“Dalla Massoneria al Fantasy (e gli Alieni)” [2]

«Gli uomini di più ampio intelletto sanno che non c’è netta distinzione tra il Reale e l’Irreale, che le cose appaiono come sembrano solo in virtù dei delicati strumenti fisici e mentali attraverso cui le percepiamo.» (H.P. Lovecraft)

Forse è ascrivibile a questa successiva e matura riflessione di Howard Phillips Lovecraft, quell’indole curiosa che lo spinse il 16 luglio 1906, a soli 16 anni, a scrivere una lettera alla rivista “Scientific American“, in cui sulla base di sue conoscenze astronomiche congetturava dell’esistenza di un altro pianeta oltre l’orbita di Nettuno, anticipando di 24 anni la scoperta del pianeta più lontano del nostro Sistema Solare, Plutone, scovato solo nel 1930. È alquanto evidente come il “Solitario di Providence” avesse delle conoscenze e capacità fuori dal comune, tanto che arrivò attraverso la propria monumentale opera a ripensare la stessa origine e la storia della Terra, persino dell’Uomo. Ancora oggi ritenuto uno dei più grandi scrittori del genere Horror della prima metà del XIX secolo, per sua stessa ammissione, grazie alle decine di migliaia di lettere conservate (se ne stimano 118.000, alcune lunghe oltre 60 pagine, considerato l’epistolario più vasto mai costruito, cresciuto a un ritmo di 10-15 lettere al giorno nel corso della sua vita), egli sosteneva che traeva spunto per i romanzi dai propri “sogni” (da delle “visioni”) i quali lo perseguitavano da molti anni. Attraverso di essi, dichiarò chiaramente di entrare in contatto con degli “Oscuri Emissari”, i “Magri Notturni” (sorta di “Esseri Volanti” dalle ali di pipistrello), che gli facevano vivere le più assurde e tenebrose avventure, ambientate fuori dal Tempo e dallo Spazio.

Da questi “Viaggi Astrali” si deve probabilmente l’inizio di un concetto (apparso verso il 1917) che verte attorno alla figura dei Dagon, veri e propri “Esseri Extraterrestri” dalle fattezze varie rettilo/pesciformi, che in un remoto passato giunsero nel nostro Sistema Solare, colonizzando dapprima un pianeta esterno (pensava fosse Plutone, denominato Yuggoth nei suoi scritti, ma più plausibilmente il “Pianeta X“) e poi, infine scesero sulla Terra per dominarla ed instaurare il “Culto di Dagon“, il dio-pesce. I loro sacerdoti si vestivano con in testa una specie di Tiara, derivante da un antico modello di cappello mediorientale, la cui foggia rappresentava una testa di pesce con la bocca aperta, ancora oggi utilizzato specie nel culto cattolico. L’Homo Sapiens, che in quella lontana epoca preistorica non aveva ancora preso il controllo della Terra, riuscì ad avere la meglio, a dispetto di questi “pesci immondi” (tra l’altro in grado di incrociarsi con gli umani, generando persino degli “ibridi”), i quali si ritirarono in fondo al mare nascondendosi per millenni. A partire dal XX secolo, però, suonò la riscossa di questi “Esseri“, grazie all’aiuto di umani sotto il loro controllo sia fisico che mentale, complottando ogni sorta di Male ai nostri danni per indurci a diventarne schiavi.

Howard Phillips Lovecraft, spesso citato come H.P. Lovecraft (nato a Providence nel 1890 e morto nella stessa cittadina nel 1937), è stato uno scrittore, poeta, critico letterario e saggista statunitense, considerato tra i maggiori scrittori di letteratura Horror, insieme ad Edgar Allan Poe, precursore, inoltre, della moderna Fantascienza angloamericana. Le sue opere presentano, quindi, una contaminazione tra HorrorFantascienza SoftDark Fantasy e Low Fantasy, spesso descritte dal medesimo col termine “Weird Fiction” (dove weird sta per “strano“), venendo riconosciute tra le principali origini del moderno genere letterario del “New Weird“. Autore di innumerevoli racconti e romanzi, come in Dagon, le tematiche delle “Divinità Aliene” all’Uomo ad esso “superiori, inumane e pre-umane“, fu un argomento inizialmente accennato il quale, decenni più tardi, trovò una sistemazione in quello che divenne un complesso pantheon popolato di strane “Entità“. “Il Colore venuto dallo Spazio“, “Il richiamo di Cthulhu” e “L’Orrore di Dunwich“, e di romanzi, tra cui “Il caso di Charles Dexter Ward”, “Le montagne della follia” e “La Maschera di Innsmouth“, oltre ad alcuni racconti in versi, non solo procurarono un effetto “straniante” nel lettore, ma divennero proprio per questo motivo, oggetto di un vero culto e fonte di ispirazione per artisti di tutto il Mondo, nella Letteratura così come nel Cinema e nella Musica.

Il suo pensiero lo portò persino a coniare il termine di “Cosmicismo“, un concetto filosofico nuovo, conseguenza del suo ateismo e del suo interesse per le continue scoperte scientifiche di quegli anni. Egli sosteneva che: «La Razza Umana scomparirà. Altre razze appariranno e si estingueranno a loro volta. Il Cielo diventerà gelido e vuoto, attraversato dalla debole luce di Stelle morenti. Che a loro volta scompariranno. Tutto scomparirà. E ciò che fanno le persone non ha più senso del moto casuale delle particelle elementari.» Lovecraft sosteneva, inoltre, come gli Esseri Umani fossero una presenza assolutamente insignificante nello schema generale universale, una piccola specie arrogante e illusa di avere un ruolo cruciale ma che potrebbe essere spazzata via, in qualsiasi momento, da “Forze” delle quali ignoriamo persino l’esistenza o la presenza. Il “Cosmicismo“, pertanto, presenta analogie con il “Nichilismo“, seppure Lovecraft tenda ad enfatizzare “l’insignificanza” piuttosto che la “mancanza di un significato“. Profondamente ateo, convintissimo di come l’Umanità fosse sostanzialmente in balia dell’immensità di un Universo, in cui «non è che un insignificante puntino, destinato ad arrivare e a scomparire, senza che la sua apparizione sia notata o che la sua dipartita sia rimpianta», egli era convinto che di base ci fosse una sorta di “indifferenza cosmica” a manovrare dietro le quinte i nostri destini.

Eppure, in un suo racconto del 1926, scriveva di come «I Teosofi hanno intuito l’imponente grandezza del “Ciclo Cosmico”, di cui il nostro Mondo e la Razza Umana costituiscono solo episodi transitori.» Una buona parte della critica, attribuisce il suo modo di essere innovativo grazie ad un’innata capacità alchemica di combinare una profonda conoscenza della mitologia biblica, sumera e babilonese, senza però dimenticare che l’autore americano, sicuramente attinse le sue storie anche durante la militanza in Massoneria. Infatti, ne “La Maschera di Innsmouth”, del 1931, il narratore descrive di «remoti segreti ed abissi inimmaginabili nel Tempo e nello Spazio, e la natura mostruosamente acquatica dei rilievi appariva sinistra. I rilievi raffiguravano mostri dall’aspetto grottesco, ripugnante e maligno. La loro figura – metà pesce e metà uomo – risvegliò in me un’inquietante e scomoda memoria ancestrale, come se avesse richiamato ricordi impressi in cellule e tessuti profondi, del tutto primordiali.» Descrive, però, persino un culto praticato ad Innsmouth, un culto orientale semi-pagano che aveva preso piede circa un secolo prima «in un momento in cui la pesca ad Innsmouth stava fallendo.» Questo “Ordine Esoterico di Dagon“, pertanto, appena si radicò nella comunità contribuì a riportare il mare ad essere pescoso, e questo avvenne quando «… si appropriò nella città sostituendosi alla Massoneria e insediandosi nel quartier generale massonico di Green New Church

Con una certa ironia, Lovecraft descrisse di un culto dedicato a Dagon, dove venivano praticati arcani riti sacrificali in un tempio massonico, suggerendo, così, che alcune delle rispettive tradizioni sarebbero discese dallo stesso “seme“. In Lovecraft diventa evidente l’apporto di un certo patrimonio esoterico al quale ebbe in qualche modo accesso, come da esso sorse poi quella cosmogonia e teogonia divenuta celebre, assieme a un nutrito novero di “Divinità“: benigne, come gli “Elder Gods“, tra cui troviamo Nodens o “Signore del Grande Abisso“, ma anche terribili e maligne come i “Grandi Antichi“. In questo modo egli rovesciò lo schema classico delle religioni, specie quelle monoteiste (nota è la sua avversione al Cristianesimo), ponendo nelle sfere superiori “Entità Caotiche“, del tutto sprovviste d’intelligenza e finalità. Il suo “Caos Cosmogonico” si trasmutò, perciò, in cieco, ribollente, magmatico, situato in un Universo lontano dal nostro, costretto a perpetuare sé stesso. Tra i vari “Esseri” da lui immaginati, il più potente e terribile è senza alcun dubbio Azathoth, il «Primo Motore nella Tenebra», inconoscibile amorfa “Entità” cieca, fioriera di ogni maledizione ribollente al “Centro dell’Universo“, nucleo pulsante e radice oscura dell’intero nostro Cosmo, dove noi non saremmo altro che il delirare notturno di questo essere acefalo e sovrumano, il quale risvegliatosi, potrebbe persino prendere la decisione di distruggere ogni cosa.

Segue il celebre Cthulhu, la divinità sicuramente tra le più popolari dell’universo lovecraftiano, la quale risiede nella città inabissata di R’lyeh, fondata da egli stesso assieme alla sua progenie, molto prima che gli uomini popolassero la Terra. Il nostro pianeta, che gli umani ritengono di loro esclusiva proprietà, in realtà non lo è, in quanto dominio di forze dove, in “The Call of Cthulhu“, del 1926, egli racconta di come uno stuolo di sacerdoti di questo Dio (e di cui il Mondo ne sarebbe intriso), «avrebbero sottratto il Grande Cthulhu alla tomba ed egli avrebbe risvegliato i Suoi sudditi e ripreso il dominio della Terra […]. I Grandi Antichi, liberati, avrebbero insegnato all’Uomo nuove bestemmie, nuovi modi di uccidere e di provare piacere, e tutta la Terra sarebbe bruciata in un Olocausto di estasi e di licenza». Poi è la volta di Yog-Sothoth, ovvero «la Chiave e il Guardiano della Soglia» da cui un giorno faranno ritorno gli “Altri Esseri“, una sorta di passaggio o vero e proprio “Portale Dimensionale“, «congerie di sfere iridescenti, e tuttavia stupendi per la malignità che emanano», descritta ne “Il caso di Charles Dexter Ward“, pubblicato nel 1941, (e dove il protagonista viene sostituito da un suo spettrale doppio, un vero e proprio Clone), ovvero una specie di “Entità” indecifrabile:

«Priva di confini: Tutto-in-Uno e Uno-in-Tutto; non una semplice Creatura del continuum Spazio-Tempo, ma affine […] all’estrema definitiva forza che non ha confini e sorpassa la fantasia e le scienze […], e che gli intelletti gassosi delle nebulose a spirale denotano con un Segno intraducibile.»

Tra tutti, però, primeggia Nyarlathotep, il “Caos Strisciante“, e che a parte Dagon, risulta essere la prima “Entità Divina Aliena” a comparire nel pantheon lovecraftiano, diventando protagonista dell’omonimo racconto del 1920. Egli è uno degli “Dèi Esterni“, servitore di Azathoth, si dice vaga per la Terra in “forma umana“, seminando follia tra gli uomini e manifestandosi in più occasioni come un “Mago vestito da Faraone Egizio“.

«E su tutto, in questo ripugnante cimitero dell’Universo, si ode un sordo e pazzesco rullìo di tamburi, un sottile e monotono lamento di flauti blasfemi che giungono da stanze inconcepibili, senza luce, di là dal Tempo; la detestabile cacofonia al cui ritmo danzano lenti, goffi e assurdi, i giganteschi, tenebrosi ultimi Dèi. Le cieche, mute, stolide abominazioni la cui anima è Nyarlathotep.»

Ma questo Nyarlathotep è molto diverso dagli altri Dèi, perché se la maggior parte di essi è indifferente nei confronti della vita organica del nostro Universo, lui, al contrario, è attivo e visita assai frequentemente la Terra (così come, presumibilmente, anche gli altri miliardi di pianeti in cui è presente vita) sotto le spoglie di un uomo alto e magro. Nyarlathotep sembra servire e/o prendersi cura delle altre “Divinità“, può parlare qualsiasi lingua conosciuta nel Cosmo, ed agisce secondo un piano ben congegnato e di grande portata, ossia portare alla follia l’intera Umanità. Nyarlathotep, grazie al suo Logos, rappresenta perciò la materializzazione delle malvagità, dell’odio universale, risultando essere ipoteticamente anche il più potente tra tutte le “Entità” da lui concepite. Tutto frutto di un’immaginazione sfrenata? Forse, in parte partorita da quel malessere esistenziale nei confronti della banalità di un vivere quotidiano (specie a Providence), quel quieto vivere che ignora realtà ben più terribili, dove solo l’apertura di oscure e segrete porte, ci conduce verso Mondi intrisi di orrore, e dove «mostri nati vivi si occultano nel sottosuolo e si moltiplicano, dando luogo ad una stirpe d’ignoti Demoni.» (“Commonplace Book“, d. 1919). Per questo motivo gli Dèi di Lovecraft sono tutti “Demoni“, figli di una religione abissale e del caos, che lui intravede nascosti dietro le pieghe del Tempo, risvegliati ogni volta da narrazioni simili a litanie. Arrivò persino a convincersi che solo l’ignoranza, avrebbe forse potuto salvare l’Umanità tutta, quando scrisse ne “Il Richiamo di Cthulhu“, del 1926:

«Penso che il destino degli uomini sarebbe ancora più crudele di quanto sia già, se la nostra mente non fosse incapace di mettere in rapporto tra loro, tutte le cose che avvengono in questo Mondo. La nostra vita si svolge in una placida isola di ignoranza, circondata dagli oscuri mari dell’infinito, e non credo che ci convenga spingerci troppo lontano da essa.»

Seppure non conoscesse (sembra) le opere e il Culto fondato da Aleister Crowley[1] (1875-1947), – esoterista, scrittore e alpinista britannico, figura controversa, considerato il fondatore del moderno occultismo, di vari movimenti magici e fonte di ispirazione per il moderno “Satanismo” -, evidenti sono però le molte analogie, a cominciare dai “Grandi Antichi“, il “deserto gelato o freddodeserto“, persino di Nyarlathotep, definito “Colui che è senza volto o senza testa“, così come della “Stella a Cinque Punte incisa sulla pietra grigia“, che in Crowley divenne “la Stella a Cinque Punte con il Cerchio nel mezzo” (il grigio è il colore di Saturno, la Grande Madre di cui Nuit è una forma). Gli ultimi anni della sua vita, percepì l’ineluttabilità della fine e vide inaridirsi il suo flusso creativo, e quasi sicuramente decise di recarsi stabilmente in uno di quei luoghi che visitava spesso ogni notte, dove avrebbe per sempre abbandonato le contingenze e l’illusorietà di questo Mondo futile e votato alla distruzione. Agli amici sosteneva con insistenza di aver smesso di scrivere, poi a marzo del 1937 gli fu diagnosticato un brutto male, e alle sei del mattino del 15, morì; probabilmente la sua anima inquieta volò via, lontana, oltre le porte di quell’abisso che per il resto della sua vita, aveva cercato in ogni modo di descrivere.

 «Arrivato ai miei ultimi giorni, e spinto verso la follia dalle atroci banalità dell’esistenza che scavano come gocce d’acqua distillate dai torturatori sul corpo della vittima, cercai la salvezza nel meraviglioso rifugio del sonno. Nei sogni trovai un poco della bellezza che avevo invano cercato nella vita e m’immersi in antichi giardini e boschi incantati. Una volta che il vento era particolarmente dolce e profumato sentii il richiamo del sud e salpai languido, senza meta, sotto costellazioni ignote.» (Da “Ex Oblivione“, 1921)


[1] Aleister Crowley, pseudonimo di Edward Alexander Crowley (1875-1947), è stato un esoterista e scrittore britannico. Nel 1898 si unì a “L’Ordine Ermetico dell’Alba Dorata” che lo portò a trascorrere un periodo in Egitto dove compose l’opera, “The Book of the Law“, nel 1904, e ad elaborare la religione denominata “Thelema“. Nel 1920, dopo una permanenza negli Stati Uniti d’America ed altri viaggi in Cina, India, Algeria, Messico e Francia, si stabilì a Cefalù in Sicilia, dove istituì la “Comune dell’Abbazia di Thelema“, luogo in cui visse con alcuni seguaci prima di essere espulso dal Regno d’Italia. Figura assai controversa, è considerato il fondatore del moderno occultismo e fonte di ispirazione per il “Satanismo“.