“Il Velo dell’Illusione. L’Universo non è qui”

[Scena tratta dalla saga cinematografica di “The Matrix“]

«Sappiate che l’inganno inizia sempre a funzionare, o a essere operativo, quando la menzogna diventa una verità condivisa, se non da tutti, almeno da una buona parte della popolazione. Gli uomini, dietro altisonanti termini (a cui tutti si abbuffano per poi finire a elogiare la propria egoica sapienza), inconsciamente, nel quotidiano, come delle marionette mettono in scena una verità-altra, con l’unico scopo di portarvi sempre più lontano dalla verità-ultima…» (Federico Bellini)

La mitologia Indù, tramite il testo del “Vishnu Purana“, ci racconta una storia molto singolare, quella di Pramlocha, una ninfa delle acque la quale ingannò il vecchio e saggio Kandu, la cui santa vita aveva meravigliato e, al tempo stesso, turbato gli Dèi. La leggenda racconta come Pramlocha, per ordine di Indra, il “Re degli Dèi“, sedusse questo yogi e vi riuscì talmente bene nel suo intento che restarono insieme per 907 anni, sei mesi e tre giorni, seppure al saggio Kandu sembrarono un solo giorno. L’allegoria, quindi, ci mostra Kandu come il simbolo di un’umanità priva di Mente, incapace di accorgersi della differenza temporale fra un giorno o un periodo lunghissimo, in quanto tipico di una “Razza degli Immortali” che viveva fra gli Dèi, in un Mondo privo di sofferenza. Nel “Mito della Genesi“, Kandu è associabile all’Adamo biblico, fatto col fango e che dimorava felice nel “Paradiso Terrestre” (l’Eden), ma esattamente come il peccato originale squarciò questo “Velo dell’Illusione“, in egual misura, anche in Kandu lo stato di torpore ipnotico e di sonnolenza fu improvvisamente interrotto.

Infatti, il saggio, non appena riprésosi scacciò lontano da sé la bella Ninfa, la quale volò via asciugandosi il sudore che usciva dai pori della sua pelle con le foglie di alcuni alberi: gli alberi ricevettero quindi la rugiada vivente divenendo così “Alberi della Vita“, mentre i venti raccolsero questo sudore-rugiada dagli stessi alberi e lo radunarono in un’unica massa. Soma, la Luna, con i suoi raggi fece poi crescere poco a poco le dimensioni di questa massa fino a renderla viva e a tramutarla in una bella ragazza di nome Marisha. In questo mito, se la bella ninfa Pramlocha è l’equivalente semitica della Dea Lilith, la donna Marisha rappresenta la Eva biblica, la “Prima Donna” di un’umanità nata dal sudore, e dove, allegoricamente, le gocce di questo sudore sono l’equivalente delle spore di una dottrina genetica perduta. Pure nel Mahabharata, si narra che un popolo chiamato Raumas sia stato creato dai pori del gigante Virabhadra, similmente come il gigante primordiale Ymir della cosmogonia norrena, genererà dal suo corpo esanime e smembrato, tramite le larve della sua carne, la razza degli Gnomi, progenitori dei Nani e degli Elfi. Ma cosa era questa sorta di ipnosi che tenne sotto scacco Kandu, Adamo e persino l’ignaro Ymir?

Phantasos, nella mitologia Greca era uno dei tanti figli del sonno, Hypnos, di conseguenza della Notte, e il mito vuole si occupasse continuamente di contraffare la storia. Egli, si dice, vivesse in Oriente, in un palazzo con due porte: una era d’avorio e l’altra di corno. Dalla porta di corno uscivano i sogni chiari e trasparenti, mentre dalla porta di avorio, invece, uscivano quelli oscuri ed ambigui. Ed è in questa ambiguità che le conoscenze misteriche ed iniziatiche giungeranno sino a noi, attraverso il mito di un “Velo“, un velo illusorio il quale ancora oggi attende di essere tolto. Plutarco registrò la seguente iscrizione sul portico del tempio di Iside a Sais: “Io sono tutto ciò che fu (QUID FUIT), ciò che è (QUID EST), ciò che sarà (QUID ERIT) e nessun mortale ha ancora osato sollevare il mio velo.” Iside rappresentava la “Sapienza” nascosta (colei la quale nella successiva “Gnosi” divenne poi la Sophia), che attraverso i secoli era stata tramandata nelle innumerevoli scuole misteriche in tutto il Mondo Antico, e dove sotto il suo velo si nascondevano i misteri e il sapere del passato.

Coloro i quali elaborarono i miti, si proposero di far conoscere ai profani una parte delle conoscenze, sia in una fraseologia particolare, sia in un linguaggio destinato a velare piuttosto che a svelare i misteri della loro scienza sacra, dove la cosiddetta “favola“, la “lieta novella“, era l’unico espediente orale, o letterario per eccellenza, atto a nascondere ai profani e al tempo stesso lasciare in essi un segno indelebile e imperituro. La segretezza divenne una necessità man mano che il genere umano progrediva e diventava, a ogni successiva generazione sulla Terra, più terrestre ed egoista; sarà l’egoismo personale a spingere l’uomo ad abusare della sua conoscenza e del suo potere. I “Libri di Thot”, i “Veda”, la “Bibbia” e la “Cabala”, indirizzano tutti quanti verso la medesima segretezza concernente certi misteri della Natura in essi simbolizzati. Per questo, la rimozione del “Velo di Iside” rappresenta la rivelazione della luce, un sapere che persino Mosè, l’egiziano, si ricordò quando fu necessario lasciare ai posteri tali misteri. Quando Mosè discese dal Monte Sinai, il suo volto radiante era coperto da un “Velo” che egli toglieva solo quando parlava con Aronne e gli Anziani, in quanto così egli “mise un Velo” sulla faccia del suo “Pentateuco“.

Non era il volto di Dio a brillargli attraverso, e nemmeno la sua stessa faccia, ma un’ombra, una protezione alla profanazione. Mosè rivestì quelle grandi verità rivelategli sul Monte Sinai con il più ingegnoso linguaggio figurato, lo fece per andare incontro alle esigenze degli israeliti. Essi non avrebbero mai accettato nessun Dio il quale non fosse altrettanto antropomorfico quanto gli Dèi egiziani, un Dio che a lui soltanto aveva rivelato determinate conoscenze. Ma questo fu pure un “Velo Illusorio“: «Strofe, offerte, sacrifici, voti, passato, futuro, ciò che dicono i Veda: da ciò il Mago (māyin) crea tutto questo Universo e in ciò l’Altro (l’Anima individuale) è tenuto dai lacci dell’Illusione (māyā). Bisogna dunque sapere che l’Illusione è la Natura e il grande Signore (maheśvaraṃ) è il Mago. Tutto questo Mondo è compenetrato di Entità che sono particelle di lui.» (Śvetāśvatara Upaniṣad. IV, 9-10. Traduzione di Carlo Della Casa in Upaniṣad, Torino, Utet, 1983, pag. 408). Māyā, in sanscrito, aveva in origine il significato di “Creazione“, indicando anche il relativo potere straordinario. Tale termine deriva dal verbo nell’accezione di “misurare, distribuire, foggiare, ordinare e/o costruire“.

Nei Veda, infatti, con il termine māyā si indica il potere da cui ha origine il Mondo Materiale, un potere proprio dei Deva e degli Asura che lo utilizzano per trasformare una propria ideazione in una forma concreta, attenta ed efficiente. Con l’espressione “Velo di Maya“, coniata nel XIX secolo da Arthur Schopenhauer, si intesero diversi concetti metafisici e gnoseologici propri della religione e della cultura induista, ripresi successivamente da vari filosofi moderni. Arthur Schopenhauer, nella propria filosofia, sosteneva che la vita è un “sogno” sebbene questo “sognare” sia innato (quindi la nostra unica “realtà“) e obbedisca a precise regole, valide per tutti e insite nei nostri schemi conoscitivi. Questo «Velo», di natura metafisica e illusoria, separando gli “Esseri Individuali” dalla conoscenza e la conseguente percezione della realtà (se non offuscata, e al tempo stesso alterata), impedisce loro di ottenere il moksha (cioè la liberazione spirituale) tenendo l’Umanità imprigionata nel saṃsāra, ovvero il continuo “Ciclo delle Morti e delle Rinascite“. Similmente alla metafora della “Caverna di Platone“, l’Uomo (e quindi l’intera Umanità) sarebbe come un individuo i cui occhi sono coperti sin dalla nascita da un “Velo“. Soltanto quando sarà in grado di liberarsene, la sua Anima potrà liberarsi da questo letargo conoscitivo (o avidyã, ignoranza metafisica), contemplando finalmente la vera essenza della realtà, proprio come in “Matrix“.