negli archetipi, oltre a un “inconscio individuale“. La vita dell’individuo è vista, quindi, come un percorso, chiamato processo di individuazione, di realizzazione del  personale a confronto con “l’inconscio individuale collettivo“.