“Federico Bellini scrive la prefazione alle Poesie di Andrea Manis / Darean Isman”

“La Prefazione di Federico Bellini scritta per le Poesie di Andrea Manis / Darean Isman”

Andrea Manis, conosciuto anche con lo pseudonimo artistico di Darean Isman, in questa nostra attuale società intrisa e farcita di edonismo, apparenza e illusioni, è forse l’ultimo (o uno degli ultimi) “profeta-veggente” vivente. Come accaduto storicamente in precedenza con altre figure di questo calibro, penso a un nostrano Cesare Pavese o un francese Arthur Rimbaud, nel suo “fare poesia” si ritrovano tutte quelle peculiarità arcaiche che fanno del Poeta, o dell’artista, quella “vera figura sciamanica” in grado con le sue parole di disvelare veri e propri mondi sconosciuti. All’apparenza di difficile approccio, vuoi per la ricerca forbita delle parole, sempre ben dosate e ponderate, vuoi per la sua spinta visionaria e arcaica, intrisa di conoscenza filosofica ed esoterica, leggendo i suoi scritti si rimane sconcertati, a causa della sua prorompente capacità di veicolare messaggi “fuori dal Tempo e dallo Spazio”. Come non è un caso che Andrea, o Darean, mi abbia chiesto di scrivere questa prefazione, tanto è forte il legame che ci unisce, seppure fisicamente non abbiamo mai avuto modo di incontrarci (ci separa il mar Tirreno, patria della mitica e ancestrale “Tirrenide”), perché a parte questi confini fisici, abbiamo una sintonia e sinergia “interiore” che molto probabilmente ci ha visti protagonisti, fianco a fianco, in chissà quali e tante scorribande cosmiche. Non indifferente alle mie ricerche esoteriche, esogene e filosofiche, da me condotte nel corso di questi ultimi anni, nei suoi versi si riscontra quanto il mio pensiero, e la mia visione, abbiano fatto riemergere in lui (o in tante altre persone che ho conosciuto nel frattempo), quel desiderio di rivivere e di riviversi in una nuova e/o diversa prospettiva. Andrea/Darean, in sostanza, con la sua poesia sta cercando di comprendere sé stesso attraverso me stesso, in uno specchiarsi che alla fine è un accettarsi per ciò che si è “realmente”, all’interno di questa illusione che chiamiamo Vita. Ed è così che appare “l’Indefinito Spazio mai esposto” sorvegliato dagli infimi carcerieri, gli Arconti, quei “Guardiani Invisibili” che si fingono Dèi sorvolandoci ogni notte sopra le nostre teste, anche sotto forma planetaria o di costellazioni zodiacali. Qui, le più “Alte Vette del Cosmo”, alla ricerca incessante del “Sacro Battito Universale” (nascosto nel “Simulacro o Tempio”), al suono di grevi violini inducono la propria Anima a porsi dei quesiti, nel mentre egli riflette sulla sua condizione, scrivendo: “Inondo la mia Sindone in un ritratto di specchi umani.” L’insieme degli Archetipi diventa così un “Oceano” infinito, intessuto di “Costellazioni Interiori”, e le Stelle dei fari, punti di riferimento per il proprio viaggio alchemico. I “Versi” si tramutano in veri e propri “Diamanti”, testamento unico di un vissuto carico di fecondi germogli ma anche di nobile concime, in attesa di un “Nuovo Umanesimo”. E nel mentre il percorso è ammantato di “Petali di Rosa”, fiore di cui la sua presenza non ci lascia iniziaticamente indifferenti, ecco che questo nobile fiore si associa alle Stelle, forse Antares, ma soprattutto al “Fuoco”, frutto della conoscenza, della sapienza, del sapere imperituro e gnostico. Il Poeta sa, conosce, comprende e osserva “l’Energetica Fonte”, “l’Antico Sole”, l’origine di ogni cosa, il “Cubo di Stelle a cristalli” che qui irradia la sua luce nel buio firmamento, le tenebre di cui è avvolto il “nostro” Universo, in quella “Osmosi dello Spirito fecondo che ritorna Sostanza del Cosmo”, in quanto parte essenziale di quella “Grande Opera d’Arte Primordiale”. “Due Nuovi Universi”, scrive su di un immaginario papiro in “Ultimo Sospiro”, a suggellare un’unione con l’altro e con sé stesso, dove i tuoni rimbombano durante gli inverni, scivolando come gocce di pioggia tra le dita, quasi fossero “superni miracoli”. Perché alla fine di tutto, anche dopo aver attraversato la pericolosa e impervia “triplice congiunzione di Vulcani”, egli ritrova sempre il “Sacro Sentiero”, dato che laggiù non vi arrivano nemmeno i “Titani” con la loro possente forza. E a questo punto della mia breve ma intensa esposizione (e per non tediarvi troppo oltre con le mie considerazioni), mi accingo alla conclusione lasciando spazio alla Poesia, in quanto è necessario che adesso si faccia avanti il Poeta con le sue parole profetiche, commentando i versi della sua ultima poesia. Perché la prima volta che l’ho letta, prepotenti sono risuonate in me le note della Terza Sinfonia di Beethoven, “L’Eroica”, in quel possente incedere di note di cui è così sgorgante il primo movimento, dove attraverso un fiume in piena di suoni “s’inaugura così l’imbarco per la dodecafonica dimensione”, espressa magistralmente nel climax centrale del brano beethoveniano, quando i suoni sembrano accavallarsi in modo pre-espressionistico. Beethoven, il “Titano” per antonomasia da quel momento non è più umano, così come Andrea scrive che persino “noi Dèi non (siamo) più Umani!” Perché adesso, possente, fluisce in lui un oscuro potere anulare, s’immagina persino “Nuovo Messìa” e che, come un novello Gandalf, diventa solitario ed errante dopo aver indossato “l’Anello dell’Eclissi Solare”. Così emerge il suono ancestrale della “Sinfonia” e che si ricollega anche all’ultima “Grande Opera”, in quanto la Terza di Beethoven ci catapulta numerologicamente anche alla Nona, quando scritte di suo pugno, prima del celebre testo di Schiller, il “Titano” fa intonare queste parole: “Amici, non questi suoni! Piuttosto, altri intoniamone, più piacevoli e gioiosi.” La gioiosa e sofferta “Composizione/Contemplazione”, si materializza come malinconico sentiero, ma non triste, poiché consapevolmente va a formare l’ultimo ed estremo sacrificio del Poeta che nel suo Amore ritrova tutta la propria tenera, eroica per l’appunto, e incommensurabile realizzazione. Il “profeta-veggente” finalmente si riscopre, si disvela al Mondo, perché è nel suo nome che si scorge l’ultimo e più intimo segreto. Andrea, nome di origine greca, da “anér”, “andrós”, uomo e “andréia”, fortezza, significa “uomo virile, coraggioso, forte, indomito”, proprio ciò che ci si aspetta da colui che, attraverso le parole, solca i sentieri infiniti delle Stelle…


Andrea Manis (spesso sotto lo pseudonimo di Darean Isman) nasce a Cagliari nel 1990 e consegue
presso la Facoltà di Studi Umanistici di Cagliari la Laurea Magistrale in Lingue e Letterature Moderne Europee e Americane, discutendo una tesi di Sociolinguistica. Intraprende così il percorso
dell’insegnamento della Lingua e della Civiltà Inglese presso la scuola secondaria, dell’Italiano per
stranieri e come facilitatore linguistico. Parallelamente alle ricerche meramente (socio)linguistiche, coltiva negli anni lo studio dell’arte, della letteratura, della filosofia e in genere di tutte quelle discipline connesse a una sapienza antica o contemporanea, volta all’approfondimento dell’essere umano. Si interessa di ermetismo, esoterismo e alchimia, disseminando i suoi testi – perlopiù aforismi e poesie – di simboli e metafore ermetiche. Il suo orientamento artistico trova, peraltro, conferma nella sua attività musicale ormai decennale come bassista e chitarrista. Dopo un’esperienza poetica intima e solitaria, decide di onorare la “Giornata Mondiale della Poesia 2019” di Cagliari con il suo primo reading pubblico ufficiale, organizzato dall’Officina dei Poeti. Pubblica inoltre alcune delle sue poesie in antologie poetiche, con autori nazionali e internazionali, grazie, sovente, alla vincita di concorsi. La sua scrittura è un canale che tende a una profonda introspezione: tramite l‘intuizione e l’immaginazione mira a svelare sulla carta frammenti d’impossibile, ricorrendo a immagini e analogie che creano un forte coinvolgimento e impatto emotivo.

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