“L’Ordine Superiore dell’Adam Kadmon”

Adamo significa “Umanità, Uomo, Uomo Terreno, Terroso, o della Terra Rossa“, ed è il nome del “Primo Uomo” sia per l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam. Negli scritti religiosi della Kabbalah (Cabala), Adam Kadmon Qadmon, significa “Uomo Primordiale”: “Ha-Rishon” (il Primo), “Ha-Kadmoni” (l’Originale). L’Adam Qadmon, quindi, è una figura della sapienza mistica ebraica ed è associata ai diversi passaggi della “Creazione“, al suo svolgersi, ed al significato dell’origine di essa. Secondo l’esegesi della mistica ebraica, l’Uomo, in quanto ultima “Creatura” apparsa è la più perfetta e completa del Cosmo e, come tale, racchiude ontologicamente gli elementi spirituali e materiali di tutte le precedenti “Creature“; per la propria completezza, è inoltre la Forma più fedele alla totalità della “Sapienza Divina“. L’Uomo è l’essenza della Totalità, espressione del “Mondo Superiore e del Mondo Inferiore“, ed è così possibile conoscere ogni aspetto della realtà prestando attenzione unicamente ad esso, l’Adam Qadmon, sotto questa ottica risulta perciò essere l’archetipo della creativa totalità e specchio stesso dell’Universo. Affine e attinente a questo principio è quello delle Sephirot spiegate nella Cabala, dove l’Adam Qadmon corrisponde energeticamente a “l’Albero della Vita“, rappresentando la manifestazione del Divino sul piano dimensionale umano (Assiah). Le Dieci Sephirot di cui è formato “l’Albero“, corrispondono a parti del suo Corpo, così come “l’Albero” è la rappresentazione dell’Universo, dove la prima Sephirah che cinge la testa de “l’Uomo Cosmico“, e che in ebraico si chiama Kether (Corona), corrisponde cabalisticamente all’Arcangelo Metatron[1].

Le descrizioni contenute in questi antichi testi, circa l’originario aspetto dell’Uomo, sono alquanto singolari, ad esempio nel Bereshit Rabbah, la raccolta dei Midrashim del primo libro della Bibbia, la Genesi riporta come in principio Adamo fosse ornato con una sorta di coda che poi perse. Prima del peccato originale, Adamo ed Eva presentavano sulla superficie del loro Corpo una sostanza celeste madreperlacea, metaforicamente simile alla materia dell’unghia, come è riportato in alcuni testi, e che aveva raggi di luce proiettati dai suoi occhi. Sempre lo stesso testo, riporta l’età di Adamo ed Eva al momento della loro creazione, in ben 20 anni, e similmente ai successivi Noè, Mosè, Giacobbe e Giuseppe, persino Adamo venne creato circonciso ma la sua statura era così elevata che poteva arrivare sino al Cielo, dove egli poteva scorgere da una parte all’altra del Mondo, grazie alla “Luce Celeste” creata da Dio. Infatti, “l’Uomo Primordiale“, secondo la concezione di alcuni gnostici ebrei, era di dimensioni enormi, vale a dire 96 miglia di altezza per 94 miglia in larghezza (di forma quasi cubica!), inoltre, originariamente androgino, si separò nei due sessi dove la parte maschile divenne il Messia, e la parte femminile quella dello Spirito Santo. Queste stranezze proseguono, in quanto nello Zohar è riportato che Adamo venne creato con la polvere del luogo del Tempio di Gerusalemme, mescolata con quella di tutti i luoghi della Terra, a cui Dio mischiò i “Quattro Venti con i Quattro Elementi” e diede vita ad un’opera meravigliosa, l’Umanità. Adamo, inoltre, possedeva anche un elemento spirituale celeste, l’Anima ricavata dal “Tempio Celeste di Gerusalemme del Mondo Superiore“, così pure nella sua stessa formazione, l’Uomo attuale possiede elementi del “Mondo dell’Alto e del Basso“.

Sempre secondo l’esegesi ebraica, si sostiene che Adamo fosse in grado di vedere in visione divina tutti gli Zaddiqim[2] della storia, oltre a essere capace di contemplare tutte le anime delle generazioni coeve e successive, compresi i Re e i Saggi del popolo ebraico. Nello Zohar, inoltre, è spiegato come dopo la morte, l’Anima di ognuno di essi incontra lo stesso Adamo, nonostante la Qabbalah si spinga ancora più oltre, in quanto sostiene che egli racchiudeva le anime degli uomini in sé, riferendosi a lui col termine di “Anima Primordiale” in grado di contenerle tutte, ma fa anche notare come dopo il peccato commesso da Adamo, le anime degli Zaddiqim, staccandosi da lui, ascesero in Alto autonomamente. Cinque millenni hanno scavato un così tale abisso, tra noi uomini moderni e i fondatori antichi della nostra Civiltà, che tutte le conoscenze raggiunte non sono state in grado di colmare quel mistero inconoscibile denominato Universo. L’antico egiziano viveva quasi ipnotizzato, affascinato dal mistero della morte, e il Cosmo, per lui era come un immenso sarcofago dove al centro si trovava Osiride, “l’Uomo Cosmico” decaduto, imprigionato, paralizzato, sottoposto alle “Forze” incessanti del Male.  Identificato attraverso le varie culture della Terra in qualità di “Primo Uomo” per gli gnostici, l’Adam Kadmon della Qabbala ebraica, lo Ymir dei miti nordici o il Pangu cinese (P’anku), il protagonista della tragedia cosmica iniziale, l’Osiride individuato con la Costellazione di Orione nel Cielo, incarnò “l’Essere Buono” sino ad arrivare a sacrificarsi e a rendere questo atto uno dei più misteriosi ed enigmatici della storia. Essendo la principale e centrale “Divinità” del pantheon egiziano, ed essendo tra l’altro una delle poche ad essere “morta”, gli Dèi si manifestarono esclusivamente in funzione di questa tragedia, venerando e glorificandone la sua memoria, piangendolo e vendicandolo.

Osiride, attraverso la sua tragica morte, infettò contagiando schiere di deità mascoline, maggiori e minori: Ra e Horus, Ptah ed AmonHapi e Kebhsennuf, etc., divennero come rigidi, con le braccia incrociate sul petto, nella posa ieratica e sacrale delle statiche mummie, dove ancora oggi si ergono a noi, di fronte, nelle sembianze di un Osiride immobilizzato dalla morte. Gli Dèi scultorei sembravano quasi agonizzare, morire anch’essi, mentre le Dèe vivevano per piangere, lamentarsi in atmosfere lugubri, fantastiche, irreali, in ambienti di necrobiosi, dove la necrofilia e l’oscura negromanzia dilagava, nonostante Apopi o Seth fossero visti come gli unici detentori di un Male, al quale sembrava quasi impossibile sfuggire se non scendendovi a patti. E fu proprio in questo contesto che le “Potenze del Male” trionfarono, alcune DèeIside NepthtysHathor Neith, cercarono di proteggere il Mondo in lutto, ma Iside, la preminente Dèa rimase vedova. Osiride era morto ma esisteva ancora, si era tramutato nel “Signore dell’Amenti, il Re del Mondo Inferiore, il Giudice Supremo dei Morti“, immobile e coagulato, avvinto, stretto nelle sue bianchissime bende di mummia, ma ridotto ad un’ombra priva di consistenza. Osiride diventò così la Divinità presente ed assente, un ricordo e un simbolo, tanto che per ridargli vita, venne sovente identificato con diversi altri Dèi: Ra, TumHorus, etc. Ma nella singolarità di questa situazione, mirabilmente descritta nell’antichissimo Libro dei Morti, il pantheon egizio fu allora che si trasformò in una necropoli, dove solamente Thoth e Anubis conservarono interamente la loro libertà di azione, nel mentre Osiride, “l’Uomo Cosmico“, rimase il perno dell’Universo; e li avvenne una singolarità, una rottura, un cambiamento nel paradigma.

La tragedia della sua morte divenne il simbolo di un “Crollo dell’Ordine Cosmico“, dissimulata, ad esempio, nella leggenda tramandataci da Plutarco, che fa trasparire i contorni di una realtà esoterica antichissima ed oscura, sulla quale, ogni religione o mitologia del pianeta ha elevato a fondamento dei loro dogmi, facendo quasi passare la “Caduta di Adamo” come una recente pallida eco. E non è strano che a più riprese, sotto una diversa ottica e chiave di lettura, si riscopra di catastrofi cosmiche avvenute in “Ere” lontane, descritte sempre nel Libro dei Morti, del “Crollo di Mondi” e della morte di vere e proprie Divinità, dove pure “l’Osiride Terrestre” non è che un riflesso de “l’Osiride Cosmico“, giacente a terra, prostrato, inanimato, simbolo della ruina di tutta l’opera della “Creazione Divina“. E di quel Corpo cosa avvenne? Semplice, gli altri Dèi ne fecero scempio! Il “Mito di Osiride” ci riconduce a quello nordico del Mulino, anzi a Snorri, e che nel suo inganno di Gylfi commenta un verso, oggetto ancora oggi di molte discussioni. In questo carme antico si racconta la fine del gigante primordiale Ymir, dal cui Corpo smembrato venne creato il Mondo. Snorri racconta come il sangue di Ymir causò un diluvio colossale che annegò tutti i Giganti ad eccezione di Bergelmir, il quale assieme a sua moglie: “salì sul suo Mulino e vi rimase, da qui discende la Stirpe dei Giganti.” Si racconta inoltre: “innumerevoli età prima che venisse plasmata la Terra, nacque Bergelmir. Fu steso su un Mulino o sotto una Macina e le sue membra furono macinate.”

Vi sono persino altri miti, forse ancora più agghiaccianti e macabri che raccontano il “Mito della Creazione Umana”, perché alcuni di essi ci suggeriscono come il Mulino su cui era stato “issato” Bergelmir fosse un elemento mitologico; li ritroviamo persino in Messico, nell’osso-gioiello o “Osso Sacrificale” che Xolotl Quetzalcoatl, si procurò negli “Inferi” e portò a Tamoanchan (la cosiddetta “Casa della Discesa”). Qui, la dèa Ciuacoatl o Quilaztli macinò poi nella mola l’osso prezioso, e la sostanza macinata venne posta nella “Coppa dei Gioielli“, poi, alcuni Dèi si procurarono delle lesioni e fecero fluire sulla “Farina il Sangue del loro Pene“: da questa mistura venne così forgiata l’Umanità(!) In questo contesto si inserisce anche la figura di Kaleva, un personaggio misterioso che brilla per la sua assenza, pur restando la presenza eponima di tutto il poema a lui attribuito. Già identificato come “Gigante”, in alcune versioni finlandesi dell’Antico Testamento, i giganteschi Raphaim ed Enakim furono definiti “Figli di Kaleva”, ma si ravvisa nel suo nome persino la professione di “Fabbro”, tanto primordiale quanto lo era stato Ilmarinen[3]. Nell’incantesimo che descrive l’origine del ferro, si trova un curioso versetto: “Povero Ferro, uomo di Kaleva, a quel tempo non eri né grande né piccolo.” Ma la singolarità si riscontra spostandoci di qualche centinaio di chilometri più ad est, verso il territorio russo, perché è proprio nei testi antichi russi ove la forma completa del suo nome diventa Samson Kolyvanovic, proprio come in quelli finlandesi il nome dell’eroe è Kullervo Kalevanpoika, facendo emergere qui un personaggio che attraversa tutta la tradizione pagana e giudaico-cristiana, tramite un filo conduttore quasi invisibile: Sansone.

Il suo nome, “Uomo del Campo”, oppure “Generato dalla Terra”, dimostra che si trattava di una “Divinità Agreste” forse traducibile nel greco Triptolemos, o nell’etrusco Arante Veltimmo, anche se non è più possibile stabilire quale fosse il suo ruolo sin dalla sua prima apparizione sulle scene mitologiche. Un semplice poema e la tradizione del Mulino, de “l’Oggetto“, comincia quindi ad espandersi oltre i limiti della nostra umana comprensione, facendoci intuire quanto i miti antichi si erano già spinti ben oltre i nostri meri confini terreni. E quando Licofrone, sommo mitologo greco (IV a.C), arrivò a parlare di “Zeus il Mugnaio”, tutto sembrò compiersi, tanto che quella professione di “mugnaio”, data anche al condottiero dei Giganti (o Titani) nella cruenta “Battaglia contro gli Dèi“, ci permette di comprendere quanto la contesa di questo “Corpo dell’Uomo Cosmico, o Primordiale“, fosse così importante al pari del controllo del “Mulino del Cielo e del Tempo“. Se andiamo a ben vedere, le diverse concezioni filosofiche riguardanti “l’Uomo Primordiale” sono, a dispetto delle loro differenze, intimamente connesse, essendo un composto, quasi una mistura, della più esoterica mitologia presente nel pianeta. Il primo ad utilizzare l’espressione “Uomo Originale” o “Uomo Celeste” fu Filone[4], identificando degli “Esseri” nati ad immagine di Dio, attraverso una sostanza incorruttibile: mentre “l’Uomo Terrestre” è fatto di materiale grezzo o di argilla, “l’Uomo Celeste“, come l’immagine perfetta del Logos, non è né uomo e né donna, ma un’intelligenza incorporea, pura, al contrario de “l’Uomo Terrestre” percepibile ai sensi e così partecipe della vita terrena.

Filone riuscì a combinare la filosofia neoplatonica e la Midrash in un modo unico, innovativo per l’epoca, perché partendo dal racconto biblico di Adamo, formato ad immagine di Dio (Genesi 1:27) e del “Primo Uomo“, il cui Corpo il Signore creò dalla Terra (Genesi 2:7), egli unì la dottrina platonica delle “Idee“, prendendo il primordiale Adamo in quanto idea originaria dal quale partire nella sua disamina. Nel Midrash, per l’appunto, la contraddizione più evidente è tra i due passaggi sopracitati della Genesi, a cui si aggiunge anche la creazione di Eva, ove alcune correnti sostenevano come Adamo fosse stato creato in veste di “Essere Androgino“, in quanto incarnante le due polarità, sia maschile sia femminile, invece di Uomo e Donna, forma che assunse in séguito a separazione dei sessi avvenuta, come successiva operazione effettuata sul “Corpo di Adamo“; la singolarità di tutte queste riflessioni, è data comunque dalla loro meticolosa spiegazione dei vari processi avvenuti durante la “Creazione dell’Uomo“, a dimostrare una quasi morbosa necessità, specie per l’epoca, di carpire i processi trasformativi attuati da Dio, o chi per lui, in questa fase iniziale della nostra Umanità. Ma nello Zohar, strettamente legata alla dottrina di Filone su “l’Adamo Celeste“, vi è anche la figura già nota dell’Adam Kadmon (chiamato altresì “l’Uomo Alto o Uomo Celeste“), la cui concezione originaria corrisponde esattamente all’Essere “Uomo” (o Umano) e, in quanto tale, incarnazione di tutte le manifestazioni divine successive; qui si inseriscono anche i “Dieci Sephirot“, tramiti della co-creazione tra “l’Adamo Celeste e quello Terrestre“.

Nel Cristianesimo fu san Paolo a porre un’interpretazione alla dottrina del “Primo e del Secondo Uomo“, in un passaggio che si trova in Corinzi 15:45-50: «45 Così anche sta scritto: il Primo Uomo, Adamo, fu fatto anima vivente; l’ultimo Adamo è spirito vivificante. 46 Però, ciò che è spirituale non viene prima; ma prima, ciò che è naturale; poi vien ciò che è spirituale. 47 Il Primo Uomo, tratto dalla terra, è terreno; il Secondo Uomo è dal cielo. 48 Quale è il terreno, tali sono anche i terreni; e quale è il celeste, tali saranno anche i celesti. 49 E come abbiamo portato l’immagine del terreno, così porteremo anche l’immagine del celeste. 50 Or questo dico, fratelli, che carne e sangue non possono eredare il Regno di Dio né la corruzione può eredare la incorruttibilità.» È interessante ne parli persino san Paolo, il padre fondatore della Chiesa Occidentale, non trovate? In base a questo concetto vi è in sostanza una duplice forma di esistenza umana, perché Dio ha creato un “Adamo Celeste nel Mondo Spirituale” e uno di “Argilla (Terrestre) per il Mondo Materiale“. Quello terrestre venne poi contemplato maggiormente, data la sua concretezza, in quanto di carne e sangue, nonché soggetto a morire (Anima Vivente), mentre “l’Adamo Celeste” era considerato “uno Spirito datore di Vita”, uno Spirito il cui Corpo, come gli “Esseri Celesti” in generale, era “Etereo“. Paolo studiò la Midrash e notò che, da un lato, il “Primo Adamo, l’Uomo Originario” esistente prima della Creazione, aveva già uno Spirito presente, dall’altra, il “Secondo Adamo“, fu una semplice conseguenza fisica della creazione umana, un po’ come “l’Idea” che viene realizzata grazie ad una stampante 3D, un’idea immateriale la quale prende forma tridimensionale e viene “Anima(ta)” per fare esperienza diretta della creazione stessa.

Nello Gnosticismo, “l’Uomo Primordiale” (Protanthropos, Adamo), secondo Ireneo[5], Aeon Autogenes creò l’Anthropos vero e perfetto, chiamato Adamas, un compagno che riceveva una forza irresistibile, e in modo ove tutto dimorasse in lui, il “Padre di tutte le Cose” il quale era invocato come il “Primo Uomo“, e che con la sua Ennoia emise “il Figlio dell’Uomo“, o Euteranthrôpos. Secondo Valentino[6], invece, Adamo era stato creato in nome dell’Anthropos e metteva in soggezione persino i Demoni a lui ostili, da lì la loro invidia nei confronti dell’Umanità e il tentativo di manipolarla. Nella coeva Pistis Sophia con il nome di Jeu Aeon, era identificato il “Primo Uomo“, in veste di sorvegliante e messaggero della “Luce“, e che andava a costituire le forze del Heimarmene. Nei Libri di Jeu, questo “Grande Uomo” era il “Re della Luce”, il trono sopra tutte le cose e che conteneva in sé la metà di tutte le Anime, l’Anthropos gnostico, quindi, o Adamas, come a volte chiamato, elemento cosmogonico, Mente pura distinta dalla Materia, Mente, concepita proveniente da Dio e non ancora oscurata dal contatto con la Materia stessa. Una Mente considerata la ragione dell’Umanità, un’Idea personificata, una categoria senza corporeità o ragione umana concepita come “Anima del Mondo“. Nel Manicheismo, una parte di questi insegnamenti gnostici venne ricombinata con l’antica mitologia babilonese, e grazie all’intuizione di Mani la concezione de “l’Uomo Primigenio” acquisì nuova linfa.

Secondo Mani, infatti, “l’Uomo Primordiale è il Padre della Razza Umana“, una “Creatura del Re di Luce” (il Cielo), dotato di tutti e “Cinque gli Elementi“, così come l’Adamo (l’Uomo Terrestre) deve la sua esistenza proprio al “Regno delle Tenebre” (la Materia). La dottrina gnostica dell’identità di Adamo appare in Mani nel suo insegnamento del “Cristo Redentore”, dove sostiene abbia la sua dimora nel Sole e nella Luna, qui inoltre, appare anche la teoria secondo cui Adamo è stato il primo di una serie di “Sette Profeti” apparsi sulla Terra: AdamoSethNoèAbramoZoroastroBuddhaGesù. Tolto da un contesto abramitico, questo “Uomo Primordiale, o Cosmico”, era visto come una figura archetipica la quale fece la sua comparsa nei miti della “Creazione” di una grande varietà di culture coeve, dove generalmente era descritto in qualità di donatore di vita in tutte le cose, base fisica del Mondo, tanto che dopo la morte, pezzi del suo Corpo divennero parti fisiche dello stesso Universo. Non è nel “Sukta Purusha” del Rigveda che Purusha[7] (il gigantesco “Uomo Cosmico” della mitologia induista) venne sacrificato dal Deva fin dalla fondazione del Mondo, e dove “la sua Mente è il Cielo, i suoi occhi sono il Sole e la Luna, e il suo respiro è il Vento”, descritto come avente mille teste e mille piedi? E non è nella leggenda cinese ove il già sopramenzionato Pangu, si pensa abbia formato le caratteristiche naturali della Terra (o il norreno Ymir), e che quando morì alcune parti del suo Corpo divennero i “Sacri Monti” della Cina? E non è nell’equivalente persiano Gayomart sul quale si riscontra quella forza generatrice, specie della prima “Coppia Umana“, una volta che rilasciò il suo seme? Del resto, in alcune leggende ebraiche, non si racconta come Adamo venne creato dalla polvere dei quattro angoli della Terra, e che quando si chinò la sua testa si trovava ad Oriente e i suoi piedi ad Occidente, contenendo, così, l’Anima di chiunque sarebbe mai nato?


[1] Metatron è un importante “Angelo” presente nel Giudaismo Rabbinico, nella Qabbalah e nel Cristianesimo Copto. Secondo il Libro di Enoch ebraico e l’Enoch slavo o Apocalisse di Enoch, Metatron, in origine non era un Angelo, ma divenne tale a partire dall’assunzione in Cielo del patriarca Enoch, in continuazione a quanto scritto in Genesi 5,24 “Enoch camminò con Dio, poi scomparve, perché Dio lo prese“. Non ci sono invece riferimenti diretti ad un “Angelo” di nome Metatron nel Tanakh e nelle scritture canoniche dal Cristianesimo Occidentale (Antico Testamento Nuovo Testamento), anche se la letteratura che lo menziona rintraccia nella sua figura “l’Angelo personale del Signore“, soprattutto nel punto in cui in Esodo 23,20-23, si legge come il nome di JHWH è in lui; viene chiamato infatti anche “JHWH minore” o Jahoel. A lui è associato il “Cubo di Metatron, il Frutto della Vita” (o una componente del “Fiore della Vita“) il quale presenta tredici cerchi. Se ogni centro dei vari cerchi è considerato un “nodo“, ed ogni nodo è connesso ad ognuno degli altri con una linea unica, si crea un totale di settantotto linee. All’interno di questo “Cubo” possono essere trovate molte altre forme, inclusa la versione bidimensionale (appiattita) di quattro dei solidi platonici. Nei primi scritti cabalistici è scritto che Metatron diede forma al “Cubo” a partire dalla sua stessa Anima. Il “Cubo di Metatron” è pure considerato un glifo santo, e c’è chi dice come può essere disegnato intorno ad un oggetto o persona in preda a presunte possessioni per ottenerne la guarigione. L’idea è anche presente in Alchimia, dove il “Cubo di Metatron” viene indicato mediante un cerchio di contenimento o di creazione.

[2] I giusti, ravvisabili in un personaggio biblico, un maestro spirituale o un rabbino.

[3] Nella mitologia finlandese Ilmarinen è un “Dio Immortale” e, come “Entità” gemella è l’altra metà di Jumala. Conosciuto col nome di Ilmaris nella mitologia estone, è una Divinità che viene citata in entrambi i poemi epici nazionali. Nel Kalevala (l’opera finlandese), è uno dei protagonisti assieme a Väinmöinen e Lemminkäinen, dove viene descritto come un abile Fabbro il quale forgia il mitico Sampo, un oggetto che risulta centrale nelle vicende della saga. Nella mitologia finnica, il Sampo è un oggetto magico capace di produrre ricchezza e gioia per chiunque lo possieda. Jumala, invece, in origine per i finlandesi significava “Cielo” ed era usato per indicare lo stesso “Dio del Cielo e/o il Dio Supremo“; dopo la cristianizzazione la medesima parola è rimasta quella con cui si indica Dio. L’origine della parola è sconosciuta ed alcune spiegazioni plausibili fanno pensare come derivi da Jomali (la “Divinità Suprema” dei Permiani) e che abbia origine dalla parola estone jume. Secondo un’altra interpretazione Jumala corrisponde al nome di uno delle due “Divinità del Cielo” (l’altro è Ilmarinen) in quanto John Martin Crawford nella prefazione alla sua traduzione del Kalevala  sostenne: «Le Divinità finlandesi, come gli antichi Dèi dell’Italia, della Grecia, dell’Egitto, dell’India Vedica o di qualsiasi cosmogonia antica, sono generalmente rappresentati in coppie, e tutti gli Dèi sono probabilmente matrimoniali. Hanno i loro abiti individuali e sono circondati dalle rispettive famiglie, poiché in origine i cieli stessi si pensavano divini. Poi si pensò ad una Divinità personale dei Cieli ed accoppiata al nome della sua dimora e questa divenne la successiva concezione. In fine, è stato scelto questo dio celeste per rappresentare il Sovrano Supremo, ed al Cielo, al Dio Cielo e Dio Supremo, è stato dato il termine Jumala (“tuono” e “casa”).»

[4] Filone di Alessandria, noto anche come Filone l’Ebreo (Alessandria d’Egitto, 20 a.C. circa – 45 d.C. circa), è stato un filosofo greco antico di cultura ebraica vissuto in epoca ellenistica. Egli fu forse il primo grande commentatore dei testi biblici, da lui conosciuti nella traduzione in lingua greca, in quanto profondo conoscitore dell’Antico Testamento. La sua originalità consiste nell’aver interpretato la Bibbia secondo la filosofia platonica. Egli vede nella “Teoria del Demiurgo” (esposta da Platone nel Timeo), il “Dio Creatore” ebraico.

[5] Ireneo (greco, Εἰρηναῖος, Eirēnáios, «pacifico»; latino: Irenaeus; Smirne, 130 – Lione, 202) è stato un vescovo e teologo romano, sia per la Chiesa Cattolica che per quella Ortodossa, venerato come santo e considerato uno dei “Padri della Chiesa“; fu uno dei più accesi confutatori delle dottrine eretiche.

[6] Valentino (Floruit 135-165; Phrebonis, ? – ?) è stato un teologo, filosofo e predicatore egiziano di lingua greca e di scuola cristiano-gnostica; i suoi seguaci vengono detti Valentiniani.

[7] Puruṣa è un termine della lingua sanscrita dal significato di “essere umano” o anche “maschio“. Nella letteratura sacra dell’Induismo il termine è stato utilizzato in tre principali accezioni: “Uomo Cosmico, l’Essere Primordiale” increato che, secondo i Veda, fu sacrificato per dare origine al “Mondo Manifesto“; “Spirito“, uno dei princìpi eterni della realtà, secondo la visione del Sāṃkhya; “Essere Supremo“, usato in associazione coi termini paraparama o uttama come appellativo di alcune Divinità nelle correnti devozionali, soprattutto le krishnaitePurusa è descritto così vasto da coprire lo Spazio e il Tempo, ma di questo “Essere Immenso“, e che può essere visto come la personificazione della realtà ancora immanifesta, è visibile soltanto un quarto, e da questo quarto ebbe origine innanzitutto il principio femminile (virāj), e quindi l’UmanitàPuruṣa venne poi steso per terra dai Deva e offerto in sacrificio secondo il rito, affinché avessero origine il Mondo, gli animali, le caste, altri Dèi, tanto che i Veda stessi rivelano: «Da questo sacrificio, compiuto fino in fondo, / si raccolse latte cagliato misto a burro. / Da qui vennero le creature dell’aria, / gli animali della foresta e quelli del villaggio. // Da questo sacrificio, compiuto fino in fondo, / nacquero gli inni e le melodie; / da questo nacquero i diversi metri; / da questo nacquero le formule sacrificali.» (Ṛgveda X, 90, 8-9; citato in Raimon Panikkar, Op. cit., 2001, p.101) Puruṣa, però, sacrifica solo una parte di sé per dare origine all’Umanità e all’Universo, mentre per gli altri tre quarti resta «in alto», trascendente, privo del suo quarto immanente.