“Appercezione, Logos, Logica, Pensiero”

[“Il Pensatore” di Auguste Rodin, Parigi]

L’Appercezione

Per Appercezione si intende una particolare forma di “percezione mentale”, la quale si distingue per una maggiore chiarezza e consapevolezza di . Introdotta dal filosofo tedesco Leibniz, atta a definire la “percezione della percezione“, essendo situata al più alto livello di “Auto-Coscienza” (nota anche in Kant ne “l’IO penso“), secondo il filosofo stava a dimostrare come la capacità di pensare, o di rappresentare il Mondo, non appartiene esclusivamente alla vita cosciente (gli uomini o gli animali, ad esempio), ma pure a una vita apparentemente inanimata. Seppure queste percezioni siano avvolte nell’oscurità o nell’incoscienza, si presume, inoltre, come al più infimo livello de “l’Essere” non ci sia mai una totale assenza di una qualche attività pensante, in quanto non esisterebbe nessuna realtà priva di pensiero, casomai esisterebbero infinite gradazioni di pensiero, da quello più confuso a quello più chiaro e distinto, nel quale si esplica, per l’appunto, l’Appercezione.

«La percezione della luce o del colore, della quale abbiamo Appercezione, è composta da una quantità di piccole percezioni, di cui non abbiamo Appercezione; ed un suono dove abbiamo percezione, ma al quale non poniamo attenzione, diventa appercepibile con una piccola addizione o incremento. Infatti, se ciò che precede non producesse nulla sull’Anima, anche questo piccolo incremento non produrrebbe nulla e la totalità neppure.» (G. W. Leibniz, Scritti filosofici, UTET, Torino, 1967, vol. II, pagg. 257-258)

“L’Essere“, pertanto, sarebbe strutturato in un’infinità di “Sostanze o Monadi“, ognuna delle quali rappresenta un “Centro di Forza“, manifestazione di una “Energia Spirituale” e che consiste in una particolare e individuale prospettiva del Mondo. Esistono pensieri, ad esempio, di cui non si ha piena consapevolezza perché in quanto neutri e scevri dal “Dualismo“, non vertono su una insana e fittizia divisione tra lo Spirito e la Materia, la Coscienza e l’Incoscienza, essendo l’insieme un infinito passaggio, o variazione, tra uno “Stato dell’Essere” e l’altro. Eppure, sembra come sia soltanto nell’Uomo (e quindi negli “organismi superiori“) che le percezioni arrivino ad essere coscienti, ossia “appercepite”, in quanto egli sembra l’unico in grado di coglierle unitariamente nella loro molteplicità, sommandole e componendole in una visione sintetica, analitica, in qualità di tessere di un complesso mosaico. Ma ciò significa, inoltre, come nell’Uomo potrebbero manifestarsi anche delle percezioni inconsce a cui non prestiamo sovente attenzione, relegandole nei meandri oscuri della Mente, spesso dimenticandole.

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Il Logos

«Nessuna cosa avviene per caso ma tutto secondo Logos e necessità.» (Leucippo, fr.2)

Il Logos è un termine che, come abbiamo già visto, deriva dal greco, dal significato di “discorso, parola, ragione, o ragione cosmica“, esso era considerato dai greci la “Fonte dell’Ordine e dell’Intelligibilità del Mondo”. Eraclito vide nel Logos il principio vitale della realtà, insieme al “Fuoco” e alla “Ragione“, mentre per Platone, il Logos è “l’Essere” in quanto articolazione dialettica “dell’Ordine delle Idee”. Gli Stoici, – corrente filosofica e spirituale di impronta razionale, panteista e dogmatica (fondata attorno al 300 a.C. ad Atene da Zenone di Cinzio) -, vedevano nel Logos il soffio animatore che permea il Tutto, “ragione seminale” di ogni singola realtà. In Plotino (203/205 – 270 d.C.) e nei filosofi neoplatonici, sarebbe la “Potenza Ordinatrice del Mondo” emanata da “l’Intelletto Divino“, ipostasi intermedia dell’atto creatore tra la Divinità e la Materia, tra Dio e il Mondo (Filone di Alessandria, 20 a.C – 45 d.C.). Nel più tardo Cristianesimo, specie in quello propriamente esoterico come nel Vangelo di Giovanni, “il Logos si è fatto carne ed ha abitato tra noi“, intendendo il Cristo quanto una incarnazione del “Logos Divino o Solare“, divenuto “Uomo tra gli Uomini.”

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La Logica

Dal termine greco Logos (λόγος) deriva anche quello di Logica (λογική, logiké), ovvero lo studio del ragionamento e dell’argomentazione, rivolto in particolare a definire la correttezza dei procedimenti inferenziali del pensiero. Un ulteriore variante (λογικός, loghikòs) presente in tutta la storia della Filosofia antica precedente e successiva alla dottrina aristotelica (da Eraclito a Zenone di Elea, dai sofisti a Platone) contribuì a dargli il significato di “ciò che concerne il Logos“ (λόγος), nel senso molteplice di “ragione“, “discorso“, “legge“, etc. Il pensiero aristotelico le attribuì persino il termine di “Organon” (strumento), atto ad indicare la risoluzione (o analisi, dal greco ἀνάλυσις, analysis, derivato di ἀναλύω, analyo, che vuol dire “scomporre, risolvere nei suoi elementi“), tramite il ragionamento di elementi costitutivi propri. Fatto sta, la Logica è tradizionalmente una delle discipline filosofiche che riguarda numerose attività intellettuali, letterarie, tecniche, scientifiche, artistiche, etc. Studiata in molte antiche civiltà, dalla Cina all’India, dall’Egitto alla Grecia, fu posta come disciplina filosofica da Aristotele (384-322 a.C.) il quale le assegnò un ruolo fondamentale. Lo studio della Logica faceva parte anche del “Trivium“[1], insieme alla Grammatica e la Retorica, e al suo interno si distinguevano diverse metodologie di ragionamento: la deduzione (l’unica valida sin dall’Età Classica), l’induzione (ad oggi oggetto di critiche), e l’abduzione (di recente rivalutata dal filosofo statunitense Charles Sanders Peirce[2].

«Ora, tra i possessi che riguardano il pensiero e con i quali cogliamo la verità, alcuni risultano sempre veraci, altri invece possono accogliere l’errore; tra questi ultimi sono, ad esempio, l’opinione e il ragionamento, mentre i possessi sempre veraci sono la scienza e l’intuizione, e non sussiste alcun altro genere di conoscenza superiore alla scienza, all’infuori dell’intuizione. Ciò posto, e dato che i princípi risultano più evidenti delle dimostrazioni, e che, d’altro canto, ogni scienza si presenta congiunta alla ragione discorsiva, in tal caso i princípi non saranno oggetto di scienza; e poiché non può sussistere nulla di più verace della scienza, se non l’intuizione, sarà invece l’intuizione ad avere come oggetto i princípi. Tutto ciò risulta provato, tanto se si considerano gli argomenti che precedono, quanto dal fatto che il principio della dimostrazione non è una dimostrazione: di conseguenza, neppure il principio della scienza risulterà una scienza. E allora, se oltre alla scienza non possediamo alcun altro genere di conoscenza verace, l’intuizione dovrà essere il principio della scienza.» (Aristotele, “Analitici Secondi”, 100b 16)

La Logica, pertanto, si applica alla riflessione sulla natura del Pensiero, e come tale la storia del termine coincide praticamente con l’intera “Storia della Filosofia”. La “Logica Filosofica“, seppure fuorviante, implicante l’esistenza di una Logica diversa da quella formale, tuttavia ha dimostrato quanto le varie dottrine hanno nelle varie epoche affrontato la questione dei fondamenti della natura delle “Leggi Logiche”. Dopo Platone, il quale ne sollevò il problema, fu Aristotele ad impostare un’indagine sulle proprietà del “discorso come atto a rispecchiare la realtà“, una realtà che si esplica in base alle categorie della Metafisica. Durante l’epoca medievale, la “Logica Filosofica” (logica maior) coincise con dettagliate indagini di carattere sintattico e semantico, oltre alla “Logica Formale” (logica minor), costituente la parte propriamente filosofica di più ampi studi, densi di implicazioni teologiche e metafisiche. E ad eccezione di Leibniz è stata l’epoca moderna a riassorbire la riflessione all’interno di una “questione trascendentale”, specie in seno a tutte quelle “Teorie della Conoscenza”, cuore della stessa critica filosofica.

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Il Pensiero

Pensiero è un termine che deriva dal latino pensum (participio del verbo penderepesare), il quale indicava un certo quantitativo di lana “pesata” per potere essere passata alle filatrici ed essere infine trattata. Il pensum era perciò la materia prima, grezza, designante metaforicamente un elemento che doveva essere trattato, elaborato, donandogli così una “nuova forma”. Al Pensiero, perciò, venne attribuita la straordinaria capacità di rendere possibili oggetti complessi, in quanto tale attività è in grado di manifestarsi nel pensare, appunto, o comporre oggetti, mettendo così la sua attività a monte, come “Idee” assimilate, pensate e rese infine sostanza (o Materia): “Il Pensiero prende Forma“. Anassàgora, tra gli antichi greci, lo assimilò alla Mente Universale (detta Νούς, Nùs) o “Intelletto Cosmico Originario”, il quale, come conseguenza involontaria del proprio “pensarsi“, mise ordine nel “Caos Primordiale”. Non dissimile sia per concetto e termine è il Nun della mitologia egizia, parte maschile de “l’Oceano Primordiale” che esisteva prima di essere creato il Mondo conosciuto; mentre la parte femminile era rappresentata da Nunet, formando così anche una delle coppie primeve che formavano l’Ogdoade ermopolitana. Dal Nun emerse Mehetueret (la “Vacca Celeste“), portando Ra (il Dio del Sole) tra le sue corna, anche se sovente fu identificato con le piene del Nilo, all’emersione di un “Monte Sacro” dal quale sarebbe nato il “Fiore di Loto” in cui Atum, il “Dio Primigenio“, scaturito “creando sé stesso“ e che a sua volta, mediante una masturbazione o un espettorazione, avrebbe dato vita alla coppia ShuTefnut, l’aria e l’umidità (non la pioggia). Da questi nacque poi Geb, la Terra (principio maschile) e Nut, il Cielo (principio femminile), e che insieme dettero vita a Osiride Iside (la coppia fertile), e Nephtys e Seth (la coppia sterile), princìpi di terra fertile e desertica, di Bene Male.

«Abbiamo poco controllo sui nostri pensieri. Siamo prigionieri delle idee.» (Ralph Waldo Emerson)

Il Pensiero è la facoltà attiva e conoscitiva della Mente umana attraverso la quale, l’Uomo, riesce a prendere “Coscienza di Sé” e della realtà che lo circonda. Il termine può designare tanto l’insieme dei fatti psichici quanto l’attività della ragione e dell’intelletto, distinta dai sensi e la volontà. Tale parola era già molto diffusa da prima di Kant, specie nella tradizione cartesiana, nel cui ambito la percezione, il sentimento e la volizione (termine filosofico designante l’atto della volontà, e il processo dove essa si manifesta), sono chiamati “pensieri” o più propriamente manifestazioni dell’Intelletto e della Ragione. Su questa base semantica, Leibniz, sostenne come non esistono argomenti validi per escludere che persino gli animali siano dotati della capacità di pensare. Eppure, si continua a credere il pensiero in qualità di una intuizione immediata dell’oggetto mentale, e dall’altro come attività discorsiva (Logos), procedendo, per così dire, nel circuire il proprio oggetto in un’alternanza di affermazioni e negazioni; da qui “l’Intelligenza“. Kant, inoltre, lo definiva come “conoscere per concetti“, precisando che diventano tali solo dopo essere stati intuizioni sensibili. Durante il periodo romantico, l’Intelletto passò ad indicare l’astratto “pensare per concetti“, separato dal contenuto e teso al solo adeguamento di esso, mentre il “vero pensiero” (o “pensare“) è la Ragione, attività che produce sé stessa (o il proprio oggetto) e dove il piano dinamico e dialettico viene proposto su di un altro livello, estraneo alle accezioni negative dell’incertezza e dell’approssimazione.

«Ciò ch’io osservo nel pensare non è: quale processo entro il mio cervello collega il concetto di lampo con quello di tuono, ma che cosa mi spinge a mettere i due concetti in un determinato rapporto fra loro. La mia osservazione mi dice che nel connettere i pensieri io mi baso sul loro contenuto, e non sui processi materiali che hanno luogo nel mio cervello.» (Rudolf Steiner, “La Filosofia della Libertà”[1894], Fratelli Bocca Editori, Milano 1946, p. 17)


[1] Il “Trivio Trivium“, in epoca medievale, stava ad indicare tre “Arti Liberali” ed il loro insegnamento; a esso seguiva tematicamente il “Quadrivio“. Il “Trivium” riguardava tre discipline filosofico-letterarie: Grammatica, ovvero la lingua latina; Retorica, cioè l’arte di comporre un discorso e di parlare in pubblico; Dialettica, ovvero la Filosofia. Il “Quadrivio Quadrivium“, invece, (letteralmente “Quattro Vie“), in epoca medievale indicava assieme al suddetto Trivio, la formazione scolastica sempre delle “Arti Liberali”, propedeutica all’insegnamento della Teologia e la Filosofia. Esso comprendeva quattro discipline attribuite alla sfera matematica: Aritmetica; Geometria; Astronomia; Musica. Col Trivium dava origine a “Sette Discipline” fondamentali, le già menzionate “Arti Liberali”.

[2] Charles Sanders Peirce (1839-1914) è stato un matematico, filosofo, semiologo, logico, scienziato e accademico statunitense. Conosciuto per i suoi contributi, oltre che alla Logica pure all’Epistemologia, egli è stato un importante studioso, considerato fondatore del “Pragmatismo” e uno dei padri della moderna Semiotica (o “Teoria del Segno”, inteso come atto di comunicazione). Negli ultimi decenni il suo pensiero è stato fortemente rivalutato, fino a porlo tra i principali innovatori in molti campi, specialmente nella metodologia della ricerca e nella Filosofia della Scienza.