“Il Concetto di Anima e di Anima Mundi”

[“Il Poema dell’Anima” dipinto di Louis Janmot. 1854]

Il “Concetto di Anima” nel Mondo Antico

L’Anima (dal latino Anima, connessa col greco ànemos, «soffio», «vento»), in diversi contesti religiosi, spirituali e filosofici, viene considerata la parte spirituale ed eterna di un “Essere Vivente“, comunemente ritenuta indipendente dal Corpo, poiché considerata distinta dalla parte fisica. Solitamente si ipotizza che contribuisca “alla Coscienza e alla Personalità” di un Essere Umano, e può essere sovente scambiata come sinonimo di SpiritoMente IO. Si crede, inoltre, come l’Anima continui a vivere dopo la morte fisica di ogni Corpo, tanto che alcune religioni postulano sia Dio stesso a creare o generare le Anime a suo piacimento o per perseguire determinate finalità. Al contempo, in altre culture, si crede che gli “Esseri Viventi non-Umani“, e talvolta persino gli “Oggetti” (come i fiumi, le rocce, etc.) abbiano un’Anima, credenza meglio nota con il termine di “Animismo“. Termini come Anima Spirito, sovente vengono spesso usati come sinonimo, addirittura confusi, anche se il primo è maggiormente legato al “Concetto di Individualità” di una persona. Persino le parole Anima Psiche possono essere considerate come sinonimi, sebbene quest’ultima abbia connotazioni relativamente più fisiche, mentre la prima è strettamente più associabile alla Metafisica o la Religione. Nell’Antica Grecia si faceva spesso riferimento all’Anima con il termine di “Psyché“, da collegare al significato di psychein (respirare, soffiare), mentre molto più ad est, nell’Induismo, generalmente si fa riferimento al “Concetto di Ātman“. Comunque sia, il “Concetto di Anima” apparve la prima volta con Socrate, il quale ne fece il centro dei suoi interessi filosofici, seppure prima di lui, i filosofi si occuparono ugualmente di questioni relative al Mondo o alla Natura. La stessa nozione di Anima possedeva dei connotati esclusivamente mitologici, specie in autori epici come Omero o Virgilio, in quanto assimilata al “Soffio” che abbandona il Corpo nel momento del trapasso; inoltre, si riteneva avesse soltanto la consistenza di un’Ombra, capace di sopravvivere nell’Ade, seppur priva della sua capacità di esplicare la propria energia vivificatrice.

«L’Anima fermamente devota raggiunge la pace perfetta perché Mi offre il risultato di tutte le sue attività, mentre una persona che non è in unione col Divino ed è avida dei frutti del proprio lavoro, rimane condizionata.» (Krishna, tratto dalla “Bhagavad Gītā“)

Ma è solo con Socrate, e il suo fidato discepolo Platone, che il termine “Psyché” (Anima), iniziò a designare quel “Mondo Interiore” dell’Uomo, a cui viene ancora oggi assegnata piena dignità. Secondo Platone, l’Anima è per sua natura simbolo di purezza e spiritualità, in quanto originatasi nel “Soffio Divino” (da cui il significato stesso della parola), oltre a non avere un inizio e per questo motivo concepita ingenerata, immortale e incorporea. L’Anima, presente in ogni Uomo, sarebbe un frammento dell’Anima Mondo (o “Anima Mundi“), una sua parte infinitesimale, una sorta di animella o “Corpo Emotivo“, dove secondo la visione gnostica che contrappone Dio (“Pura Perfezione, Principio del Bene“) e la Materia (“ImperfezionePrincipio del Male“), l’Anima sarebbe stata calata dal Divino in un “Corpo Materiale“, per poi venire contaminata dall’intrinseca malvagità della stessa Materia. Nel tentativo di superare questa dicotomia dualistica, Aristotele intese l’Anima come “Entelechia“, cioè “Forma e Principio di Vita” che anima e governa il Corpo, e da tale principio egli distinse le seguenti funzioni: “l’Anima Vegetativa“, la quale governa le funzioni fisiologiche istintive (nutrizione, crescita, riproduzione); “l’Anima Sensitiva“, che presiede al movimento e all’attività sensitiva; “l’Anima Intellettiva“, fonte del pensiero razionale e che governa la Conoscenza, la volontà e le scelte. Aristotele, comunque, raggiunse dei limiti, in quanto non chiarì mai i rapporti tra le diverse Anime, né se l’Eternità de “l’Anima Intellettiva“, ad esempio, sia anche individuale, dato che risiede nel singolo Corpo seppure (sembra) non ne dipende.

Per Plotino, l’Anima è la “Terza Ipostasi“, ovvero è concepita come un Pensiero che si genera e si distacca dall’Intelletto, la cui “Essenza” è immortale e divina. Vi è però “un’Anima Universale“, emanazione della sovrana realtà dell’Intelletto, che plasma e vitalizza il Cosmo intero (diventando poi “Anima del Mondo“, o dei Mondi), ed infine scindendosi ancora, come “Anime Individuali” (gli “Esseri Viventi“). Richiamandosi alla tradizione de “l’Ilozoismo Arcaico“[1], per il quale il Mondo è una sorta di “Grande Animale“, Platone lo intese come supportato da “l’Anima del Mondo“, infusagli dal Demiurgo che impregna il Cosmo donandogli vitalità. Seguendo il “Timeo” di Platone, Plotino arrivò ad attribuire l’Anima persino agli Astri e ai Pianeti, tanto che la singolarità del pensiero di questo grande filosofo, si spinse a concepire l’Anima persino sdoppiata, in “un’Anima Superiore“, originaria e legata al divino, e “un’Anima Inferiore“, preposta invece al governo del Cosmo, quindi individuale, e al Corpo. Secondo Plotino, “l’Anima Originaria” non sarebbe mai oggetto di “Caduta“, non discendendo mai nella Materia, in quanto tale, la discesa nel Corpo consiste più in una propensione (o inclinazione) verso il sensibile, e che si realizza mediante una sorta di “Emanazione“. “L‘Anima Originale” (o Superiore), produrrebbe una specie di “Riflesso“, una secondaria parte de “l’Anima Inferiore“, la cui funzione sarebbe quella di muovere e guidare il Corpo, dato che avviene sia a livello individuale e universale.

«Farò della mia Anima uno scrigno per la tua Anima, del mio cuore una dimora per la tua bellezza, del mio petto un sepolcro per le tue pene. Ti amerò come le praterie amano la primavera, e vivrò in te la vita di un fiore sotto i raggi del sole. Canterò il tuo nome come la valle canta l’eco delle campane; ascolterò il linguaggio della tua Anima come la spiaggia ascolta la storia delle onde.» (Kahlil Gibran)

L’Anima nella religione ebraica

I maestri ebrei sostenevano che durante il sonno, l’Anima giunge a Dio purificandosi nuovamente, ritornando poi con il risveglio dell’individuo, al mattino. Negli insegnamenti della Torah è possibile trovare diverse descrizioni dell’Anima umana, dove, in qualità di “Entità Celeste“, viene considerata la parte della persona che mantiene la purezza e, dopo la morte del Corpo, anche se si è macchiata di gravi peccati, può sostare nel Gē-hinnom[2] per essere purificata completamente dalle conseguenze delle proprie trasgressioni e dagli istinti negativi a cui è stata soggetta in vita; se non in vita, la purificazione dopo la morte nel Gē-hinnom avviene nell’immersione nel “Fiume di Fuoco Dinur“, e nella “Neve Celeste“, simboli espiatori metaforici. Dopo la purificazione completa ogni Anima può ascendere al Gan Eden dove sono presenti vari livelli animici, inoltre, prima della nascita, l’Anima viene portata da Dio dinanzi al Gan Eden per fargli vedere le “Anime degli Zaddiqim” (i Giusti) e poi dinanzi al Gē-hinnom, richiamando la “Misercordia Divina“. Nella Bibbia, ad esempio, vi sono anche dei termini che, persino nelle successive elaborazioni religiose, sono stati collegati al “Concetto di Anima“: «L’Anima si manifesta nella persona come Neshamah, il soffio vitale, la coscienza; Ruach, lo Spirito, l’emozione; e Nefesh, l’integrazione del Corpo, il nutrimento dell’Anima. Le tre manifestazioni dell’Anima accendono la persona come il fuoco illumina una lampada, Nefesh come lo stoppino, Ruach come l’olio e Neshamah come la fiamma, come sta scritto: lo Spirito dell’Uomo è una fiaccola del Signore che scruta tutti i segreti recessi del cuore (Prov 20,27).»

Nella Qabbalah e nello Zohar, l’Anima viene intesa come composta da tre elementi basilari: Nefesh, Ruach e Neshamah, in rari casi con l’aggiunta dei più elevati, Chayyah e YechidahRuach e Neshamah sono parti dell’Anima non presenti dalla nascita ma che si creano lentamente col passare del tempo, e il loro sviluppo è direttamente proporzionato dall’agire e dalle credenze dell’individuo. Mentre ChayyahYechidah si trovano solo negli Zaddiqim (di esse si dice esistano in forma completa negli individui spiritualmente avanzati), Nèfesh indica invece l’Uomo come “l’Essere Vivente“: «Dio il Signore [YHWH] formò l’Uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici l’alito vitale e l’Uomo divenne un’Anima Vivente.» (Genesi 2,7) In queste poche e semplici parole si ritrovano tutte le più basilari funzioni vitali, nonché la “Presenza Divina” nel Mondo, dove il termine Nèfesh non si identifica con il “Soffio di Vita” proveniente da Dio, ma indica più propriamente il respiro. Si sostiene, inoltre, che al momento della morte rimane con il Corpo sino alla sepoltura, riunendosi poi con le altre Anime della persona deceduta già giunte alla “destinazione prestabilita“; seppure una parte resti assieme al Corpo, evento il quale non ne preclude “l’Unità” di ciò che è definita Anima, in quanto la percezione ultraterrena della persona deceduta riguarda il proprio coinvolgimento ne “l’Unità Divina“. Al contempo, il termine Ruach (o Spirito Santo), indica “l’Alito Vitale” comunicato da Dio all’Uomo, “l’Anima Mediana o Spirito“, e che consiste nelle virtù morali e nella capacità di distinguere il Bene dal Male, legata inoltre essenzialmente alle “Emozioni“, assumendo la sembianza del Corpo della persona quando era in vita.

Neshamah è invece considerata “l’Anima Superiore“, o il Sé più elevato che distingue l’Uomo da tutte le altre “Forme di Vita“, una parte la quale permette una maggiore consapevolezza della propria esistenza e “Presenza nel Divino“, strettamente connessa alla Sapienza. Molti studiosi del Talmud ritengono che l’infusione dell’Anima all’interno dell’embrione umano, avvenga non prima del quarantesimo giorno, e chi ne ha il privilegio si dice possa raggiungere Ruach a partire dall’età di 13 anni e Neshamah dai 20 anni di età (come già detto Nefesh è già presente sin dalla nascita). Si ritiene, inoltre, che Nefesh risieda nel Fegato, in ebraico detto kavedRuach nel Cuorelev, e Neshamah nel Cervello, moach; da segnalare come le iniziali di queste tre parole formino la parola melekh, che significa Re e riguarda il livello raggiunto dalla persone in cui vi siano le “Tre Anime” suddette, permettendo di essere considerato come un “Eletto” per il grado di “Sapienza, Conoscenza e Intelligenza” raggiunto, nonché per la Consapevolezza e il controllo delle Emozioni e sugli Istinti. Infine, chi è capace e particolarmente elevato spiritualmente, può portare Nefesh oltre il livello semplice della vitalità delle funzioni fisiche, includendolo in modo completo in una sorta di forma di “Santità“, la Qedushah.

Nello Zohar si dice che, dopo la morte, l’apporto di Nefesh al Corpo si dissolve, pur restando a esso legato per un certo periodo, mentre il Ruach si trasferisce in una sorta di stato intermedio dove è sottoposto a un processo di purificazione, entrando in una specie di “Paradiso Transitorio“, mentre Neshamah ritornerebbe alla “Fonte Divina“; tutti “Livelli Animici dell’Uomo” e a cui può accedere nel corso della propria vita grazie a gradi di elevazione di Coscienza Santità. Questi stati però non potrebbero manifestarsi se non fosse direttamente Dio a donare il “Principio della Vita” (Nefesh) in ogni individuo, dirigendo così la propria interiorità (o le intenzioni), verso un “Cammino Spirituale“. E una volta raggiunto e purificatosi in questa condizione, Dio lo prepara per ricevere Ruach, permettendogli di conseguire stadi più elevati di Coscienza, sempre più ampi. La persona così elevata, raggiunte le dinamiche e le forme del servizio spirituale, potrà infine raggiungere Neshamah, il quale è ancora più Santo e domina altri livelli. Quest’ultimo livello permette di raggiungere il Binah, dato che in ogni individuo sono predisposte le attitudini e le modalità delle Sefirot per conseguire tale scopo.

«L’Anima e la Materia, che la Natura abbraccia, sono mosse con la varia e multiforme qualità di tutte le immagini, di modo che, nella discontinuità delle loro qualità, si conosce che le specie sono infinite, sebbene unite perché possa essere evidente che l’Uno è Tutto e che il Tutto deriva dall’Uno.» (Ermete Trismegisto)

L’Anima nella Religione Cristiana

Nel Nuovo Testamento non esiste una definizione univoca di Anima, seppure Paolo di Tarso faccia un riferimento a una “Tripartizione dell’Uomo“, nominando il Corpo, l’Anima e lo Spirito, già presente in Platone. La parola “Psyché” ricorre da sola 102 volte (anche nel Vangelo di Matteo), usata sovente nelle citazioni di passi dell’Antico Testamento dove è presente Nefesh, e talvolta le parole “Psyché” e “Pneuma” finiscono per assumere il medesimo significato. La Chiesa Cattolica non ha una definizione filosofica esplicita circa il “Concetto di Anima“, sebbene abbia respinto diverse dottrine come quelle gnostiche sostenenti che “l’Anima Individuale” era increata (in quanto della stessa “Sostanza Divina“), o la “Teoria della Metempsicosi“, secondo la quale l’Anima (intesa come “Anima Razionale o Spirito“), non era considerata individuale e immortale. Fra i vari autori ecclesiastici che hanno affrontato lo spinoso argomento e con diverse ipotesi, sono da menzionare Agostino di Ippona, Tommaso d’Aquino e Bonaventura da Bagnoreggio. Se da una parte Agostino immaginava l’Anima come una specie di nocchiero del Corpo, postulando un certo “Dualismo” in lei insito, Tommaso d’Aquino insisteva sull’unicità inscindibile dell’Uomo. Per gli Ortodossi, invece, Corpo e Anima compongono la persona, e che alla fine verranno riuniti, quindi, il Corpo di un Santo condividerebbe la “Santità dell’Anima“. Secondo il teologo luterano francese Oscar Cullmann (1902-1999), autore del libro “Immortalità dell’Anima o Risurrezione dei Morti? La Testimonianza del Nuovo Testamento“, pubblicato nel 1986, «Lo stato intermedio fra la morte e la Risurrezione del Corpo è caratterizzato da un periodo di sonno, in cui gli addormentati (“Prima Lettera ai Tessalonicesi“, 4,13) aspettano la Resurrezione finale.» Cullmann, inoltre nel suo libro, fece notare come la “Dottrina dell’Immortalità dell’Anima” risale al II secolo e che deriva dall’analoga “Dottrina Ellenica“, presa in prestito dal Cristianesimo.

L’Anima nelle altre religioni

Nell’Induismo (e nelle religioni a esso affine) l’Anima è l’aspetto più puro e sottile dell’esistenza umana, il “Principio che dà Vita alla Totalità“, il quale influenza e caratterizza l’evoluzione di un individuo nella sua interezza. Non possiede, inoltre, dei “rivestimenti“ ed essendo priva di aspetti che la separino dal resto della Creazione, viene definita Anupadaka; qui il principio separativo, l’Ego, viene identificato solo come un riflesso limitato di questa immensa “Forma Energetica“. Nelle diverse vite che l’Uomo si trova ad affrontare durante la reincarnazione, le esperienze vissute entrano a far parte del “bagaglio animico“, avendo così la possibilità di archiviarle tutte, ma il fatto di non ricordare niente di tutte queste vite passate, se non raramente o a sprazzi, può dare un’idea della distanza che si viene ogni volta a creare tra la percezione che l’Uomo ha di sé stesso (Ego) e la sua vera natura (Anima). Secondo tali filosofie, solo gli iniziati e i maestri riuscirebbero a ricordarsi le vite precedenti, perché la loro identificazione non sarebbe più con “l’Ego Inferiore” ma con il vero “Principio Unificatore“, avendo così una sintonia pressoché perfetta con l’Anima, dove tutte le pratiche e le diverse filosofie o religioni orientali, sostanzialmente, presentano l’obiettivo di liberare l’Uomo dalla “Schiavitù dell’Ego“: l’Ātman, tradotto come “respiro“, può quindi essere inteso con una doppia accezione, sia come “Anima del Mondo” o come principio de “l’Anima Individuale“. Inoltre, secondo alcune credenze sciamaniche coeve, sarebbero gli “Spiriti” a muovere il creato ancor prima degli stessi Dèi, in quanto presenti in tutti gli “Esseri Viventi” e con un loro rango proporzionale alla “creatura che animano“. Erano pure convinti come grazie alla morte, l’Essere Umano entrasse nella “Dimensione degli Spiriti“, superiore a quella terrena, da qui la necessità di onorare i defunti, non per l’affetto, ma soprattutto perché da quel piano elevato potevano benedire i vivi; per contro, nasceva persino la paura riguardo ai morti, dato che se una persona in vita fosse stata oppressa e maltrattata, giunta nel “Reame Superiore” avrebbe potuto vendicarsi.

È comune convinzione come l’Anima sia una forma energetica che fa esperienza all’interno dei vari Corpi, o “Contenitori“, in realtà questa Energia diventa un’Anima nel momento in cui si incarna all’interno della Materia. Prima di allora si dovrebbe parlare in modo più appropriato di “Energia Pura Divina“, ovvero di una “Entità indefinibile“, antecedente alla sua esperienza corporea, incorruttibile e assoluta nella sua ascendenza divina, quindi non ancora soggetta alla corruzione della Materia stessa. Pertanto è nel momento in cui questa “Energia” si riveste di un Corpo che diventa Anima, poiché l’unione di queste “Forme” le porta a fare l’esperienza diretta della Vita. Nei testi Indù, l’Anima (o Ātman) è un’infinitesimale particella energetica, parte integrante del “Divino” e che costituisce “l’Essere” in sé. Differente dal “Corpo Materiale” in cui è situata, ritengono come in essa vi sia “l’Origine della Coscienza“, seppure rimanga distinta dal Divino non eguagliandolo mai, dato che possiede i suoi attributi in minima quantità costituendone una “Energia Marginale“, trovandosi come ago della bilancia tra “l’Energia Materiale e quella Spirituale“. Designata anche con i nomi di “Essere Vivente”, “Anima Individuale” o “Anima Infinitesimale“, “l’Anima Incarnata” intesa pure come “Essere Vivente“, cioè rivestita di un Corpo, si pensava all’epoca appartenesse a ben 8.400.000 specie viventi che popolano l’intero Universo, suddivise in 900.000 specie acquatiche, 2.000.000 di specie vegetali, 1.100.000 specie d’insetti e rettili, 1.000.000 di specie di uccelli, 3.000.000 di specie di mammiferi e 400.000 specie umane.

«Nessuno nasconde un oggetto prezioso in un recipiente di grande valore, ma spesso tesori incalcolabili sono posti in un recipiente del valore di un Asse [moneta romana di scarsissimo valore]. Così è per l’Anima: essa è un oggetto prezioso ed è venuta a trovarsi in un Corpo spregevole.» (Vangelo Secondo Filippo)

L’Anima del Mondo

“L’Anima del Mondo” (meglio nota in latino come “Anima Mundi“) è un termine filosofico usato dai platonici per indicare la vitalità della Natura nella sua più totale manifestazione, assimilata ad un unico “Organismo Vivente“. Rappresenta il “Principio Unificante” da cui prendono forma i singoli organismi, i quali, pur articolandosi in differenti specificità individuali, risultano tuttavia legati tra loro da una comune “Anima Universale“. Questa concezione sembra essere apparsa sin dagli albori dell’Umanità, pur avendo la sua origine in Oriente, ma divenne poi un tratto caratteristico del Paganesimo e delle religioni animiste, secondo cui ogni realtà, anche all’apparenza inanimata, contiene una presenza spirituale connessa a “l’Anima del Tutto“. Platone, nel “Timeo“, fu tra i primi a menzionare “l’Anima del Mondo“, ereditando tale concetto dalle tradizioni orientali, orfiche e pitagoriche. Secondo la sua visione, il Mondo sarebbe una sorta di “Grande Animale” la cui vitalità viene supportata da quest’Anima, infusagli dal Demiurgo, per essere poi plasmato dai “Quattro Elementi“: FuocoTerraAria Acqua.

«Pertanto, secondo una tesi probabile, occorre dire che questo Mondo nacque come un Essere Vivente davvero dotato di Anima e Intelligenza grazie alla Provvidenza Divina.» (Platone, “Timeo”, cap. 30, 68)

Nello Stoicismo trovò un proprio corrispettivo nel Logos, concepito in forma immanente come presenza del “Divino” nelle vicende mondane, ossia come sentimento di compassione che fa incontrare la sfera soprannaturale con quella umana. Venne poi fatto proprio da alcune correnti gnostiche, esoteriche ed ermetiche del periodo ellenistico, divenendo un tema centrale nel sistema filosofico di Plotino, da questi identificata con la “Terza Ipostasi” nel processo di emanazione dall’Uno, dove l’Anima era da egli concepita con una doppia natura: «L’Anima, in virtù della sua unità, trasferisce ad altri Esseri l’Unità, che del resto lei stessa accoglie per averla ricevuta da un altro.» (Plotino, “Enneadi“, VI, 9, 1). La Vita, secondo Plotino, non nascerebbe da combinazioni atomiche ad essa esterna, ma da un principio interiore, semplice e immateriale, l’Anima. Da questo principio, la molteplicità di Anime presenti nel Mondo sarebbe spiegabile ammettendo che tutte abbiano un’origine comune, e secondo logica, l’Unità a fondamento delle Anime dovrebbe essere la stessa per tutte. Questa Unità, pertanto, sarebbe “l’Anima del Mondo“, la quale a sua volta si fa veicolo delle idee platoniche negli organismi, andando a costruire la loro ragione formante, o Logos, in maniera simile ai caratteri genetici di ogni individuo: «Da tutto quanto si è detto risulta che ogni Essere che si trova nell’Universo, a seconda della sua natura e costituzione, contribuisce alla formazione dell’Universo col suo agire e con il suo patire, nella stessa maniera in cui ciascuna parte del singolo animale, in ragione della sua naturale costituzione, coopera con l’Organismo nel suo intero, rendendo quel servizio che compete al suo ruolo e alla sua funzione. Ogni parte, inoltre, dà del suo e riceve dalle altre, per quanto la sua natura recettiva lo consenta.» (Plotino, “Enneadi“, IV, 4, 45)

Tutto il sistema plotiniano trovò piena organicità nel postulare “l’Uno Assoluto” al di là delle stesse “Idee“, dove a tale principio trascendente e ineffabile, inspiegabile a parole, ci si può ricongiungere solo attraverso “l’Estasi Mistica“. E nonostante la visione monistica, nel “Concetto di Anima Mundi” postulata da Plotino sussistevano anche le “Divinità” del politeismo pagano, care alla mitologia greca, le quali non erano viste in contrasto con l’Uno, ma espressione, seppure frazionata, della medesima Natura. La dottrina plotiniana, una volta depurata dai suoi aspetti pagani, poté finalmente essere assorbita dal Cristianesimo, il quale, partendo da una visione spirituale della “Realtà“, vedeva “l’Origine della Vita” in un principio “Unitario e Intelligente“. Ma a differenza di Plotino, secondo cui l’Anima genera “Esseri” simili a sé in maniera inconsapevole, fino a disperdere la propria “Energia Vitale” in quegli organismi via via inferiori e meno evoluti, il Cristianesimo la vide in un’ottica più “Creazionista“. Nella Bibbia, già l’Essere Umano venne concepito ad immagine e somiglianza di Dio, in quanto tra il più evoluto dei viventi, e lo stesso principio di “Anima Mundi” si accostò a quello di “Spirito Santo” (concepito non in forma vacua, ma come vera e propria “Persona“, la “Terza della Trinità“), inteso come “Soffio Vitale” che spira dove vuole in piena autonomia.

Tale aspetto vitalistico del Mondo sembra persino emergere nei Vangeli, quando Gesù rivolgendosi agli “Elementi della Natura“, come gli alberi o il vento, li considerò come “Entità Coscienti” e che a lui obbediscono. Tale centralità de “l’Anima Mundi” permeò poi l’Agostinismo, specie in séguito al commentario del “Timeo” di Platone ad opera di Calcidio, che le attribuiva una “Natura Razionale Incorporea“, ma se ne trovano cenni anche in Boezio, Dionigi l’Areopagita e Giovanni Scoto Eriugena. Divenne un tema ampiamente sviluppato dai maestri della Scuola di Chartres, come Teodorico e Guglielmo di Conches, i quali ammisero l’immanenza dello “Spirito nella Natura“, concependola come una totalità organica ed indipendente. Dio, secondo Guglielmo, si era limitato a dare l’avvio alla Creazione, dopodiché tutta l’evoluzione dei processi naturali, doveva essere spiegata sulla base di princìpi interamente fisici individuati nei “Quattro Elementi“, senza il bisogno di un ulteriore intervento divino; fu così che, ammettendo l’immanenza de “l’Anima Universale” nella Natura, i filosofi di Chartres si avviarono verso una visione panteistica del Creato. Contemporaneamente anche Tommaso d’Aquino parlò di un “Anima Mundi“, causa della Natura che derivava “post aeternitatem” dalle “Intelligenze” (sussistenti “cum aeternitate“), le quali a loro volta discendevano dall’Uno o Bene, causa prima “ante aeternitatem“.

Durante il Rinascimento si assistette ad una nuova stagione del Neoplatonismo, dove la nozione di “Anima Mundi” godette di particolare fortuna, legandosi ad elementi magici, alchemici ed ermetici, proprio della Filosofia del tempo, collegati all’attività di personaggi come Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. Di questo periodo fu la ricerca della “Pietra Filosofale“, la quale per essere prodotta era necessaria la disponibilità del “Grande Agente Universale“, o “l’Anima del Mondo“, altrimenti detta Azoto, acronimo cabalistico che indicava la “Luce Astrale Divina“, di cui ogni “Elemento della Realtà” si riteneva essere permeato. Allora, l’intero Universo veniva concepito come un unico “Organismo Vivente“, popolato da “Presenze o da Forze Vitali“, dove la visione neoplatonica, unita a quella cristiana, consentiva di vedere organicamente questo insieme, in virtù dell’Amore che il “Divino” irradia nel Cosmo, vivificandolo. L’Amore di Dio era visto come “l’Ordine Geometrico del Mondo“, nel quale la concordanza tra “Spirito e Materia, Eventi Celesti e Terrestri“, intesi come espressione di un medesimo principio esistenziale, portò ad una maggiore fiducia in discipline come l’Astrologia o nella possibilità di predire il futuro tramite gli Oroscopi. Quest’ultimi vennero concepiti al servizio dell’Uomo, specie per poter intervenire attivamente nel corso degli eventi e per mutarli, e fu in questo clima culturale che emersero persino aspetti paganeggianti, tanto che la concezione animista e immanente dello Spirito, iniziò a convivere con l’aspetto trascendente di Dio, sostituendo le “Divinità Pagane” con delle Creature intermedie, come gli “Angeli o i Santi Protettori“, preposti ognuno ad una precisa giurisdizione di aspetti o elementi del quotidiano. Nel Cinquecento fu la volta di Giordano Bruno, il quale concepì Dio talmente immanente alla Natura fino a identificarlo in toto con essa (Panteismo), e in Tommaso Campanella, secondo cui tutti gli “Elementi della Realtà” sono senzienti, ovvero dotati di una Coscienza (Sensismo).

«Una sola è l’Anima, anche se è divisa e circoscritta in infinite nature e realtà individuali. Una sola è l’Anima Intelligente, anche se dà l’impressione di trovarsi divisa.» (Marco Aurelio)

Nei successivi secoli, pur restando latente, il “Concetto di Anima del Mondo” fu ostacolato dal diffondersi del Meccanicismo e dalla Scienza Newtoniana, alla quale si oppose nel Settecento il celebre intellettuale Johann Wolfgang von Goethe. Grazie a quest’ultimo, riemerse poi durante il Romanticismo (specie in Germania), quando in particolare Friedrich Schelling riprese la concezione neoplatonica che concepiva il “Principio Intelligente“, presente già nella Natura in forme embrionali o potenziali. Per Schelling, la Natura fu pensata come “un’Intelligenza Sopita, o uno Spirito in Potenza“, in quanto non potrebbe evolversi sino all’Uomo se non avesse già dentro di sé lo “Spirito Divino“. In questa visione, “l’Anima del Mondo” sarebbe pienamente autocosciente solamente nel momento in cui l’Uomo, che rappresenta il vertice del Creato, vi si riflette, essendo anche gli organismi inferiori, imitazioni o aspetti minori di quell’unico “Organismo Universale” il quale sempre nell’Essere Umano trova piena realizzazione. E se a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, in musica, fu Ludwig van Beethoven a trasportare tali concetti in Musica, sul fronte del pensiero toccò a Arthur Schopenhauer utilizzare lo stesso concetto neoplatonico, dove le singole “Anime degli Individui” erano viste come espressione di un’unica “Volontà di Vita“, operante in maniera inconsapevole, e che solo nell’Uomo può diventare “Cosciente di Sé“; mentre all’apparenza l’IO Individuale è separato dagli altri ed è spinto perciò verso un agire egoistico, dato che al di sotto del “Velo di Maya“, le Anime sono in realtà tutte unite a formare una sola “Grande Anima“. Durante il primo Novecento, il filosofo Henry Bergson (Parigi 1859-1941) affermò come la Vita biologica (ma lo stesso dicasi per la Coscienza), non è un semplice aggregato di elementi composti, riproducibili in maniera artificiale. Sempre in questo periodo, il “Concetto di Anima Mundi” fu persino rintracciabile nel Dannunzianesimo, in cui prevalse l’anelito all’unione panica con l’Universo, attraverso la ricerca estetica e sensuale del bello. Riemerse all’interno della nozione di “Inconscio Collettivo” anche in Carl Gustav Jung, ripreso da aspetti ben più antichi e già presenti in culture asiatiche come il Buddhismo, il Taoismo, l’Induismo, dove analogamente prevale l’idea che l’Universo sia “animato” da una “Forza” compatta e unitaria.


[1] Il termine “Ilozoismo” (composto dal greco antico hýlē, «Materia» e zoé, «Vita») riguarda la dottrina la quale concepisce la Materia come una “Forza Dinamica Vivente” che ha in sé stessa animazione, movimento e sensibilità, senza alcun intervento di princìpi animatori esterni. Nell’Antica Filosofia il termine appare affine a quello di “Ilopsichismo” (da ὕλη “Materia” e ψυχή “Anima“) e di “Panpsichismo” (da πᾶν “Tutto” e ψυχή “Anima“) poiché il “Concetto di Vita” coincideva con quello di Anima, come apparve nel primo ilozoista Talete e che concepì l’Universo come “animato” (ἔμψυχος). Il termine fu coniato dal filosofo inglese di impostazione platonica Ralph Cudworth (1617-1688) che lo riferì al pensiero materialista di Stratone di Lampsaco e di Spinoza. Questa dottrina filosofica era presente nei filosofi presocratici, per i quali la sostanza primordiale è materiale e vivente, e negli stoici che teorizzarono l’esistenza di un “Fuoco Originario” come principio animatore dell’Universo. A “l’Ilozoismo” possono ricondursi i filosofi della natura rinascimentali quali Bernardino Telesio, Giordano Bruno e Tommaso Campanella, i quali condivisero l’idea che vi sia un sostrato materiale, di per sé inerte, ricevente vita e movimento da due “Forze” materiali: il Caldo e il Freddo. Nel XIX secolo, tale pensiero ricomparve in alcuni autori materialisti (i quali ritenevano animati gli Atomi e l’Etere), e nell’ambito della cosiddetta “Psicosofia“.

[2] La Geenna (o Gehenna Gaénna) è una valletta scavata dal torrente Hinnom sul lato sud del Monte Sion. Il nome deriva dall’ebraico Gē-hinnom che significa, appunto, “Valle dell’Hinnom“. Il Sion è il rilievo montuoso sul quale la città di Gerusalemme è stata fondata ad opera del popolo dei Gebusei, il re Davide la conquistò e ne fece poi la sua capitale. Attualmente la valle è tutta edificata e contiene un quartiere di Gerusalemme tra i più poveri.