“La Mente, o come crediamo di illuderci”

«Abitualmente consideriamo gli oggetti della Natura quali la Terra, i fiumi, il Sole, la Luna e le Stelle, come fossero cose esterne alla nostra Mente; in realtà queste cose sono la Mente stessa. Non pensate che questo significhi che ogni cosa è solo all’interno della vostra Mente. Abbandonate la nozione di fuori, dentro, venire e andare. La Mente indivisa non è né all’esterno né all’interno; essa viene e va liberamente, senza attaccamento.» (Eihei Dōgen)

Il termine Mente (dal latino mens mĕntis, affine al meminisse e al greco μιμνήσκω, ricordare) concerne tutte quelle complesse facoltà umane, più nello specifico relative al pensiero, inerenti le capacità “intellettivepercettivemnemonicheintuitivevolitive, etc.“, ovvero tutta quella serie di funzioni superiori del Cervello, con particolare riguardo a quelle di cui si può avere un diverso “Grado di Coscienza”, quali “la ragione, la memoria, l’intuizione, la volontà, le sensazioni, le emozioni, etc.” Seppure molte specie animali condividano con noi alcune facoltà, il termine viene solitamente impiegato in merito alle capacità umane, affiancando una parte propriamente scientifica, quindi neurofisiologica, ad una più filosofica, perciò “Metafisica“. In questa prospettiva, la Mente assume anche una valenza Sovrannaturale (“La Mente Superiore“) o addirittura Divina (“La Mente di Dio“), essendo stata sin dall’antichità oggetto di concettualizzazioni sempre associate all’Anima, la Psiché in Grecia, lo Jivatman in India, etc.

Risalgono a Platone, Aristotele e ad altri filosofi dell’Antica Grecia i primi concetti della “Mente-Anima“, mentre fu solo dal XVII secolo che iniziarono ad essere formulate numerose teorie, seppure parziali, sulla Mente, sia da parte di Cartesio, Locke e altri; anche se dal XIX secolo ne vennero alla luce di più esaustive, dove vere e proprie teorie, ancora oggi in discussione, mirarono ad analizzare i dati emersi sulla struttura del Cervello, seppure nella sola comprensione scientifica. Sovente il “Concetto di Mente” sia stato utilizzato come sinonimo (o confuso) di Coscienza, seppure il termine sia oggetto ancora oggi di un acceso dibattito, si sono comunque delineate tre posizioni principali. 1) la Mente è costituita da caratteristiche assolutamente proprie che rendono possibile indagarla senza alcun riferimento ad altro, neppure alla fisiologia del Cervello; 2) la Mente, in quanto prodotto del Cervello, è oggetto d’indagine della neurofisiologia attraverso moderne tecniche scientifiche; 3) la Mente, almeno per quanto riguarda le funzioni analitiche e computazionali, presenta notevoli analogie con i Computer, tali da permettere di identificare nel Cervello l’Hardware e nella Mente il Software.

«E quando la tua Mente prende il volo | ti accorgi che sei rimasto solo.» (Rino Gaetano)

Quello di cui si discute ancora oggi è quali “attributi umani” possa avere la Mente. Alcuni sostengono che solo le più “alte funzioni intellettive” ne facciano parte, in particolare “la ragione, l’intuizione, l’intenzionalità e la memoria“, relegando in una dimensione (o natura) più “primitiva“ le emozioni (“l’amore, l’odio, la paura, la gioia“), considerate “basse funzioni intellettive.” Altri sostengono che l’aspetto razionale di un individuo non può essere distinto da quello emotivo (o viceversa), in quanto condividendo la stessa natura, vanno entrambi considerati come appartenenti ad una “Unica Unità“. In tale prospettiva circolano recenti teorie che sogliono individuare nella Mente differenti funzioni (“sfera intuitivaintellettivarazionale e sentimentale“), le quali, seppur integrate, sono distinguibili tra di loro; correlate vi sono pure le qualificazioni delle funzioni cerebrali che alcuni hanno tentato persino di collocare all’interno dell’encefalo.

Nonostante tutte le ricerche scientifiche o le speculazioni filosofiche, ancora oggi scienziati e filosofi dibattono sulla reale natura della Mente, in quanto alcuni sostengono come sia una “Entità a Sé“, avente probabilmente il proprio perno nelle funzioni cerebrali, seppure rimanga distinta da esso. Un’esistenza ritenuta autonoma, ma condizionata, prospettiva che non solo risale a Platone, ma fu poi radicalizzata da Cartesio, non prima di essere stata assimilata dal pensiero cristiano. In questi contesti di ricerca si è considerata la Mente una “Entità” separata dal Corpo, manifestazione fisica dell’Anima che sopravvive alla morte materiale e ritorna al Creato (o Dio). Altri ancora, riprendendo le posizioni di Aristotele, sostengono come la Mente sia solo un termine utilizzato per fini di mera comodità, in quanto le molteplici funzioni mentali, seppure con poca cosa in comune tra loro, sono riconducibili alla sola Coscienza.

«La Mente invero è più che la parola. Come un pugno racchiude due frutti di āmalaka o di kola o di akṣa, allo stesso modo la Mente racchiude la parola e il nome. Se si pensa nella Mente: voglio studiare gli inni, allora si studiano; voglio celebrare sacrifici, allora si celebrano; voglio ottenere figli e bestiame, allora si ottengono; voglio dedicarmi a questo e all’altro Mondo, allora ci si dedica. Perché il Sé, ātman, è Mente, il Mondo è Mente, il Brahman è Mente. Venera la Mente.» (Chāndogya Upaniṣad)

Pensatori e studiosi, da sempre hanno tentato di distinguere l’insieme delle facoltà mentali, arrivando così a definire una “Coscienza Primaria o Nucleare“, a cui sembrano competere delle funzioni di base che aiutano a prendere “Consapevolezza del Mondo Esterno“, mediante la percezione o la “Consapevolezza del proprio Corpo“, ovvero: “conoscendo me stesso (il mio Corpo), riesco anche a comprendere la Materia che mi circonda (il Mondo).” In questo contesto, la Mente viene vista come una manifestazione soggettiva dell’essere coscienti, ovvero un mezzo tramite il quale, il “Cervello Cosciente“, comprende le sue stesse operazioni. George Berkeley, vescovo anglicano e filosofo del XVIII secolo, sosteneva come la Materia non esiste e quello che gli uomini percepiscono è una “Idea della Mente di Dio”, perciò la “Mente Umana” sarebbe una pura manifestazione dell’Anima. Ad oggi pochi sostengono tale assunto, ma l’idea che la “Mente Umana” possa avere una “Essenza” diversa e più alta, rispetto alle mere operazioni del Cervello, continua ad avere un largo consenso.

La tesi di Berkeley fu duramente criticata da T.H. Huxley, un biologo del XIX secolo e allievo di Charles Darwin, il quale sostenne che i fenomeni della Mente sono di un unico genere, spiegabili a partire dagli stessi processi cerebrali. Vicino alla scuola di pensiero materialista della Filosofia Inglese, – e che faceva capo a Thomas Hobbes -, sosteneva come ogni evento mentale abbia un proprio fondamento fisico, sebbene le limitate conoscenze biologiche dell’epoca non avessero consentito di poter confutare le sue tesi. Huxley non solo tentò di conciliare la dottrina di Hobbes con quella di Darwin, iniziando la moderna prospettiva materialista, ma rinvigorì anche quella linea di pensiero sulle conoscenze circa le funzioni del Cervello. Ovviamente nel XIX secolo non era ancora possibile affermare con certezza in che maniera il Cervello svolga determinate funzioni, concernenti “la memoria, le emozioni, la percezione o la ragione“, e questo lasciava ampio margine a delle speculazioni propriamente metafisiche; speculazioni le quali persero in parte la loro valenza non appena il progresso scientifico iniziò a trovare delle risposte concrete, attraverso lo studio diretto e sistematico del Cervello.

«Mantieni ad ogni costo una Mente aperta, ma non così aperta che il tuo Cervello caschi fuori.» (Proverbio Inglese)

La linea di pensiero razionalista ispirata da Huxley fu scossa all’inizio del XX secolo dalle idee di Sigmund Freud, il quale sviluppò una “Teoria dell’Inconscio”, asserendo che i processi mentali di cui gli uomini sono coscienti in modo soggettivo, costituirebbero una piccola parte dell’insieme delle attività mentali. Nonostante non abbia mai negato come la Mente sia una funzione del Cervello, sostenne però che essa abbia una Coscienza propria della quale non siamo consapevoli, sovente incontrollabile e ove è possibile accedervi mediante solo con la Psicoanalisi (specie con “L’Interpretazione dei Sogni“[1]). La “Teoria dell’Inconscio” di Freud, sebbene non dimostrata empiricamente e scientificamente, è stata poi così talmente assorbita dalla cultura occidentale da restarne fortemente influenzata anche al giorno d’oggi.


[1] “L’Interpretazione dei Sogni”, edito in tedesco nel 1899 con il titolo “Die Traumdeutung“, è una delle opere di Sigmund Freud che sta alla base degli ulteriori sviluppi del pensiero del fondatore della Psicoanalisi. Essa segna il passaggio del “metodo psicoanalitico” per accedere ai contenuti inconsci della psiche, dalla semplice tecnica della libera associazione di idee, al nuovo metodo che privilegia direttamente l’attività onirica, il quale nullifica o almeno limita considerevolmente l’attività censoria della ragione.