“L’Estasi, l’Etere o la Quintessenza”

[“Maria Maddalena in Estasi” dipinto di Artemisia Gentileschi]

L’Estasi

L’Estasi è uno stato psichico di sospensione ed elevazione mistica della Mente, la quale viene percepita a volte come estraniata dal Corpo (da qui la sua etimologia, a indicare un “uscire fuori di sé“). Nonostante la diversità delle culture e dei popoli in cui l’Estasi è stata sperimentata, le descrizioni circa il modo in cui essa viene raggiunta risultano straordinariamente simili. Si afferma di provare in questi momenti una sorta di annullamento di sé, e di identificazione con Dio o con “l’Anima del Mondo“. Psichicamente è caratterizzata dalla cessazione di ogni attività da parte dell’emisfero cerebrale sinistro (noto anche come emisfero dominante o della “razionalità discorsiva“), consentendo così all’emisfero destro (quello recessivo o passivo, detto “emotivo“) di attivarsi. È uno stato di estrema concentrazione simile per certi versi all’ipnosi, quando ad esempio la Mente rimane attonita nel fissare un punto o un oggetto, privandosi di ogni altro pensiero. Generalmente produce uno stato di notevole beatitudine e benessere interiore. Una simile condizione mentale era nota sin dall’antichità ed era considerata manifestazione diretta della divinità. Nell’antica Grecia erano famose le Menadi (o Baccanti), delle donne che partecipavano a riti non ufficiali.

Si trattava di culti misterici e iniziatici i quali si svolgevano al di fuori delle mura della città ed erano aperti agli emarginati della società, come donne, schiavi e meteci. I protagonisti di questi culti (detti anche “Misteri“, connessi sia ai riti dionisiaci come a quelli orfici sorti intorno al VII secolo a.C.), presi in uno stato di “Trance o Estasi” ballavano sfrenatamente e uccidevano a mani nude degli animali. Si trattava di elementi legati all’aspetto esoterico della religione greca, conniventi con l’esoterismo della religiosità tradizionale. L’Estasi era ciò che rendeva possibili gli “Oracoli“, essendo vissuta come momento di tramite fra la dimensione terrena e quella ultramondana. A volte lo “Stato di Estasi” veniva raggiunto artificialmente mediante l’uso di sostanze psicotrope, la persona coinvolta era portata così a compiere gesti o azioni insoliti. Figure degne di nota furono le Sibille, la più famosa delle quali si rammenta essere stata la Pizia, sacerdotessa di Apollo che dimorava a Delfi. La Pizia raggiungeva uno “Stato di Estasi” indotto dai vapori inebrianti che uscivano da una spaccatura del suolo, durante il quale proferiva gli oracoli. In Magna Grecia era invece famosa la Sibilla di Cuma, presso gli odierni Campi Flegrei, capace di predire il futuro inalando i vapori delle solfatare.

Nelle religioni asiatiche, come l’Induismo, il Taoismo, e soprattutto il Buddismo, l’Estasi è il momento sacro in cui avviene “l’Illuminazione“, manifestazione del pieno sviluppo delle potenzialità e delle qualità naturali presenti nell’individuo. Questo stato è chiamato onniscienza oppure saggezza suprema e perfetta, detta anche “Bodhi“, e corrisponde a “l’Illuminazione del Buddha“; è lo stato in cui la Mente diventa illimitata e non più separata dal resto del Mondo, il punto in cui il microcosmo della persona si fonde con il macrocosmo dell’Universo. Diventa così possibile una condizione di Nirvana, alla quale ci si allena sotto la guida di un maestro tramite la Meditazione, cioè la concentrazione su di sé e la consapevolezza della propria “Energia“. Secondo Plotino, l’Estasi è il culmine delle possibilità umane che avviene dopo aver compiuto a ritroso il processo di emanazione da Dio: essa è un’auto-coscienza risultante essere la meta naturale della ragione umana, la quale, desiderando ricongiungersi col “Principio” da cui emana, riesce a còglierlo non possedendolo ma lasciandosene possedere. Tramite un severo percorso di ascesi, che si serve del metodo della teologia negativa e della catarsi dalle passioni, la ragione riesce così a uscire dai propri limiti, superando il “Dualismo” inteso come soggetto/oggetto e compenetrandosi con l’Uno.

Quello di Plotino non è tuttavia un semplice panteismo naturalistico, poiché per lui l’Estasi è essenzialmente un percorso in salita verso la trascendenza. Essendo l’Uno non descrivibile, perché descriverlo significherebbe sdoppiarlo (e quindi non sarebbe più Uno ma Due), anche l’Estasi è di conseguenza uno stato psichico non descrivibile a parole, dato che è la condizione stessa dell’Uno in auto-contemplazione. Intuirla è possibile solo per via di negazione: tramite il suo contrario, prendendo coscienza di ciò che l’Uno non è, ovvero del moltéplice. Cusano, teologo cristiano del Quattrocento, dirà in maniera simile che l’Universo è “l’Esplicatio dell’Essere“, ovvero il fuoriuscire di sé da parte di Dio. A differenza del Cristianesimo, secondo Plotino l’Estasi non è un dono della divinità, ma una possibilità naturale dell’Anima. Essa tuttavia si manifesta non per una propria volontà deliberata, ma da sé, in un momento fuori della portata del tempo. Plotino stesso raggiunse l’Estasi solo tre o quattro volte nella sua esistenza, viverla è infatti dato a pochissimi e in rari momenti. L’Estasi inoltre non serve ad alcuno scopo, essendo una contemplazione fine a sé stessa risulta del tutto inutile per qualsiasi praticità. Eppure è solo nell’Estasi, per contro, che l’essere umano ha la rivelazione della sua condizione più vera e autentica.

Per il resto la via indicata da Plotino verso la saggezza consisteva in una vita retta, oppure nella ricerca di espressioni artistiche come la Musica. La filosofia plotiniana diede quindi avvio a una lunga tradizione neoplatonica, che concepiva l’Universo animato da un Eros, o tensione amorosa, mirante a ricongiungersi a Dio tramite l’Estasi. La teologia di Plotino fu ripresa in particolare da quella cristiana, e rivisitata però alla luce dell’aspetto personale della “Trinità“. L’Estasi venne intesa in un senso più ampio: per il Cristianesimo essa non fu più soltanto una contemplazione fine a sé stessa, ma funzionale all’azione; deve tendere cioè non solo verso Dio, ma anche verso il Mondo. Tale mutamento di prospettiva venne introdotto affiancando all’amore greco di tipo ascensivo, corrispondente al “Concetto di Eros“, un amore discensivo, corrispondente al concetto ebraico di “Agape“. L’esperienza estatica cristiana consiste così in una “comunione“, una sorta di abbraccio col Mondo e l’Umanità in esso dispersa con lo scopo di alleviarne le sofferenze e ricongiungerla al Padre. Essa avviene tramite una “Illuminazione” operata direttamente da Dio, dove egli fuoriesce nel Mondo non per un atto involontario (com’era nel plotinismo), ma perché ama le sue creature.

Identificarsi con la sua “Estasi Divina” è, secondo Agostino, la meta naturale della ragione umana, la quale può riuscirci non per una deliberata volontà individuale, ma per una rivelazione da parte di Dio stesso che si rende presente alla nostra Mente; l’Estasi è dunque essenzialmente un dono, reso possibile per intercessione dello “Spirito Santo“, grazie a cui l’essere umano trascende i propri limiti e si rende strumento di Dio nel Mondo. A differenza di altre religioni la persona coinvolta non perde comunque la propria individualità, pur compenetrandosi in “Lui“. Per i mistici medioevali, come San Bernardo, o i neoplatonici tedeschi come Meister Eckhart, l’Estasi è una visione beatifica che avviene quando “l’Anima è rapita in Dio”, e l’essere si annulla in un pensiero senza più limiti né contenuto: Dio infatti non può essere oggettivato, perché non è oggetto, ma soggetto. Si tratta di una “comunione mistica accesa da un fuoco d’amore“, un’esperienza di beatitudine suprema simile a quelle che saranno riferite in séguito da Santa Teresa d’Avila, figura di riferimento della Controriforma. Nel Trecento, Dante Alighieri, nel Paradiso della “Divina Commedia“, di fronte alla visione beatifica di Dio, negli ultimi versi della cantica provò a descrivere l’Estasi, conscio della sua ineffabilità, dell’impossibilità di riferirla a parole in maniera oggettiva.

Il desiderio di estasiarsi godette di una notevole fortuna durante il Rinascimento e, oltre al significato religioso, l’Estasi assunse principalmente una valenza artistica o estetica. Il bello era visto sia dai filosofi rinascimentali come dagli idealisti romantici come la via privilegiata per ricongiungersi a Dio. Nel Cinquecento Giordano Bruno paragonò l’Estasi a un eroico furore: non un’attività pacifica che spegnesse i sensi e la memoria, ma al contrario li acuisse, simile a un impeto razionale. A una rivalutazione dell’Estasi nell’Ottocento contribuirono sia la critica del giudizio di Kant, sia l’idealismo di Fichte e Schelling. Kant vedeva nel giudizio estetico un sentimento universale di partecipazione con “l’Assoluto“, nel quale la ragione non è più vincolata da un’attività conoscitiva soggetta alla necessità delle relazioni causa-effetto, ma è libera nel formulare i propri legami associativi. Per Fichte l’Estasi è intuizione intellettuale, l’atto immediato con cui l’IO, nel diventare auto-cosciente, può intuire sé stesso solo in rapporto a un “NON-IO“; così nel porre sé stesso, l’IO pone al contempo anche il molteplice al di fuori di . Parimenti Schelling vedeva nell’Estasi un’attività infinita con cui Dio crea il Mondo. L’Uomo può riviverla nell’Estasi artistica che è la manifestazione più tangibile “dell’Assoluto“, nel quale l’aspetto attivo e passivo, il lato conscio e quello inconscio della Mente, non sono più in conflitto tra loro, ma si fondono in una sintesi armonica di comunione cosmica con la Natura.

L’Etere o la Quintessenza

L’Etere (derivante dal greco antico confluito in latino come aether), sinonimo di “Quintessenza” (dal latino medievale “quinta essentia“, a sua volta variazione del greco pémpton stoichêion, o “Quinto Elemento“), era un elemento che secondo Aristotele si andava a sommare agli altri quattro già noti: il Fuoco, l’Acqua, la Terra, l’Aria. Secondo gli alchimisti, l’Etere sarebbe il composto principale della “Pietra Filosofale“. La storia dell’Etere inizia con Aristotele, secondo il quale era l’essenza del “Mondo Celeste“, diversa dalle “Quattro Essenze” (o “Elementi“) di cui si riteneva composto il “Mondo Terrestre“. Aristotele credeva che l’Etere fosse eterno, immutabile, senza peso e trasparente. Proprio per l’eternità e l’immutabilità dell’Etere, il Cosmo era un luogo immutabile, in contrapposizione alla Terra, luogo di cambiamento. Lo stesso concetto venne espresso alcuni secoli più tardi da Luca Pacioli, neoplatonico del XVI secolo, che coinvolse persino le strutture matematiche e geometriche: secondo il Pacioli, il Cielo, il “Quinto Elemento” aveva la forma di un Dodecaedro, struttura da lui ritenuta perfetta.

«Successivamente gli alchimisti medievali indicarono con l’Etere o Quintessenza la Forza Vitale dei Corpi, una sorta di elisir di lunga vita. Quella cosa che muta i metalli in oro possiede altre virtù straordinarie: come, ad esempio, conservare la salute umana integra sino alla morte e di non lasciar passare la morte (se non dopo due o trecento anni). Anzi, chi la sapesse usare potrebbe rendersi immortale. Questo lapis non è certamente nient’altro che seme di vita, gheriglio e Quintessenza dell’intero Universo, da cui gli animali, le piante, i metalli e gli stessi elementi traggono sostanza.» (Jan Amos Komensky, da “Labirinto del Mondo e Paradiso del Cuore” del 1631). Tra i secoli XIV e XVIII i chimici supposero che la “Quintessenza” non fosse altro se non un elisir ottenuto dalla quinta distillazione degli “Elementi“; da questa ultima accezione essa ha anche assunto un significato più ampio di caratteristica fondamentale di una sostanza o, più in generale, di una branca del sapere. Conosciuta come “Akasha“[1], nell’Induismo il termine è utilizzato per indicare l’essenza base di tutte le cose del “Mondo Materiale“, l’elemento più piccolo creato. Akasha è uno dei “Cinque Grandi Elementi” (Panchamahabhuta) la cui principale caratteristica è Shabda, il suono, mentre in hindi il significato di Akasha è “Cielo“. Per le scuole filosofiche Hindu Nyaya e Vaisheshika, l’Akasha è la “Quintessenza“, substrato della qualità del suono, una sostanza fisica eterna, impercettibile e che tutto pervade.


[1] Akasha (Akash, Ākāśa, आकाश) è il termine sanscrito per indicare l’Etere. Nell’Induismo il termine è utilizzato per indicare l’essenza base di tutte le cose del “Mondo Materiale“, l’elemento più piccolo creato dal “Mondo Astrale“. Negli ambienti teosofici alla fine dell’Ottocento, fu identificato con l’analogo “Concetto di Etere” appartenente alla tradizione filosofica occidentale. Nuove interpretazioni filosofiche furono apportate da Rudolf Steiner, per il quale Akasha, in virtù della sua innata capacità di contenere e collegare insieme ogni evento dello Spazio e del Tempo, rappresenta una sorta di biblioteca universale che riunisce tutte le conoscenze del Mondo, da lui perciò denominate «Cronaca di Akasha».