“L’Anima Mundi e/o l’Essere Universale”

[Opera di William Blake. Londra, 1757-1827]

L’Universo è un “Essere Cosmico“, dato che non ne incarna soltanto l’aspetto fisico ma la sua stessa totalità, in quanto princìpi, pensiero, energie direttrici, leggi le quali ne regolano lo sviluppo (o la stessa Coscienza) e ne precedono la sua apparizione. Ergo, il “Mondo delle Idee” nella loro forma percettibile, non costituisce l’Universo in Sé, così come le membra e i vari organi fisici del Corpo non formano la totalità dell’Uomo. È tangibile, osservando l’Universo nel suo insieme, una sorta di Coscienza nascosta che regge ogni tratto dell’esistenza stessa, così pure ogni forma della Natura. Diversi aspetti del “Divino“, della medesima “Coscienza Cosmica“, sovraintendono ai movimenti degli Astri o addirittura persino alle funzioni del nostro Corpo. Un ordine matematico e armonico è tutto intorno a noi, proprio come gli Alberi possiedono radici profonde nella Terra se vogliono toccare il Cielo, ma essi hanno anche rami, foglie nuove, mature, secche e persino frutti. Contengono tutto, così come lasciano andare ciò che non possono più trattenere. Se l’Uomo desidera ritrovare sé stesso deve semplicemente imparare da essi, osservandoli, perché nonostante le tempeste, gli Alberi restano lì fermi, Centrati, e dove grazie a questa capacità di realizzarsi, sono persino il riflesso del Sole che ne è nutrimento. Per questo motivo, tutte le più antiche discipline filosofiche della Terra hanno trovato nell’introspezione, la realizzazione ultima di questo desiderio atavico, sia che venga chiamata YogaMeditazioneZen Preghiera, in essa l’Uomo è riuscito a tradurre la propria visione in parole; le persone vanno in cima alle montagne o in fondo agli oceani per cercare sé stesse, ma se sapessero come fare, potrebbero scalarsi o inabissarsi dentro di .

E nello “Stato di Identificazione Sopra-Sensoriale“, raggiunto attraverso il lavoro interiore, “Colui che si Osserva percepisce (seppure sovente passivamente), Mondi diversi dal nostro, nonostante non abbia la capacità di dare una forma mentale o di esporre, con il giusto ausilio di simboli verbali basati su precedenti esperienze umane, “cose” per le quali non ha elementi su cui fare facili paragoni. Così, imprigionato all’interno della Materia (il proprio Corpo), l’Uomo non dispone di un altro “Sistema“, ma di impressioni comunicate dai sensi e dal cervello, essendo tra l’altro spesso fallaci, in quanto discontinue e ingannevoli, perché solo il proprio “Universo Interiore” è realmente accessibile, come lo Spirito può descrivere ciò che si estende oltre i suoi limiti mediante le forme; poiché il “Mondo Esterno” è un riflesso la cui realtà sta nello specchio ove si riflette, in quanto laddove la Coscienza si esplica e trova compimento, solamente nel grado in cui si cerca di esprimerla mediante una Conoscenza articolata di Sé stessa. Esiste, ed è innegabile, un’equivalenza assoluta tra la struttura dell’Uomo e quella Universale, così proprio come l’Uomo la percepisce o la concepisce, e in questa visione non è poi così assurdo immaginare l’Universo in quanto “Uomo“, per l’appunto, immenso con un Corpo, facoltà e uno Spirito che lo guida. Le Upanishad, a questo proposito descrivono, nello specifico, “l’Essere Cosmico” come di un Uomo con occhi, orecchie, una Mente, un soffio vitale, e in quanto riflesso possiamo scorgervi anche in noi un minuscolo Universo nel quale trovarvi il Sole, la Luna, la Terra, gli “Elementi“: l’Anima del Mondo.

«Due uccelli, amici inseparabili, vivono fianco a fianco sullo stesso Albero (l’Universo). Uno (l’Essere Individuale) ne mangia i frutti [dell’azione], l’altro (l’Essere Universale) guarda, ma non mangia nulla.» (Rig Veda I, 174,20; Mundaka Upanishad III, 1,1; Śvetāśvatara Upaniṣad 4,6)

Sia “l’Essere Universale” che quello “Individuale” sono eterni: «mai nato, immortale, perpetuo, antico, non muore quando muore il Corpo.» (Bhagavadgītā II,20) Il “Corpo dell’Uomo” sarebbe persino «una città che ha undici porte[1]; vi risiede il consapevole senza difetti, il non nato. Colui che governa la propria città non conosce la sofferenza e raggiunge la liberazione, quando muore.» (Katha Upanishad 5,1) È evidente, l’Uomo occupa un posto privilegiato e centrale nella Creazione, perché è l’unico “Essere“, rispetto al regno animale, moralmente responsabile delle proprie azioni. Gli Animali, ad esempio, per sopravvivere si nutrono di altri animali, uccidendoli. Ci sono degli uccellini, nei nidi, che gettano di sotto i loro fratellini per avere il cibo dai genitori e crescere più forti. Nel mondo animale, ci sono addirittura specie le quali uccidono per molto meno, proprio come gli umani, per puro divertimento o allenamento, nonostante tutto questo faccia parte dei normali “Cicli della Natura“, quanto degli stessi Esseri Umani. Giustificare queste azioni, “omicidi” veri e propri, per istinto di sopravvivenza e inconsapevolezza, li rende un gradino al di sotto di ciò che noi reputiamo “essere consapevoli”, ma intanto, però, li uccidono ugualmente per mera necessità, e se anche ne fossero coscienti non potrebbero fare diversamente. L’Uomo, rispetto all’Animale, ha solo l’aggravante di essere consapevole quando commette tali efferati atti, ma siamo poi veramente sicuri che anche noi umani lo siamo davvero? Premeditare e mettere in atto nel minimo dettaglio un crimine non significa essere consapevoli, ma automi, meccanici.

«Gli Esseri Umani sono una specie folle. Distruggono la Natura che è la loro casa e deturpano sé stessi in nome del “progresso”. Siamo soltanto una razza di dementi ambulanti che emulano degli Dei invisibili.»

Per farlo occorre intelligenza, ma non sempre possederne significa anche esserne coscienti; la Consapevolezza, quindi, è un’altra cosa, perché se lo fossimo non avremmo il bisogno di fare del Male ad un proprio simile o alla Natura stessa. E quando è Cosciente, l’Uomo raggiunge una potenza Creatrice simile a quella delle azioni e dei pensieri divini: “Io sono quello che è lui. Egli è quello che sono io.” (Bhagavadgītā IX,29) Tutti i livelli de “l’Essere” si possono così raggiungere attraverso quell’intercapedine il quale unisce il Macro con il Microcosmo: “Ciò che è qui è là, ciò che è là è qui. Passa di morte in morte colui che vede una differenza.” (Katha Upanishad 4,10) “L’Essere“, totalità di tutti gli “Esseri“, è Egli stesso un “Essere“. È intelletto, Spirito, muore e rinasce; è l’Universo e l’Universo è la sua “Forma“. “L’Essere” crea perché creare è la sua Natura, la sua Vita, il suo modo di funzionare, proprio come il nostro Corpo crea corpuscoli sanguigni, capelli, diverse secrezioni e persino ingerisce e digerisce forme di vita per formarne di nuove. «Come il ragno emette e riassorbe il filo, come nella terra crescono le erbe, come sul corpo crescono i capelli e i peli, così pure dall’Imperituro proviene tutto ciò che esiste quaggiù.» (Mundaka Upanishad I, 1,7) “L’Essere“, pertanto, è una “Persona Cosmica” e il suo aspetto è sia maschile – inattivo, e di una parte della “Dualità” che si manifesta tramite la sua controparte attiva -, e sia femminile, chiamata NaturaPersona Natura diventano così inseparabili e dipendenti dal substrato del Tempo e, una volta uniti, Immutabili.

«La Persona Immutabile è il Centro in cui si forma tutto ciò che esiste, ma che rimane sé stessa al di là dell’azione, al di là della sostanza. Non è né il Mondo Visibile né il suo Creatore, ma è la Sorgente comune dei due, il punto di partenza delle cause efficienti e immanenti della Manifestazione.» (Giridhara Sharma Chaturvedi, Shiva Mahimā, Kalyāna, Shiva anka, pag. 46)

Esiste, pertanto, una “Persona Imperitura o Indistruttibile“, un “Corpo Permanente” nello svolgersi del Cosmo, un quadro stabile in cui l’Universo si sviluppa, un “Potere” che decide il corso futuro dei Pianeti, come al tempo stesso la crescita dei fili d’erba nei prati, prima ancora della loro ipotetica e ventura esistenza: una vera e propria “Energia Primordiale“, un motore universale o “Divinità Manifesta“, composito di leggi invariabili nella loro forma trascendente e che si rapporta a sé stesso con un semplice “Soffio Vitale” (Pneuma[2]). «Non pensare a me come loro Creatore, io sono l’Immutabile che non crea nulla.» (Bhagavadgītā IV,13) Questo “Potere della Persona e/o Essere“, è persino la causa efficiente dell’Universo e che si manifesta su tre piani: “Energia, Vita e Azione“. Il “Potere Potenziale“, cioè latente, esistente nello stato di sonno profondo è “l’Energia” (Asse dell’Energia); il “Potere Attivo“, ovvero quello pronto ad agire, la tensione che esiste nel pensiero e nel sogno è la “Vita” (Asse dello Spazio); il “Potere Applicato“, la forza impiegata nello stato di veglia è “l’Azione” (Asse del Tempo). Per questo motivo noi viviamo nel sogno ma non agiamo, esistiamo nello stato di sonno profondo e non viviamo.[3]

«Tutti gli Esseri dimorano in me, ma Io non risiedo in loro, né essi in me.» (Bhagavadgītā IX,4-5)

Arrivati a questo punto del nostro viaggio è chiaro come stiamo utilizzando dei termini, spesso tratti dalla Filosofia Induista, per descrivere quella che in occidente, specie derivante da una conoscenza antica, è sempre stata associata all’Anima del Mondo (nota anche in latino col termine Anima Mundi). Esso è un termine filosofico il quale venne per la prima volta utilizzato dai filosofi platonici, per indicare la vitalità della Natura nella sua totalità, assimilata ad un unico organismo vivente. Rappresenta, quindi, il principio unificante da cui prendono forma i singoli organismi, ove, pur articolandosi e differenziandosi secondo le proprie specificità individuali, risultano tuttavia legati tra loro da una tale comune “Anima Universale“. Il “Concetto di Anima Mundi“, come abbiamo già affrontato, nacque agli albori dell’Umanità, specie in un’area geografica ben definita ed orientale, divenendo ben presto a séguito delle successive ondate migratorie, un tratto caratteristico delle prime forme cultuali pagane e delle religioni animiste, secondo cui ogni realtà, anche apparentemente inanimata, contiene una presenza spirituale collegabile a “l’Anima del Tutto“. Platone la espose per la prima volta nel Timeo, ereditandola dalle tradizioni mistiche orientali, orfiche e pitagoriche, descrivendola come una sorta di “Grande Animale“, la cui vitalità generale è supportata da questa “Essenza“, infusagli dal Demiurgo e che la plasma a partire dai “Quattro Elementi” fondamentali: FuocoTerraAria e Acqua.

«Pertanto, secondo una tesi probabile, occorre dire che questo Mondo nacque come un Essere Vivente davvero dotato di Anima e Intelligenza, grazie alla Provvidenza Divina.» (Platone, Timeo, cap. 30, 68)

Tale concetto, poi, trovò in séguito un corrispettivo nel Logos dello Stoicismo, concepito in forma immanente in quanto presenza del Divino nelle vicende del Mondo, ossia come sentimento di compassione che unifica la sfera soprannaturale con quella umana. Divenne un concetto proprio pure nelle successive correnti gnostiche, esoteriche ed ermetiche del periodo ellenistico, assumendo un ruolo centrale nel sistema filosofico di Plotino, che da questi fu identificata con la “Terza Ipostasi” nel processo di emanazione dall’Uno.

«L’Anima, in virtù della sua Unità, trasferisce ad altri Esseri, l’Unità, che del resto lei stessa accoglie per averla ricevuta da un altro.» (Plotino, Enneadi, VI, 9, 1)

La Vita, secondo Plotino, non nasce da combinazioni atomiche ad essa esterne, ma da un principio interiore, semplice ed immateriale: l’Anima. La molteplicità di Anime presenti nel Cosmo (e nel nostro Mondo) è a sua volta comprensibile solo ammettendo come tutte abbiano una comune origine, dato che non potendo esistere più di un “Uno”, in quanto sarebbero “Molti”, l’Unità a fondamento delle Anime deve essere dunque la stessa che le accomuna tutte quante. Questa Unità è perciò identificata nell’Anima Mundi, a sua volta veicolo delle idee platoniche negli organismi, andando a costituire la loro ragione formante o Logos, in maniera del tutto simile anche ai caratteri genetici di un individuo (o all’aristotelico “Concetto di Entelechia“[4]).

«Da tutto quanto, si è detto risulta che ogni Essere che si trova nell’Universo, a seconda della sua natura e costituzione, contribuisce alla formazione dell’Universo col suo agire e con il suo patire, nella stessa maniera in cui ciascuna parte del singolo animale, in ragione della sua naturale costituzione, coopera con l’organismo nel suo intero, rendendo quel servizio che compete al suo ruolo e alla sua funzione. Ogni parte dà del suo e riceve dalle altre, per quanto la sua natura recettiva lo consenta.» (Plotino, Enneadi, IV, 4, 45)

Tutto il sistema plotiniano trovava piena organicità nel postulare l’Uno assoluto al di là delle stesse Idee, un principio trascendente ed ineffabile, non spiegabile a parole e al quale ci si può ricongiungere solo attraverso “l’Estasi Mistica“. E nonostante avesse una visione “Monistica“, nell’Anima del Mondo postulata da Plotino sussistevano le Divinità del politeismo pagano, proprie della mitologia greca, Divinità non considerate in contrasto con l’Uno, ma anzi, come espressione della sua medesima Natura che fa esperienza attraverso le “Forme“. La dottrina plotiniana, poi, una volta depurata dal suo aspetto pagano, poté facilmente essere assorbita dal nascente Cristianesimo, il quale in modo analogo e partendo da una visione spirituale della realtà, riscontrò un’origine della Vita in un principio unitario ed intelligente. A differenza di Plotino, però, per cui l’Anima genera “Esseri” simili a sé in maniera inconsapevole, disperdendo la propria “Energia Vitale” fino ad organismi via via sempre più inferiori, e meno evoluti, il Cristianesimo ribaltò tale concetto sotto un’ottica più creazionista e finalistica. Difatti, nella Bibbia, l’Essere Umano appare come “l’Essere” più evoluto tra i viventi, creato ad immagine e somiglianza di Dio, dove all’origine non c’è la Materia ma lo Spirito e la vita può andare dagli organismi inferiori fino a quelli più intelligenti, essendo l’intelligenza in essi già contenuta. Il principio che più si avvicinava all’Anima Mundi, sempre nel Cristianesimo, fu il “Concetto dello Spirito Santo” (concepito però non in forma vacua ma come una vera e propria persona, la “Terza della Trinità“), assurgendo così funzioni di “Soffio Vitale” che spira dove vuole e in piena autonomia.

«Allora, l’Eterno Dio, formò l’Uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito di vita e l’Uomo divenne un Essere Vivente.» (Genesi 2:7)

Tale aspetto emerge con vigore anche nei Vangeli, laddove Gesù si rivolge agli “Elementi della Natura” (sempre loro, ad esempio gli Alberi o il Vento) come “Entità Coscienti” che solo a lui obbediscono. Tale centralità permeò poi l’agostinismo, soprattutto nel commentario del Timeo di Platone operato da Calcidio, che le attribuiva una «natura razionale incorporea». Ma pure durante il Medioevo divenne un tema ampiamente dibattuto e sviluppato da vari maestri, tra i quali gli appartenenti alla Scuola di Chartres, fra cui Teodorico e Guglielmo di Conches, e che arrivarono ad ammettere l’immanenza dello Spirito nella Natura, concependolo come una totalità organica ed indipendente; oggetto di ricerche separate, rispetto alla teologia vigente, e che furono poi materia speculativa per studi occultistici, alchemici ed esoterici, specie tardo-medioevali e rinascimentali.

«Detto questo, soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo.”» (Giov 20:22)

Sempre secondo Guglielmo di Conches, Dio si era limitato a dare l’avvio alla Creazione, dopodiché tutta l’evoluzione dei processi naturali doveva essersi dipanata sulla base di princìpi interamente fisici, e per farlo individuò nell’azione combinata dei “Quattro Elementi” (Fuoco, TerraAriaAcqua), questa forza motrice, senza che Egli avesse bisogno di intervenire nuovamente. I filosofi di Chartres ammisero così l’immanenza dell’Anima Universale nella Natura, avviandosi verso una visione più panteistica del Creato la quale rivoluzionò il pensiero nei secoli successivi. Contemporaneamente anche Tommaso d’Aquino parlava di un’Anima Mundi, causa della Natura, che derivava “post aeternitatem” dalle Intelligenze (sussistenti “cum aeternitatem”), e a loro volta discendenti dall’Uno o Bene, causa prima “ante aeternitatem”, seppure nella sua opera l’attenzione rivolta a questi aspetti vitali del Mondo Fisico, restarono comunque collocati dentro una visione essenzialmente trascendente di Dio. Nel Rinascimento, durante il quale vi fu una nuova e improvvisa stagione neoplatonica, il “Concetto di Anima del Mondo” godette di particolare fortuna, legandosi soprattutto ad aspetti magicialchemici ed ermetici, propri della Filosofia del periodo, collegati inoltre all’attività di illustri personaggi come Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, etc.

In quel periodo divenne una visione chimerica la ricerca della “Pietra Filosofale“, che per produrre si diceva fosse necessaria la disponibilità del grande “Agente Universale“, o Anima del Mondo, altrimenti detto “Azoto”, acronimo cabalistico che indicava la “Luce Astrale Divina“, e di cui ogni elemento della realtà materiale si riteneva essere permeato. L’intero Universo era concepito come un organismo vivente, popolato da presenze e forze vitali, in quanto la visione neoplatonica insieme a quella cristiana, aveva permesso di vedere organicamente congiunti tutti i diversi campi di speculazione filosofica ed ermetica. Dio, pensavano, irradia Vita, Virtù e Amore nel Cosmo vivificandolo, e al tempo stesso questo assioma fu accettato come fondamento, non solo nella Vita ma anche ne “l’Ordine Geometrico del Mondo“. Spirito Materia, eventi Celesti Terrestri, espressioni del medesimo principio vitale, portarono ad un maggiore sviluppo dell’Astrologia e della possibilità di predire il futuro mediante gli Oroscopi, pratica che divenne molto più presente in molte corti regali dell’epoca, in quanto “Scienza al servizio dell’Uomo” rivolta al futuro, per decifrarlo e potervi intervenire attivamente, mutandolo a proprio vantaggio.

Sempre in quel periodo, divenne più accentuata la sostituzione delle “Divinità Pagane” con creature intermedie, quali Angeli e Santi protettori, preposti ognuno alla “giurisdizione” di un particolare aspetto o elemento della realtà, così come gli antichi Dèi avevano per secoli svolto, ma di pari passo, specie nel XVI secolo, il “Concetto di Anima del Mondo” riprese vigore con Giordano Bruno, egli concepì Dio talmente immanente alla Natura fino a identificarlo con quest’ultima (il Panteismo), mentre in Tommaso Campanella si fece largo la convinzione che tutti gli “Elementi della Realtà” sono senzienti, ovvero dotati di una propria Coscienza (Sensismo). Nei secoli successivi questo concetto continuò a serpeggiare, pur restando in parte latente, ostacolato non di rado dal diffondersi del Meccanicismo e dalla Scienza Newtoniana, alla quale si oppose poi nel Settecento nientemeno che Goethe. Il “Concetto di Anima Mundi” riemerse nuovamente durante il Romanticismo, in Germania, dove in particolare Schelling riprese la concezione neoplatonica ove vedeva il principio intelligente presente già nella Natura, in forme embrionali e potenziali.

La Natura, per Schelling[5], incarnava una vera e propria “intelligenza sopita”, uno “Spirito in Potenza”, una Natura ove non potrebbe evolversi fino all’Uomo se non avesse già dentro di sé lo “Spirito Divino“, in quanto anche gli organismi inferiori, in questa concezione, sarebbero solo delle limitazioni o aspetti secondari, minori, di quell’unico organismo universale che nell’Essere Umano trova la sua piena realizzazione. Persino Schopenhauer utilizzò lo stesso concetto neoplatonico, pure per lui le singole “Anime degli Individui” erano l’espressione di un’unica “Volontà di Vita“, la quale operando tuttavia in maniera inconsapevole, – e solo nell’Uomo -, può diventare infine Cosciente di Sé; seppure apparentemente l’Io individuale è separato dagli altri, spinto perciò verso un agire egoistico, al di sotto del “Velo di Maya” dove le Anime sono tutte unite a formare una sola grande “Anima Cosmica“. Cento anni più tardi, lo stesso concetto riemerse grazie anche al lavoro analitico di Carl Gustav Jung, nella sua nozione di “Inconscio Collettivo“.


[1] La “Teoria delle Stringhe” si basa sul concetto dei “brana-universi”, cioè universi paralleli che giacciono sulle superfici a 11 dimensioni, note anche col termine “membrane”, o più semplicemente “brane”. Questa Teoria è stata introdotta da Paul Steinhardt e Neil Turok come alternativa al modello cosmologico standard, al fine di superare il problema della singolarità iniziale del Big Bang. Secondo la “Teoria delle Stringhe” esistono altre dimensioni spaziali nascoste, rispetto alle tre dimensioni spaziali, o a quella temporale a cui siamo abituati, le quali danno luogo a “brane” tridimensionali che fluttuano in uno spazio multidimensionale, dove in ciascuna esiste un Universo a sé.

[2] In Filosofia genericamente per Spirito s’intende un «sinonimo di vita, forza vitale distinta dalla Materia e che tuttavia interagisce con essa»; una «forma dell’Essere radicalmente diversa dalla Materia», o anche una totalità assoluta comprendente ogni tipo di manifestazione della realtà, presente anche nell’Idealismo Tedesco. Nel significato più antico lo Spirito (πνεῦμα – pneuma) si presentava come qualcosa che vitalizza il Corpo, «il soffio vitale, sottile principio materiale di vita» analogamente al significato di Anima, persino indipendentemente da un contesto religioso o metafisico.

[3] Lo Spirito rimane immutato, in quanto si espande lungo “l’Asse dello Spazio“, l’Anima, invece, non solo si reincarna di continuo espandendosi lungo “l’Asse del Tempo“, ma poiché i corpi che la ospitano si moltiplicano, essa si suddivide sempre di più, mentre il Demiurgo (o la Mente) si espande lungo “l’Asse delle Energie“.

[4] Il termine Entelechia (entelechìa, dal greco antico) è stato coniato da Aristotele per designare la sua particolare concezione filosofica di una realtà che ha iscritta, in sé stessa, la meta finale verso cui tende ad evolversi. È infatti composto dai vocaboli en + telos (in greco significano “dentro” e “scopo“), rivelando una sorta di “finalità interiore“. Aristotele parlò di Entelechia in netta contrapposizione alla teoria platonica delle “Idee“, per sostenere come ogni “Ente” si sviluppi a partire da una causa finale interna ad esso, e non da ragioni ideali esterne, rispetto a quanto affermava Platone che le situava nell’Iperuranio. Sarebbe, pertanto, la tensione di un organismo a realizzare sé stesso secondo leggi proprie.

[5] Friedrich Wilhelm Joseph von Schelling (1775 -1854) è stato un filosofo tedesco, uno dei tre grandi esponenti dell’Idealismo Tedesco, insieme a Fichte ed Hegel.