“Comprendere l’Universo in cui viviamo”

Comprendere l’Universo in cui viviamo è un’impresa assai ardua, come altrettanto complesso è lo studio che cerca di capire come si sia formato o è attualmente costituito. L’Unico modo disponibile per disvelare i suoi misteri è attraverso uno studio analitico, comprendente varie discipline tra le quali si compari il Mito con l’Astronomia, la Filosofia con l’introspezione personale, seppur rimanga pressoché intatta l’oggettiva difficoltà nel mettere la parola fine a questa incredibile singolarità. Allo stesso tempo, però, diventa interessante quel viaggio che porta ognuno di noi, non solo a sperimentare una serie di fenomeni inspiegabili, ma pure a chiedersi quale siano le nostre origini, indissolubilmente legate, tra l’altro, a quell’essenza stessa di cui è costituito. Una famosa canzone degli anni ’70 aveva un ritornello divenuto celebre che recitava, “Noi siamo Figli delle Stelle”, ma se andiamo a ben vedere era anche l’epoca in cui in America, un noto scienziato passato alla storia con il nome di Carl Sagan, affermava per la prima volta come: “Noi siamo parti di Stelle che raccolgono la Luce delle Stelle”; in quanto oltre a noi Umani, in quella Materia di cui sono formate le Stelle, si possono anche includere le forme di vita Extraterrestri, e persino gli Dèi. Questo “Cammino“, dunque, inizialmente vuole soltanto essere uno strumento di approfondimento nei riguardi di un “Regno” quasi mai esplorato, perché da qualunque parte vi si penetri ne rimaniamo comunque prigionieri data la sua complessa circolarità, del tutto simile a un labirinto di cretese memoria.

Questo labirinto, inoltre, non possiede un percorso deduttivo come non assomiglia a un organismo racchiuso in sé, ma piuttosto, non è poi dissimile a una monumentale “Arte della Fuga” di bachiana memoria, dove Teseo non è altri che la parte che ognuno di noi deve interpretare per poterne uscire vittoriosi. Albert Einstein affermò: “Ciò che è inconcepibile dell’Universo è che esso sia concepibile”. Si, perché per quanto sia difficile comprenderlo, l’Uomo non si è mai arreso di fronte alla sua vastità, così come non si arrende e continua a tutt’oggi ad andare avanti, scoprendo incessantemente milioni e milioni di remote galassie, od oggetti distanti miliardi di anni luce che sopraffanno qualsiasi precedente teoria. La “Scienza dell’Astrofisica“, inoltre, si protende ogni giorno su ordini di grandezza sempre più vasti, e quasi da perderne i contorni. E nel mentre l’Uomo moderno affronta il non-concepibile restando ancorato nella sua forma sempre più accademica e conservatrice (specie come nel corso di questi ultimi secoli), l’Uomo Arcaico, al contrario, era capace di mantenere saldamente la sua presa sul concepibile (inquadrandolo nel proprio Cosmo, specie interiore), in un ordine temporale ed escatologico che avevano un senso e un destino ultimo, specie ultraterreno.

«Coloro che vedono il Sole unicamente come una sfera e ignorano la vita che lo anima, coloro che vedono il Cielo e la Terra come due mondi non sapendo nulla della Coscienza che li governa, hanno una conoscenza molto limitata dell’Universo. Una Scienza che studia soltanto la parte inerte delle cose, senza saperne cogliere la vita che le anima e la Coscienza che le abita, è incompleta e non porta ad una comprensione reale e duratura della loro natura.» (Vijayananda Tripathi, Devata tattva)

Ogni qualvolta che affrontiamo il “Mito della Genesi“, quasi sempre descritto con sufficiente precisione (non di rado in modo maniacale), un elemento acustico interviene nel momento decisivo dell’azione: il “Suono“. Nell’istante in cui un Dio, deputato a tale compito creativo, manifesta la volontà di dare vita a  stesso o ad un altro Dio, o di far apparire il Cielo, la Terra oppure l’Uomo, egli emette un “Suono“: espira, sospira, parla, canta, urla, tossisce, espéttora, singhiozza, vomita, tuona o suona addirittura uno strumento musicale. La fonte dalla quale viene emanato il Mondo è sempre acustica, e questo “Suono“, nato dal Vuoto, è il frutto di un pensiero che fa vibrare l’intero Nulla e il quale, propagandosi, crea lo “Spazio Infinito“. In questo monologo, in cui il “Corpo Sonoro” costituisce la prima manifestazione percepibile dell’Invisibile, l’Abisso Primordiale diventa un “fondo di risonanza”, dove quel “Suono” scaturito finisce per essere considerato come la prima vera forza creatrice; dato che, nella maggior parte delle mitologie antiche, è l’identica incarnazione degli Dèi-Cantori. “L’Idea del Mondo” generato da un Canto deve avere avuto un’origine molto remota, dal momento che la sua diffusione è riscontrabile in ogni angolo del pianeta, ma appare antichissima poiché non implica la preesistenza di uno strumento di lavoro, più o meno perfezionato o anticipatore. Le Civiltà tecnicamente più progredite, inoltre, ci mostravano spesso il Creatore con delle qualità più alchemiche, – in quanto Vasaio, Falegname, Scultore o sovente un Fabbro -, il quale dopo aver forgiato i Corpi, comunicava loro la vita mediante un grido, un’espirazione sonora o la saliva, e dove l’idea del “Suono Creatore” riappare con tutta la sua forza primordiale.

«Non so scrivere in modo poetico: non sono un poeta. Non so distribuire le frasi con tanta arte da far loro gettare ombra e luce: non sono un pittore. Non so neppure esprimere i miei sentimenti e i miei pensieri con i gesti e con la pantomima: non sono un ballerino. Ma posso farlo con i suoni: sono un musicista.» (Wolfgang Amadeus Mozart)

Queste straordinarie parole del nostro genio austriaco, sembrano quasi assurgere a fanciullesche velleità demiurgiche, poiché proprio così doveva presentarsi l’artefice del nostro Universo ai suoi primordi, un “Essere” il quale (pur essendo consapevole di saper fare poco ma potenzialmente in grado di poter fare tutto, a parte emettere suoni), scelse poi di fare dell’esperienza il suo nuovo metro di lavoro e creativo; fu così che tutto il “Gioco Cosmico” iniziò. E osservando l’Universo dalla Terra, – nel nostro attuale Tempo -, riusciamo a comprendere come grazie ai super-ammassi, possiamo raggiungere le più vaste strutture cosmiche conosciute, mentre su delle scale ancora più grandi, l’Universo cominci ad apparire notevolmente uniforme e regolare. La Terra, il Sistema Solare, la Via Lattea tutta, sembrano quasi deviazioni, a volte alquanto evidenti, all’interno di un contesto distributivo uniforme di Materia, dove non sorprendono tutta quella serie quasi infinita di immagini geocentriche dell’Universo che la cultura umana ha prodotto durante la propria storia, indicando così un ordine ancor più superiore (persino mentale) nel suo collocamento. L’idea di Democrito, del quinto secolo a.C., che le Stelle fossero distribuite uniformemente attraverso lo Spazio, sembra, fra le tante, quella dotata di maggiore pregnanza. Se ne interessò pure Newton, o vari sostenitori della “Teoria degli Universi Isola“, tra i quali Christopher Wren e Immanuel Kant. Fu però Edwin Hubble che nel 1925 cambiò totalmente la nostra percezione di Universo, compiendo una rivoluzionaria scoperta: egli si accorse come le galassie si stanno allontanando da noi con una velocità proporzionale alla loro distanza.

Nonostante queste visioni sembrano situarci in un luogo speciale, quasi centrale in questo Universo il quale si espande, non è difficile rendersi conto di come, in uno Spazio sufficientemente omogeneo, la stessa cosa sarebbe anche vera per ogni altra Galassia. Data l’enormità del Cosmo, oltre ogni umana comprensione, in qualsiasi punto si trovi un osservatore o osservatrice, vedrebbe l’identica immagine di galassie che viaggiano in ogni direzione. Come abbiamo ampiamente analizzato in precedenti studi, secondo la “Teoria del Big Bang“, l’Universo ebbe presumibilmente origine con una “esplosione primigenia”, la quale riempì completamente lo Spazio Vuoto a partire da un preciso e unico punto, una “Singolarità“. Alcuni sostengono, inoltre, che questo punto sia stato grande pressappoco come una Mela, forse anche più piccolo, ma tutti concordano come dopo questa iniziale e colossale deflagrazione, ogni particella cominciò ad allontanarsi velocemente dalle altre. Si pensa, inoltre, nei suoi primi attimi, l’Universo fosse una sorta di fluido o un gas caldissimo di particelle elementari in rapidissima espansione. Per i “Fisici delle Particelle“, i primi attimi di questo Universo infante costituirono un acceleratore senza limiti di “Energia“. Eppure, nessuno si è mai chiesto come si sia scaturita tutta questa “potenza“, all’apparenza inesauribile, o da quale fonte sia arrivata.[1]

«Certi suoni inarticolati che a volte, senza volerlo, ci escono di bocca non sono altro che gemiti irreprimibili di un dolore antico, come una cicatrice che all’improvviso si fosse fatta risentire.» (José Saramago)

Se si potesse superare lo spazio abissale che ci separa dalla Galassia di Andromeda e, una volta giunti sin lì, si volgesse lo sguardo indietro verso la nostra, la Via Lattea, il Cosmo ci offrirebbe sicuramente un’immagine molto simile a quella osservata dal proprio punto di partenza. Il Sole non apparirebbe come un oggetto di particolare rilievo nel grande sistema galattico, si andrebbe a confondere insieme a tutte le altre Stelle, e soltanto con un potente telescopio si potrebbe forse rivelarne la sua debole luce tra una miriade di altri soli del tutto simili. Per quanto irrilevanti siano gli astri di questa tipologia solare, il nostro Sole ha per noi una speciale importanza, perché sebbene una Galassia sia il più grande “Sistema Materiale Organizzato“, l’interazione materica più importante si verifica a livello stellare. La Vita sulla Terra è indissolubilmente connessa al Sole, in quanto è l’equilibrio termodinamico, determinato dall’intensa produzione di calore al suo interno, a fornire ai sistemi biologici sulla superficie del nostro pianeta l’energia di cui hanno bisogno. Infatti, di tutte le Stelle la più vicina a noi è proprio il Sole, la nostra Stella, e per quanto possa sembrarci un luogo comune, l’averla così riconosciuta è stata una grande conquista solo a partire dal Rinascimento. Pensate che la maggior parte degli antichi greci, babilonesi, egiziani o cinesi, credevano ci fosse una distinzione fondamentale tra il materiale della Terra e quello del Cielo, tra cui il Sole e le Stelle.

Quando osserviamo il paesaggio terrestre e vediamo il Sole che dardeggia i suoi raggi, ci risulta difficile credere come insieme alla Terra, siano in realtà composti della stessa Materia, dagli stessi elementi. Il Sole è una sfera di gas molto caldo, e le sue condizioni sono ovviamente estreme rispetto a quelle presenti in qualsiasi luogo del nostro pianeta, almeno sino all’avvento di quella mostruosa creazione umana che è stata la “Bomba Atomica“. Pensate, la temperatura sulla superficie del Sole è di oltre 6.000 gradi centigradi ed al suo centro è di parecchi milioni di gradi, ciò nonostante, tutti gli elementi scoperti sul Sole sono pure presenti sulla Terra. Durante la notte, specie quando osserviamo in alto le Stelle, immaginare che esse possano avere una sorta di connessione con noi, ci appare come un concetto assai strano, in quanto il Cielo, mostrandosi freddo e buio con i suoi puntini luminosi, deboli e così distanti, con la Luna pallida e solitaria, sembra quasi occupare un reame intermedio e sospeso. Fu però proprio il primo sguardo che Galileo Galilei rivolse alla Luna, attraverso il suo telescopio, a disintegrare il concetto di una “sostanza celeste” distinta da quella “terrestre“, in quanto vide per la prima volta con i suoi occhi un paesaggio fatto di montagne e pianure, non poi così dissimile dal nostro.

«Tutta la natura sussurra i suoi segreti a noi attraverso i suoi suoni. I suoni che erano precedentemente incomprensibili alla nostra Anima, ora si trasformano nella lingua espressiva della natura.» (Rudolf Steiner)

Il Mito continua ancora a parlarci da un passato ancestrale, oscuro, nebuloso, utilizzando la sua disarmante metafora, memoria di una fanciullesca età umana. Ed è proprio attraverso questi racconti che, più o meno concordi, ravvisiamo la storia dei primi “Canti della Creazione“, i quali fecero emergere il Chiarore o l’Aurora dalla più completa oscurità. I popoli primitivi attribuirono quel grido di Luce al Sole, al canto di un gallo divino o al ruggito di una belva affamata, e tale suono è ravvisabile pure nello strano “vagito” che gli scienziati sono riusciti, qualche anno fa, ad ascoltare avvicinandosi ai primi momenti della nascita del Cosmo, riscontrabili nelle impronte delle onde gravitazionali provocate dall’espandersi improvviso dell’Universo, nei primissimi istanti dopo il Big Bang. Nell’Antica Persia, la Luce fu evocata dal “Toro Celeste” di Ahura Mazdah, mentre la letteratura vedica ci parla ancora di un “muggito” ma di una vacca luminosa, simboleggiante una nube gravida di pioggia, tanto che nel “Katha Upanishad” si descrive l’Atman (o “l’Essere Supremo“), il quale si esteriorizzò nella sillaba OM, come una luce intensa. I Tahitiani credono che la Luce creatrice provenga dalla bocca del Dio Tane, secondo i Maori, invece, Dio creò l’Universo per mezzo di una parola la quale evocò la stessa Luce, mentre in quelli polinesiani, Atua, cominciò il suo canto nel bel mezzo della notte, mentre il chiarore se ne sprigionò soltanto verso il mattino.

Quei canti sono dunque voci luminose, altre volte suoni che producono bagliori o del chiarore, tanto che in genere, i testi antichi, non sono molto espliciti a questo proposito: in diverse leggende il creato viene emanato da un semplice “Suono o da un Raggio di Luce“, ed è molto probabile come la versione originaria considerasse il Fuoco, o il Sole-Cantore, come un elemento primordiale celato nelle acque tenebrose e informi del “Caos Cosmico“. La “Maitrayana Upanishad” considera l’Ātman come il “Primo Sole”, da cui vennero emanati numerosi ritmi e che, dopo aver “sfavillato, versato pioggia e cantato inni”, ritornarono alla “caverna” de “l’Essere Supremo“, così come pure la dèa Amaterasu in Giappone, la Dèa del Sole, si nascose in una grotta perché ferita dall’inaccettabile comportamento del fratello Susanoo, gettando in tal modo il Mondo nell’oscurità. Non di rado questa Caverna sonora o luogo primordiale, sono simboleggiati da un Uovo splendente o da una lucente Conchiglia dalla quale spunta, infine, “l’Astro Solare“. In Egitto, ad esempio, dopo che il dio Amon sotto forma di Oca ebbe covato “l’Uovo Solare“, con la sua voce annunciò la Luce e si aprì una fessura sul guscio da cui uscì fuori il “SoleCantore“; metafora antropologica che simboleggia la Bocca che emette il “Primo Canto della Creazione“.

Il simbolo dell’Uovo o della Caverna può facilitare la comprensione di certe formule frequenti nelle culture antiche, in quanto gli Dèi “producono“, “fecondano” per mezzo della bocca, si “nutrono” e “concepiscono” tramite l’orecchio, dimostrando un modo di esprimersi simbolico che sta a significare come, durante le prime fasi della “Creazione“, tutti gli atti fossero di natura essenzialmente acustica. Ed è cantando che gli Dèi realizzano la partenogenesi, caratteristica degli inizi della stessa “Creazione“. ThotDio della Musica, della Danza e della Scrittura, con velleità persino solari, come più in generale i primi Dèi, si fecondò da solo, ridendo e lanciando grida di Luce. La Scuola di Heliopolis, inoltre, esponeva la “Storia della Creazione” in due differenti versioni: la prima vedeva il Dio-Sole generare gli altri Dèi per mezzo di un grido di Luce, mentre nella seconda, questo grido veniva sostituito da un vero e proprio atto di masturbazione o da una espettorazione solare, non dissimile da una tempesta geomagnetica (flare). La Parola, il Sole, l’Uovo, etc., sono inizialmente immersi nella notte delle acque eterne, e quando evocano l’Aurora sono impregnati di umidità, tanto che nella “Cosmogonia dei Dogon“, questa “parola umida e luminosa” interviene in tutti gli stadi della prima fase della stessa “Creazione“. Situata tra Tenebre e Luce sin dal primo giorno, sul piano umano la Musica si trova quindi immersa a metà tra l’oscurità della vita inconscia e la chiarezza delle sue metafore visionarie, che diventeranno poi, specie quest’ultime, rappresentazioni intellettuali delle più evolute e future Civiltà umane. 

Questo linguaggio, inoltre, si divise ad un certo punto del suo “Cammino” anche in tre fasi: una parte si avviò a divenire la “Musica” propriamente conosciuta, un’altra si incarnò “nel Linguaggio e nel Pensiero logico“, mentre un’ultima si trasformò lentamente in “Materia“. E non è nemmeno atipica la caratteristica che questi miti hanno di evocare, specie agli inizi della “Creazione“, alcuni elementi concreti, quali: Acqua, FuocoUovoTestaPenneAnimali, etc., essendo oggetti già concepiti in quanto simboli materiali dei primi fenomeni puramente acustici. In quella fase o dimensione primordiale, umida, di tenebra e poi luminosa, la Musica fu la sola ed unica realtà, trasformata parzialmente in altri oggetti concreti soltanto dopo l’apparizione della Materia. Le “acque eterne imporporate dai raggi dell’aurora” possono essere interpretate soltanto come un simbolo della “Musica Primordiale“, – dove essa sembra composta ora di grida o sillabe magiche, gemiti o rumori inarticolati, e nella quale, il linguaggio simbolico viene espresso chiaramente dalla sua identificazione con l’Aurora, trasmutandosi come prototipo ermafrodita del principio concertante delle “Forze della Natura“, o degli “Elementi” -, e che concorrono, ancora oggi, a dar vita all’intera “Materia Universale“.


[1] Ricordo come la “Teoria del Big Bang” tenta di descrivere come sta evolvendo il nostro Universo, non come ha avuto origine, e non sappiamo nulla su cosa esistesse prima che iniziasse ad espandersi.