“Coscienza e Auto-Coscienza: l’Io sono”

La Coscienza

L’IO in Filosofia è il principio della soggettività, in quanto l’Essere Umano in Natura è in grado di sapersi distinguere da ogni altra cosa; e per questo può definirsi (seppure emulando) un “Creatore“. Il fatto di essere sovente originali, singolari o assoluti, in costante comunione (non di rado gratificante) con gli altri, porta l’individuo a identificarsi in un ruolo, con il quale si immedesimerà per il resto della propria esistenza. Il soggetto, quindi, necessita di un oggetto per comprendersi, e questo ambivalente binomio diventa il fulcro di quello che crescendo (e maturando), assurgerà al ruolo di identità. L’individualità, pertanto, si esplica attraverso un intero patrimonio genetico di cui il soggetto ne è l’ultima manifestazione, mentre l’oggetto è una delle tante qualità dove egli si riconosce, non prima di averle scelte, per essere un IO. Questo processo, inoltre, corrisponde al momento in cui pensante pensato sono compresenti nella medesima realtà. Il soggetto (o pensante) e l’oggetto (pensato), divengono l’Essere e il Pensiero, concetti, questi, alla base di tutto il principio fondante della Filosofia Occidentale (e non solo), dagli antichi greci sino all’Idealismo di Fichte[1], il quale pose all’origine delle sue riflessioni “l’Auto-Intuizione dell’IO puro“, da lui appreso dal celebre “Io Penso” kantiano. Kant definì l’IO come un “Unità Sintetica e Originaria” (o appercezione trascendentale), che ordina e unifica la molteplicità delle informazioni proveniente dai sensi. Essa si trova al vertice della “Conoscenza Critica”, in quanto unifica e sembra dare un senso alle tante rappresentazioni che diamo al Mondo. La Conoscenza, per quanto spesso insondabile, sembra derivare solo dalle percezioni sensibili nel momento in cui un oggetto si materializza, anche se, con l’appercezione, in realtà viene pensato.

«L’unificazione non è dunque negli oggetti, e non può esser considerata come qualcosa di attinto da essi per via di percezione, e per tal modo assunto primieramente nell’intelletto; ma è soltanto una funzione dell’intelletto, il quale non è altro che la facoltà di unificare a priori, e di sottoporre all’unità dell’appercezione il molteplice delle rappresentazioni date; ed è questo il principio supremo di tutta la conoscenza umana.» (Kant, “Critica della ragion pura”)

A torto o a ragione, la “Coscienza dell’IO” è stata da sempre considerata dai filosofi, la prima forma di sapere assoluto, in quanto innato e non acquisito dall’esterno, trattandosi però di un sapere non oggettivabile e né spesso comunicabile, non in forma mediata e a discapito dell’Unità Originaria stessa, la quale per poter essere descritta deve sdoppiarsi in un soggetto descrivente e un oggetto descritto. Da qui nacque anche il “Concetto di Demiurgo”platonico, e poi successivo della Gnosi, in quanto forma scissa di quell’Unità Originaria e che si fece duplice (o Duale) per comprendersi: soggetto-pensante = Essere“, oggetto-pensato = Pensiero“. L’IO non è una realtà statica o fissabile per sempre, ma un atto continuo di porre sé stesso al “Centro di un Sistema”, per questo motivo Fichte intuì che l’IO non è finito, ma infinito, e come tale non potrà mai divenire oggetto di pura conoscenza (ma al contrario essere il principio che rende possibile “la Conoscenza“, anche di sé stessi). E passo successivo per “la Conoscenza” è la dimensione mistica dell’Estasi (di cui parleremo in studi successivi), dove l’identificazione dell’IO col suo principio fondante o Originario (l’Unità), si fonde completamente perdendosi nell’insieme cosmico universale. Molti filosofi neoplatonici come Plotino, Agostino, Duns Scoto, Cusano, Campanella, Schelling, lo stesso Fichte, postularono che Dio è l’identificazione del soggetto, visto come un “Unico Grande IO” (o “Essere“), da cui nascono e a cui ritornano le singole anime. Fu sopratutto la religione cristiana ad insistere su tale concetto, un Dio non impersonale ma che agisce sovente come una vera e propria “Persona” (e in quanto tale di natura demiurgica).

«L’Io penso deve poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni; ché altrimenti verrebbe rappresentato in me qualcosa che non potrebbe essere per nulla pensato, il che poi significa appunto che la rappresentazione o sarebbe impossibile, o, almeno per me, non sarebbe. Quella rappresentazione che può esser data prima di ogni pensiero, dicesi intuizione. […] Io la chiamo appercezione pura, per distinguerla dalla empirica, o anche appercezione originaria, poiché è appunto quella autocoscienza che, in quanto produce la rappresentazione Io penso, – che deve poter accompagnare tutte le altre, ed è in ogni coscienza una e identica, – non può più essere accompagnata da nessun’altra.» (Kant, “Critica della ragion pura”)

Eppure, la Coscienza in quanto tale, è sempre stata sovente associata a quell’attività con la quale il soggetto entra in possesso, tramite i sensi, di un sapere immediato e non riflesso che riguarda la stessa Materia (o l’oggetto), e a tutto ciò che esternamente la circonda. Per Coscienza si intende comunemente “quella cosa” che comincia da apparire al mattino, tra lo stato di sogno e di sonno, per poi passare a quello di veglia e che permane per l’intera giornata sino a sera, per poi tornare nuovamente incoscienti non appena andiamo a dormire. La Coscienza, nella psicoanalisi, viene intesa come una condizione di attenzione conscia, contrapposta alla situazione inconscia del sonno. In Filosofia, inoltre, non solo si è inteso ricondurvi la percettibilità dei dati sensoriali, ma anche la complessa interiorità rappresentata dai sentimenti, le emozioni, i desideri, i pensieri, così come lo stesso senso di identità personale. L’analisi profonda così accorsa ha preso poi il nome di introspezione, sovente confuso con la riflessione (impropriamente intesa come sinonimo). Sia nello stoicismo che nel neoplatonismo, il riferirsi alla Coscienza voleva anche significare rapportarsi da una propria “Voce Interiore“, ad una sorta di “Dialogo dell’Anima con Sé stessa“, che già caratterizzava le ultime opere dialogiche di Platone, dove la forma letteraria del dialogo con un interlocutore (o il Satsang induista), veniva sostituita da quella del monologo filosofico. Fu Sant’Agostino nelle “Confessioni” a riprendere questo modello di analisi (da se ipso) dell’interiorità, trasmettendolo poi a gran parte del successivo pensiero cristiano. Sarà poi nel Cristianesimo, a iniziare da San Paolo, che il “Concetto di Coscienza”venne assimilato a quello di Moralità, specie identificato con la stessa “Voce della Coscienza“, una voce che suggerisce non di rado come comportarsi, quali princìpi seguire, quali altri alberghino già dentro di noi, e che ci guiderebbero verso la retta via, seppure deviamo per la nostra debolezza umana innata; da qui nacque anche l’Esame di Coscienza (o la Confessione) come metodo per rintracciare i propri errori morali e porvi rimedio, mediante anche il pentimento.

«Deus meus, ex toto corde me pǽnitet ac dóleo de ómnibus quæ male egi et de bono quod omísi, quia peccándo offendi Te, summe bonum ac dignum qui super ómnia diligáris. Fírmiter propóno, adiuvánte grátia tua, me pæniténtiam ágere, de cétero non peccatúrum peccantíque occasiónes fugitúrum. Per mérita passiónis Salvatóris nostri Iesu Christi, Dómine, misérere

«Mio Dio mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi, e molto più perché ho offeso Te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo con il tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, misericordia, perdonami.» (“L’Atto di Dolore”, in latino, Actus contritionis)

La Coscienza, nel pensiero religioso, è concepita come una vera e propria “Sorgente di Verità” di tutti quei princìpi considerati certi e che sono alla base di ogni retto volere, seppure spesso l’azione concreta sia difforme o contraria a quanto indicatovi, dovuto dalla nostra imperfezione umana. Dal XVII secolo grazie a Cartesio, il termine Coscienza acquisì il significato di “Consapevolezza Soggettiva“, ovvero diretta a noi stessi tanto da essere indubitabile, seppure tutti i contenuti mentali di cui siamo coscienti, o almeno pensiamo di esserlo, siano soltanto delle “Idee“. Questo assunto cartesiano si riscontra anche in tutto l’empirismo inglese sino a David Hume[2], il quale sostenne che il pensiero può spingersi addirittura sin verso i limiti dell’Universo, pur rimanendo sempre nell’ambito dell’essenziale della Coscienza, e conoscendolo solo mediante “impressioni sensibili” o “idee” (seppure senza nessuna certezza cognitiva). Contro questa “idea“, per l’appunto, reagì Immanuel Kant che con la sua “Critica della ragion pura“, arrivò a distinguere una “Coscienza Empirica”, basata sulla singola sensibilità individuale, e una “Coscienza Generale” (l’appercezione trascendentale) che esprimendosi mediante il celebre motto «Io penso», è in sostanza un’attività di pensiero che apparterrebbe a tutti gli uomini. Inoltre, intervenne anche Hegel che nella sua “Fenomenologia dello Spirito”, trattò della Coscienza intendendola come lo “Spirito dell’Uomo” il quale, non essendo giunto al sapere assoluto, si pone in un contrastato irrisolto con la Natura e la Società.

In più, una necessaria distinzione occorre fare tra il “Concetto di Coscienza”e quello di “Auto-Coscienza” (che affronteremo a breve nella seconda parte del nostro studio), dato che quest’ultima appare al termine di un processo sempre più complesso rispetto alla prima iniziale “Presa di Coscienza”, nella quale sappiamo confusamente “che cosa siamo” (“cosa sono?“) ma non ancora “chi siamo” (“chi sono?“). La scienza, ad esempio, ha dimostrato che solo dal secondo anno di vita del bambino, egli entra nella fase detta di “Auto-Coscienza”, riferendosi a sé come un IO. All’inizio di questo processo, il bambino, cosciente del “Mondo Esterno”, si rapporta a sé sovente in terza persona, poiché non è ancora in grado di identificarsi in una propria soggettività pensante, unita all’oggettività del proprio Corpo: oggetto dal quale proviene, peraltro, un continuo flusso di immediate sensazioni. Solo quando sarà in grado di identificare le sensazioni e le percezioni di sé mediante il proprio Corpo, avrà così acquisito una forma di “Coscienza Superiore” o di “Auto-Coscienza“. La Coscienza, perciò, sarebbe tesa alla “Conoscenza del Mondo Esterno”, mentre attraverso “l’Auto-Coscienza“, l’Uomo diventerebbe consapevole di una connessione con la realtà (reputata tangibile, seppure illusoria), che egli stesso interpreta; l’utilizzo del condizionale non è improprio, dato che entrambi i processi non sono sempre raggiungibili da chiunque, specie il secondo.

Da qui si dipana anche un complesso percorso storico dello Spirito verso “l’Auto-Coscienza“, segnato poi da diverse tappe (e diverse “Auto-Coscienze“), con veri e propri concetti contrastanti che si ritroveranno nel XX secolo nella filosofia di Edmud Husserl[3] e in autori come Jean Paul Sartre[4], o Karl Jaspers[5]. Se mentre Husserl sostenne che il necessario riferimento della Coscienza nei confronti di un oggetto è nell’intenzionalità (“Idee per una fenomenologia pura“), termine entrato nell’attuale ricerca, sia nella Filosofia continentale che in quella analitica, per Sartre la Coscienza è “essere per Sé“, ovvero, che si costituirebbe liberamente nel tempo, o nel futuro, distinguendosi e opponendosi “all’essere delle Cose“. Tra “l’essere per Sé” o “l’essere delle Cose” ci sarebbe un’opposizione tale per cui la Coscienza sarebbe per assurdo un “non-essere“, in quanto si costruisce opponendosi all’Essenza. La Coscienza, perciò, da vita al “non-essere” o “l’essere per cui nulla viene al Mondo“, dove l’esperienza stessa della Coscienza è caratterizzata dalla propria azione negatrice, non riconoscendosi in quanto tale, arrivando in extrema ratio anche ad annichilirsi: “Ex nihilo nihil fit” o “De nilo nil” / “Dal nulla viene nulla“.

«Principium cuius hinc nobis exordia sumet, nullam rem e nihilo gigni divinitus umquam.»

«Il suo fondamento prenderà per noi l’inizio da questo: che nulla mai si genera dal nulla per volere divino.» (Lucrezio, De rerum natura I, 149-150)

(“Critica della ragion pura” di Immanuel Kant, prima edizione)

L’Auto-Coscienza

Per “Auto-Coscienza” si definisce quell’attività riflessiva del pensiero con cui l’IO diventa “Cosciente di Sé”, avviando un processo di introspezione rivolto alla conoscenza degli aspetti più profondi dell’Essere. All’interno della Filosofia Occidentale, per “Auto-Coscienza” si è rinvenuto il fondamento della riflessione di molti pensatori, i quali hanno espresso nel corso dei secoli, l’importanza di approdare a sé stessi non prima di aver iniziato un’indagine delle “verità assolute” (o ritenute tali). Un “Auto-Coscienza” ritenuta una Conoscenza, sintetizzata dal celebre motto socratico, “Conosci Te Stesso“, il quale ha assunto una posizione di esortazione morale, oltreché spirituale. In questo contesto fu lo stesso Socrate, che nell’ambito della Cultura Occidentale, ha aiutato “l’Auto-Coscienza” verso un vero e proprio Wirkungsgeschichte, ossia una “storia di effetti” di straordinaria portata, dove è diventata la prima e unica forma di sapere certo e assoluto, essendo interiore e non acquisita all’esterno, tanto da essere utilizzata come strumento di intellezione o di una “Idea del Divino“. Essa, inoltre, contraddistinse la Filosofia da ogni altra disciplina, essendo un’indagine rivolta su di Sé e non sul “Mondo Esterno”, rimettendosi in continua discussione.

Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas” / «Non andare fuori, rientra in te stesso: è nel profondo dell’Uomo che risiede la verità» (Sant’Agostino)

Centrale risultò poi essere anche il problema sulla “Natura della Conoscenza”, se essa sia da ricondurre ad un atto interiore ed immediato del pensiero (e che coinvolga la libertà di “essere coscienti di sé”), o se invece scaturisca da un meccanismo automatico di fenomeni che interagiscono tra di loro. E se mentre l’indagine dei filosofi presocratici era incentrata sulla Natura, riguardante le forme di pensiero impersonale, con Socrate, per la prima volta il pensiero si soffermò sulla riflessione dell’Anima Umana, intesa come “IO individuale”. Socrate, lo ricordiamo ancora oggi, era convinto di “non sapere“, ma proprio da questo “vuoto intellettivo” egli si accorse di essere il più sapiente di tutti. E a differenza di altri, pur essendo ignorante come loro, Socrate era dotato di un “Auto-Coscienza“, in quanto “sapeva di non sapere“, ovvero era consapevole di quanto fosse vana e limitata la propria conoscenza della realtà. In sostanza, per Socrate, il sapere è del tutto vano se non è ricondotto alla “Coscienza critica del proprio IO“, in quanto “sapere del sapere“, e quindi fondamento per una condizione suprema di ogni possibile sapienza.

Per Socrate una vita inconsapevole è indegna di essere vissuta. Una tale “Auto-Coscienza” non risulta insegnabile o trasmissibile a parole, poiché non è prodotta da una tecnica, in quanto ognuno deve trovarla da sé. Questo metodo socratico era noto come maieutica (dal greco μαιευτική [τέχνη], propriamente «[arte] ostetrica», «ostetricia», derivazione di μαῖα «mamma, levatrice»), il quale, secondo Platone, si sarebbe comportato come una levatrice, aiutando gli altri a “partorire la verità” attraverso l’esercizio del dialogo, ossia in domande e risposte tali da spingere l’interlocutore a ricercare dentro di sé la “verità-ultima”, determinandola in maniera il più possibile autonoma. Al contrario, nella nostra società attuale dove si tende più all’apparire, l’inganno di un dialogo mondano fine a sé stesso, inizia sempre a funzionare (o ad essere operativo), quando la menzogna diventa una verità condivisa, se non da tutti, almeno da una buona parte della popolazione. Gli uomini, dietro altisonanti termini (a cui tutti si abbuffano per poi finire ad elogiare la propria egoica sapienza), inconsciamente come delle marionette, nel quotidiano, mettono in scena una “verità-altra”, con l’unico scopo di condurre sempre più lontano dalla “verità-ultima”. Socrate vedeva nel Dàimon il “Demone Interiore”, lo “Spirito Guida” che alberga in ogni persona, e da tale assunto furono poste le fondamenta di tutta la filosofia successiva, basata sul presupposto che la “Vera-Conoscenza” non deriva dal “Regno dei Sensi”, ma dall’uso consapevole della ragione.

Platone, suo allievo, andò ben oltre, affrontando esplicitamente il problema non solo nel “Filebo” ma anche nella “Repubblica” e il “Carmide”, dove per bocca di Socrate (ovviamente) egli tentò di analizzare questa forma peculiare di Conoscenza. In Platone, emerge chiara la convinzione di come “l’Auto-Coscienza” sia un fenomeno strettamente legato alla reminiscenza delle “Idee” (o il successivo Pleroma gnostico), ovvero, di quei fondamenti eterni della sapienza che sono già presenti nella “Mente Umana”, seppure siano stati dimenticati nel momento della propria nascita: “conoscere significa ogni volta ricordare, diventare coscienti di un sapere interiore che giace a livello inconscio dentro la nostra Anima, essendovi innato.” Ed è durante il diventare coscienti di queste “Idee“, che ci si accorge della “Caducità del Mondo Materiale”, e dell’impossibilità di fondare una conoscenza certa sulla base dei soli dati acquisiti unicamente dall’esperienza, essendo tra l’altro limitata nel Tempo e nello Spazio. Aristotele parlò anche del “Pensiero di Pensiero“, non solo come finalità ma anche presupposto di una “Conosc(i)enza Universale”, di un processo che avviene per gradi: una prima fase dove l’intelletto è passivo e si limita a recepire gli aspetti contingenti e transitori della realtà; una seconda fase attiva che supera criticamente gli aspetti precedenti, riuscendo a còglierne la “Quintessenza”[6].

Per Aristotele lo scopo della Filosofia non sarebbe altro che contemplazione fine a sé stessa, ovvero il raggiungimento di quella capacità di “Auto-Coscienza” che differenzia l’Uomo dal resto del Creato, mentre per Plotino è il fondamento supremo ed immediato del Sapere, superiore persino alla Conoscenza. Diretta espressione dell’Uno (o dell’Unità), il quale traboccando fuori da sé in uno stato dell’Estasi contemplativa, si sdoppia così in un soggetto contemplante l’oggetto contemplato, formando una sola realtà, essendo il soggetto pensante identico all’oggetto pensato; l’Uomo, pertanto, in quanto creatura del Demiurgo (e perciò Demiurgo egli stesso come Figlio), sarebbe l’unica creatura vivente in grado di rivivere (l’Estasi), prendendo “Coscienza di Sé“. Come sosteneva Plotino, o lo stesso concetto di “Illuminazione”orientale (Bodhi), «per superare sé stessi occorre sprofondare in sé stessi», mentre Agostino, rifacendosi al suddetto filosofo, avvertì fortemente il richiamo dell’interiorità, sostenendo che: «Gli Uomini se ne vanno a contemplare le vette delle montagne, e non pensano a sé stessi

«Allora per sette giorni, libero da malessere del Corpo, egli sedette contemplando la propria Mente e i suoi occhi non ammiccavano mai, il saggio riflettendo che in quel sito aveva raggiunto il “Risveglio”, realizzò il desiderio del suo cuore.» (Aśvaghoṣa. “BuddhacaritaLe Gesta del Buddha”. XIV, 94)

In questo concetto socratico e poi neoplatonico, si volle riscontrare nel dubbio consapevole quella fase che permette di riconoscere le false illusioni, le quali sbarrano l’accesso alla “verità-ultima”, conducendo l‘Anima a non possedere più la “Divinità”, quanto piuttosto ad esserne posseduta, ritrovando nel Dàimon, specie durante il Cristianesimo, non solo il “Demone Interiore” che possiede e parassita, ma anche lo “Spirito Santo” che illumina (possedendo e parassitando a sua volta). E appare assai evidente che si stia descrivendo due facce della stessa medaglia, in quanto generate da quell’Uno scisso e che, con velleità demiurgiche, si è fatto quel “soggetto-pensante = Essere”, e/o “oggetto-pensato = Pensiero”, ovvero aspetti duali della stessa forma demiurgica. il concetto di “Auto-Coscienza” rimase, più o meno nascosto, al centro degli interessi filosofici e teologici dei pensatori cristiani, da Tommaso d’Aquino ad Alberto Magno, da San Bonaventura o Nicola Cusano nel Quattrocento, essendo vista come l’unione immediata di “Essere Pensiero“. Campanella, riprendendo Agostino, fondò poi su di essa una “Metafisica dell’Assoluto”, mirante a recuperare il concetto di partecipazione a Dio di tutti gli Esseri, al punto da fargli dire che il “Conoscere è Essere“. Ma è con Cartesio che si ebbe la svolta, quando comprese che è l’Essere a venire sottomesso alla Coscienza, ponendo così “l’Auto-Coscienza” al di sopra della realtà ontologica (o lo studio dell’Essere in quanto tale). Cartesio ritenne di poterlo oggettivare nella celebre espressione “Cogito ergo sum”, «penso dunque sono», dove il Cogito non è più “l’atto pensante originario“, e da cui nasce la Filosofia più intrinseca, ma “il pensiero” (o “Idea“).

In séguito, Spinoza ristabilì il primato dell’Essere, riportando “l’Auto-Coscienza” verso l’intuizione, e lo stesso Leibniz la concepì all’interno di una visione classica della Filosofia, dove a differenza di Cartesio, secondo cui esiste solo ciò di cui “si ha Coscienza” (“e quindi se non ne abbiamo non esiste“), per Leibniz esistono anche pensieri di cui “non si ha Coscienza.” Egli definì questi pensieri come “percezioni” e che si trovano ad un livello inconscio della Mente, seppure nel momento in cui diventano coscienti si ha la cosiddetta “appercezione“, che è appunto “l’Auto-Coscienza“, ovvero il “percepire di percepire. Sempre secondo la visione di quest’ultimo, “l’Auto-Coscienza” più alta, o elevata, appartiene alla “Monade Suprema” (che è Dio o l’Unità FondanteOriginaria), il quale riassume in sé le coscienze di tutte le altre Monadi, essendo un atto fuori dal tempo. Kant pose nuovamente l’intelletto al centro delle sue dissertazioni, sostenendo che non si limita a recepire i soli dati dell’esperienza, ma li elabora attivamente, sintetizzando il molteplice in Unità (o l’IO).

«L’unificazione non è dunque negli oggetti, e non può esser considerata come qualcosa di attinto da essi per via di percezione, e per tal modo assunto primariamente nell’intelletto; ma è soltanto una funzione dell’intelletto, il quale non è altro che la facoltà di unificare a priori, e di sottoporre all’unità dell’appercezione il molteplice delle rappresentazioni date; ed è questo il principio supremo di tutta la conoscenza umana.» (Kant, “Critica della ragion pura”)

Nelle filosofie orientali, “l’Auto-Coscienza” è stata analizzata sotto vari e molteplici aspetti, nel Buddhismo, ad esempio, è stata intesa più verso una portata pratica che teorica, essendo vista come un processo che si esplica attraverso la Meditazione, mezzo con cui si raggiunge il Nirvana. L’analisi dei propri processi mentali conduce, dapprima verso l’osservazione degli oggetti fuori di sé, successivamente verso una “Coscienza dei Pensieri” (o delle “Idee“) che permette di giungere alla “Consapevolezza di chi pensa. Attraverso di essa è possibile scoprire la vera natura dell’IO (o del ), riuscendo persino a coglierne le differenze con l’Ego. Mentre l’Ego è caratterizzato da una propria componente illusoria, e nella quale siamo portati a identificare impropriamente il nostro Essere, l’IO (o ) è il principio spirituale situato al di sopra di ogni cosa e che, presso gli induisti, oltre ad essere definito Ātman (l’Essenza o Soffio Vitale), coincide con “l’Anima Universale del Mondo” (Brahman). L’uso di tecniche introspettive, tra cui la Meditazione, permette di comprendere che l’Ego non è un aspetto statico ed invariabile dell’individuo, ma un soggetto continuo a mutamenti, essendo il prodotto di un continuo flusso di pensieri. L’IO Supremo, inoltre, non può coincidere con nessuno oggetto, e né con nessun tipo di pensiero, essendo realtà illusorie soggette al divenire. Per questo motivo, presso molti mistici orientali, “l’Auto-Coscienza” (o il ), è stato sovente paragonato ad una spada che non può fendere sé stessa, o a un occhio che non può vedere sé stesso, ma che riesce a vedere ciò che è al di fuori di lui (l’Osservatore), prendendo consapevolezza di sé attraverso ciò che non è, destrutturando i propri automatismi mentali, riappropriandosi però del loro contenuto sotto forma di proiezioni o “Idee“.


[1] Johann Gottlieb Fichte (Rammenau, 19 maggio 1762 – Berlino, 27 gennaio 1814) è stato un filosofo tedesco, continuatore del pensiero di Kant e iniziatore dell’Idealismo Tedesco. Le sue opere più famose sono la “Dottrina della Scienza”, e i “Discorsi alla Nazione Tedesca”, nei quali sosteneva la superiorità culturale del popolo tedesco incitandolo a combattere contro Napoleone.

[2] David Hume (Edimburgo, 7 maggio 1711 – Edimburgo, 25 agosto 1776) è stato un filosofo scozzese, è considerato il terzo e forse il più radicale dei British Empiricists (“empiristi britannici“), dopo l’inglese John Locke e l’anglo-irlandese George Berkeley.

[3] Edmund Gustav Albrecht Husserl (Prostějov, 8 aprile 1859 – Friburgo in Brisgovia, 26 aprile 1938) è stato un filosofo e matematico austriaco naturalizzato tedesco, fondatore della Fenomenologia e membro della Scuola di Brentano.

[4] Jean-Paul-Charles-Aymard Sartre (Parigi, 21 giugno 1905 – Parigi, 15 aprile 1980) è stato un filosofo, scrittore, drammaturgo e critico letterario francese, considerato uno dei più importanti rappresentanti dell’Esistenzialismo, che in lui prende la forma di un umanesimo ateo in cui ogni individuo è radicalmente libero e responsabile delle sue scelte, ma in una prospettiva soggettivista e relativista. In séguito, Sartre divenne un sostenitore dell’ideologia marxista e del conseguente materialismo storico. Nel 1964 fu insignito del “Premio Nobel per la Letteratura“, che però rifiutò, motivando tale scelta col fatto che solo a posteriori, dopo la morte, fosse possibile esprimere un giudizio sull’effettivo valore di un letterato. Nel 1945 aveva già rifiutato la Legion d’Onore e, in séguito, la cattedra al Collège de France. Divise con Simone de Beauvoir – conosciuta nel 1929 all’École Normale Supérieure – la propria vita sentimentale e professionale, pur avendo entrambi altre relazioni. Ebbe inoltre rapporti di collaborazione culturale con numerosi intellettuali contemporanei, come Albert Camus e Bertrand Russell, con cui fondò l’organizzazione per i diritti umani denominata “Tribunale Russell-Sartre“.

[5] Karl Theodor Jaspers (Oldenburg, 23 febbraio 1883 – Basilea, 26 febbraio 1969) è stato un filosofo e psichiatra tedesco. Ha dato un notevole impulso alle riflessioni nel campo della psichiatria, della psicologia, della filosofia, della teologia e della politica.

[6] Quintessènza (quint’essènza, o quinta essènza), dal latino medievale quinta essentia, «quinta essenza», «quinto elemento», nella fisica greca (preferibilmente nella grafia quinta essenza), è il “Quinto Elemento”aggiunto ai quattro di Empedocle (TerraAcquaAriaFuoco), considerato principio incorruttibile di vita e di moto, ora intermedio tra Anima Corpo, ora assimilato al «Fuoco» stoico o all’«Anima del Mondo» neoplatonica. Nella fisica di Aristotele, i Corpi Celesti (sopra la “Sfera della Luna“) sono costituiti da una quinta essenza (o quinto elemento), di natura eterna, incorruttibile, dotata di moto circolare. Il termine Quintessenza ha poi avuto una sua diversa utilizzazione nella tradizione alchemica per indicare l’elemento ultimo e costitutivo dei corpi, oggetto proprio della ricerca alchemica in quanto, una volta individuato e notato, renderebbe possibile tramutare un elemento nell’altro per ottenere altresì materiali preziosi come l’oro. / Caratteristica essenziale, natura intima e ultima: cercare, scoprire la quintessenza di un valore o di una realtà.