“La Stella Primigenia, dove tutto iniziò”

Cosa c’era in principio in questo ramo del Braccio di Orione? Quale scenario cosmico portò poi alla formazione del nostro Sistema Solare e infine della Terra?

Scientificamente sono state formulate delle ipotesi, nonostante sino ad oggi nessuna ha saputo dare delle risposte convincenti, perché alcuni modelli proposti, sovente, finiscono per scontrarsi tra di loro. Possiamo però farlo su un piano esoterico e di ricerca alternativa, specie in base al materiale raccolto in tutti questi anni, raffrontandolo con le varie ipotesi scientifiche, integrandole. Nel XVIII secolo, Kant e Laplace formularono una “ipotesi nebulare”, e che ancora oggi mantiene degli elementi di validità. Essa affermava, con ovviamente successive e più recenti aggiunte, come il Sistema Solare ha avuto origine dal collasso gravitazionale di una nube gassosa, la Nebulosa Solare, che si calcola avesse un diametro di circa 100 UA e una massa circa 2-3 volte quella dell’attuale Sole. Una forza interferente (probabilmente una vicina Supernova), si pensa abbia compresso la Nebulosa spingendo poi la Materia verso il suo interno, innescandone il collasso. Durante questo processo, la Nebulosa avrebbe iniziato a ruotare più rapidamente e a riscaldarsi, e col procedere dell’azione della gravità, della pressione, dei campi magnetici e della rotazione, si sarebbe infine appiattita in un disco proto-planetario con una protostella (il futuro Sole) al suo centro e in via di contrazione.

La Teoria ipotizza, inoltre, che da questa nube di gas e polveri si formarono poi numerosi pianeti, essendo il primordiale Sistema Solare interno molto caldo da impedire la condensazione di molecole volatili come l’acqua e il metano, e vi si formarono, pertanto, dei Planetesimi relativamente piccoli (sino allo 0,6% della massa del disco) e formati principalmente da un composto ad alto punto di fusione: silicati e metalli. Questi Corpi Rocciosi si sono poi evoluti successivamente nei pianeti di tipo terrestre quali la Terra, Venere, etc., mentre più esternamente, oltre la frost-line, si svilupparono i Giganti Gassosi come Giove e Saturno, mentre Urano e Nettuno catturarono meno gas e si condensarono attorno a dei nuclei di ghiaccio. Si pensa, inoltre, che grazie alla loro massa sufficientemente grande, i Giganti Gassosi siano riusciti a trattenere l’atmosfera originaria sottratta dalla “Nebulosa Madre“, mentre i pianeti di tipo terrestre l’abbiano perduta o sublimata in fasi successive di continua trasformazione, essendo la nostra atmosfera terrestre, il frutto di vulcanismo, impatti con altri Corpi Celesti, o attraverso la stessa presenza evolutiva della Vita.

Cento milioni di anni più tardi la sua formazione, però, la pressione e la densità dell’idrogeno nel centro della “Nebulosa Madre“, divennero grandi a sufficienza per avviare la fusione nucleare nella protostella, e fu così che il neonato Sole spazzò via tutti i gas e le polveri residue del Disco, allontanandoli nello Spazio Interstellare e fermando il processo di crescita degli stessi pianeti. Nel frattempo, il Proto-Sole attraversò un ulteriore fase denominata T-Tauri (dal nome della stella variabile studiata come prototipo di questo processo) durante la quale generò un enorme quantità di energia sotto forma di radiazioni elettromagnetiche (Luce e Calore), ma persino di particelle velocissime o vento solare che disperse tutto il gas presente nella zona interna del Sistema Solare, lasciandovi solo i materiali più pesanti e refrattari. Da questo momento, si presume il Sistema Solare assunse la sua attuale configurazione chimica ed astronomica, con i pianeti giganti gassosi (Giove, Saturno, Urano e Nettuno), nella parte più esterna, formatisi per accrezione dei Planetesimi ghiacciati e ricchi di elementi volatili, mentre i pianeti terrestri rocciosi (Mercurio, Venere, Terra e Marte), ricchi di minerali refrattari, metalli e silicati, rimasero nella parte più interna.

Ad una osservazione attenta, appare chiaro come tutti i pianeti orbitino oggi nello stesso verso orario, ovvero quasi tutti ruotano in senso diretto tranne Venere ed Urano, le orbite sono circolari e poco inclinate rispetto all’Eclittica, i pianeti interni sono terrestri mentre gli esterni gassosi, e che tutti sembrano aver ricevuto indistintamente impatti notevoli a giudicare dalle cicatrici crateriche presenti in superficie, oltre a non esserci corpi datati prima di 4,5 miliardi di anni. Tutti questi elementi fanno presumere come nel “Braccio di Orione“, miliardi di anni prima della nascita del nostro Sole, vi fosse una nebulosa molecolare molto grande e che ad un certo punto, per qualche motivo, iniziò a spiraleggiare; eppure, nonostante tutti questi dati, la sua formazione rimane ancora un mistero. Infatti, secondo altri studi più recenti (del 2017), il nostro Sistema Solare potrebbe essersi formato nelle bolle alimentate dal vento di una Stella Gigante, il che andrebbe a spiegare l’abbondanza di due elementi presenti al suo interno, ma scarsi nel resto della Galassia.

Il nuovo scenario, invece delle esplosioni di una Supernova, propone la presenza di una Stella di tipo Wolf-Rayet, con massa superiore a quella solare di circa 40 o 50 volte, oggetti che bruciano in fretta producendo tonnellate di elementi i quali vengono poi allontanati dai potenti venti, venti a loro volta intenti a formare delle bolle con un denso guscio, dove al loro interno possono venire a prodursi delle ulteriori interazioni; dato che i gas e le polveri verrebbero intrappolati, liberi, infine, di condensarsi in nuove Stelle e Pianeti[1]. Il modello di formazione del Sistema Solare è comunque ancora lontano dal trovare una sua univocità accettata, perché sono presenti delle anomalie di non poco conto, a cominciare dalla velocità di rotazione del Sole, inferiore a quanto previsto dal modello teorico, e i pianeti, che pur rappresentando meno dell’1% della massa del Sistema Solare, contribuiscono ad oltre il 90% del momento angolare totale. Persino i pianeti sono “al posto sbagliato”, in quanto Urano e Nettuno si trovano in una regione in cui la loro formazione è poco probabile, data la ridotta densità della nube a tale distanza dal centro, teorizzando come ci possano essere state interazioni tra la Nebulosa e i Planetesimi che avrebbero portato alla migrazione degli stessi pianeti[2].

«Vieni, farò per te la gioia al crepuscolo e la musica alla sera! O Hathor, tu sei esaltata nella chioma di Ra, perché il Cielo ti ha dato la profonda notte e le Stelle. […] Adoriamo la Dorata quando brilla in Cielo!» (Inno a Hathor)

Arrivati a questo punto semi-scientifico del nostro viaggio, ritorniamo di prepotenza nel Mito, cercando di trovare al suo interno una spiegazione ai tanti misteri sin qui accumulati. Hathor (che significa in egiziano antico, “Casa di Horus”), era una Divinità appartenente alla religione dell’antico Egitto, in qualità di “Dèa della Gioiadell’Amore, della Maternità e la Bellezza“. Per tutta la storia egizia fu una delle Divinità più importanti e venerate, il suo culto si presume essere di origini preistoriche, e quindi predinastiche, estendendosi dalla corte faraonica (in quanto ritenuta madre simbolica degli stessi Faraoni), sino ai ceti più umili. “Signora dell’Occidente, dei Morti“, si credeva accogliesse le “Anime nell’Aldilà” (il Duat), e al tempo stesso venisse pure adorata come “Nume della Musica, la Danza, delle terre straniere e anche della Fertilità“, dato si pensava assistesse le partorienti. Raffigurata sovente con le fattezze di una “Vacca con il Disco Solare“, provvisto di ureo fra le corna, in epoca tarda venne rappresentata anche con due piume e con il pettorale menat, tipico attributo delle sue sacerdotesse. Nel corso dei millenni, inoltre, assimilò a sé una grande quantità di Divinità, le furono date in custodia sotto la sua protezione le miniere e persino le sorgenti del Nilo (la Via Lattea), come divenne contemporaneamente Madre, sposa e figlia di Ra (il Sole) e anche Madre di Horus – in quanto Iside (Sirio), considerata sua sorella -, fu associata a Bastet, e nel periodo classico, gli antichi greci, la associarono ad Afrodite.

L’iconografia di questa Dèa rimase ambigua fino alla IV dinastia (2630-2150 a.C.), e fu dall’età storica che finì per assumere l’aspetto o gli attributi di una giovenca, seppure già in manufatti predinastici (ante 3150 a.C.) venisse sovente raffigurata con questa forma primordiale, dove in alcuni reperti archeologici fu persino rappresentata con una testa bovina circondata da Stelle: «la Grande Mucca Celeste che creò il Mondo e il Sole.» La sua immagine storica più conosciuta divenne poi la figura muliebre, col capo sormontato dalle corna in qualità di “Sacra Vacca“, e come patrona del “Sacro Albero” fu associata al sicomoro, alla palma e al fico, specie durante l’atto di nutrire il defunto: “Signora della palma da dattero” e “Signora dei sicomori del sud”. Qui, il motivo della simbiosi tra Donna ed Albero, tanto cara alla mitologia africana (e successivamente Greca e Gnostica), si presenta attraverso colei che porta ristoro ai morti nell’Oltretomba, dove “l’Albero della Vita” nell’Aldilà, apportava piacevole ombra nella grande calura del deserto e recava ai defunti i suoi frutti più succosi; non per nulla i Tebani veneravano Hathor proprio come “Signora dei Morti.” Un intrigante “Inno ad Hathor” compare in nove colonne di testo, dopo un “Inno a Ra“, su una stele di Antef II (2112-2063 a.C.), quarto faraone della XI dinastia, rinvenuta nella sua tomba a Tebe e conservata al Metropolitan Museum of Art di New York. Fra le molte sfaccettature del Culto della Dèa, “l’Inno di Antef II” si appella al suo aspetto più propriamente “Celeste“.

«O anziani adunati del Cielo Occidentale, o divinità adunate del Cielo Occidentale, o signori supremi delle sponde del Cielo Occidentale che gioite al giungere di Hathor, che ama vedere esaltata la propria bellezza: Io Le feci sapere, Le dissi accanto a Lei che gioivo alla Sua vista! Le Mie mani Le fanno cenno: Vieni a Me! Vieni a Me! Il Mio corpo parla, le Mie labbra ripetono: Puri suoni di sistro per Hathor, suoni di sistro un milione di volte, perché Tu ami il sistro; un milione di suoni di sistro per il Tuo spirito in ogni luogo. Io sono Colui che fa sollevare dai devoti il sistro per Hathor ogni giorno e in ogni ora che Lei desidera. Possa il Tuo cuore essere contento con il sistro, possa Tu procedere in soddisfazione perfetta, possa Tu gioire in vita e gioia insieme a Horus [incarnazione del Faraone] Che Tu ami, Che mangia insieme a Te dalle Tue offerte, Che Si nutre insieme a Te dalle Tue provvigioni. Possa Tu contare anche Me, per esse, ogni giorno! L’Horus Uakankh [primo nome di Antef II] riverito innanzi a Osiride, il figlio di Ra, Antef il Grande, nato da Neferu [la regina Neferu I].»

Gli egizi, specie sulla riva occidentale del Nilo, dove era considerata protettrice della vasta necropoli di Tebe, credevano che la Dèa alleviasse le sofferenze dei morenti e li accogliesse maternamente nel Duat, offrendo loro cibo, bevande e ristoro. Con il titolo di “Signora dell’Occidente“, prendeva le sembianze della giovenca intenta ad uscire dal deserto, luogo dove venivano scavate le tombe, diretta verso le paludi nel quale crescevano le piante di papiro, sulle sponde rive del Nilo (la Via Lattea). Un aspetto, matrigno e benigno, che la rese estremamente popolare, seppur possedeva un lato distruttivo evidenziato da un mito sulla fine del dominio di Ra sulla Terra, dopo che il Dio, adirato con gli uomini i quali avevano cospirato contro di lui, inviò Hathor tra di loro sotto forma di Sekhmet, per distruggerli. Al termine della battaglia, la sua sete di sangue non fu domata e ciò la spinse ad intraprendere la distruzione dell’intero Genere Umano; per porre fine alla strage, Ra tinse della birra con ocra rossa ed ematite perché sembrasse sangue, scambiandola per birra ella si ubriacò e non portò a termine il massacro, ritornando poi da Ra ammansita nelle sue abituali sembianze di Hathor[3].

Con un apparente paradosso, i Faraoni erano chiamati “Figli di Hathor” (quindi “Figli del Cielo“), benché fossero considerati reincarnazioni di Horus, il figlio della dèa Iside[4]. Una scena però coglie l’attenzione, quella dell’allattamento del faraone Amenofi II (1427-1401 a.C.) dove venne raffigurato, – fra le zampe di Hathor in forma di “Vacca Celeste” -, come un bambino in ginocchio mentre succhia il latte della Dèa. Al contempo, con il termine di Nebethetepet, ella incarnava la sua manifestazione ad Eliopoli, strettamente associata al grande dio creatore Atum in quanto controparte femminile, sovente identificata con una parte del Corpo del Dio stesso: la mano con la quale, masturbandosi, Atum avrebbe creato il Cosmo intero. È del tutto evidente che la qualità di alimentazione da parte della Dèa per il Faraone, o per il defunto, reintegrando la loro sostanza e confermandone l’immortalità, definisce la sua funzione persino di “Divinità Creatrice e Distruttrice“, tipica non solo delle Stelle (o delle supernove, specie per l’atto creativo esplosivo e tipicamente similare agli schizzi masturbatori), ma anche delle loro manifestazioni più estese e complesse come le Nebulose, vere e proprie nursery stellari.

Gli Egizi, come molti altri popoli antichi, avevano ritrovato nelle Stelle la spiegazione cosmogonica a tutte le loro potestà, in un sincretismo pressoché perfetto. In quest’ottica, non si può non notare in Hathor la “Vacca Celeste / Nebulosa Madre” nella quale i suoi innumerevoli figli, fratelli, sorelle o sposi, assunsero non solo velleità divine, associabili a ben definite Stelle del Cielo (Ra o Atum il nostro Sole, Iside la stella SirioHorus il giovane nella stella Algol della Costellazione di Perseo, etc.), ma arrivò persino a partorirli e a nutrirli, così come farà con i successivi Faraoni, i defunti, o distruggendoli sotto forma della leonessa assetata di sangue; tipico di quelle Stelle inquiete o instabili che quando esplodono, si disintegrano per poi continuare l’eterno “Ciclo Cosmico“. La «Grande Mucca Celeste che creò il Mondo e il Sole» è la nube primordiale, o comunque quel contenitore interno del “Braccio di Orione“, dove è stata possibile la nascita e la formazione del nostro Sistema Solare e di tutti i suoi pianeti, Terra compresa. Tutta questa enorme speculazione cosmogonica non avrebbe senso se non fosse che è la stessa mitologia egizia a dimostrarcene la sua concretezza.

Arcaici miti egizi raccontano che il secondo dei figli di Nut e Geb fu Horus il Vecchio (Heru-Wer), chiamato così per distinguerlo dal successivo figlio di Iside e Osiride (Herusa-Aset), seppur il culto del secondo si fuse con il primo specie nelle epoche successive. Dio guerriero dalla testa di falco, rappresentava la LuceDivinità protettrice dei Faraoni, ma anche dei Fabbri (e da qui le sue peculiarità demiurgiche) e dei Guerrieri. Egli era conosciuto pure col termine di Heru-Behdety, “Horus della città di Behdet“, ed era raffigurato come un disco solare alato (un Sole, per l’appunto). Sua moglie era nientemeno che Hathor (il cui nome, guarda caso, è appunto “Casa di Horus“), la signora della bellezza e dell’amore, ed il loro matrimonio, detto “Festa della Gioiosa Riunione“, veniva festeggiato ogni anno intorno al solstizio d’inverno, ed entrambi, insieme, generarono Ihy. Quest’ultimo, “Horus che unisce le Due Terre” (o il Duat) era il nome greco della potestà egizia Horsmatawy, chiamato anche Harsomtus, ed apparteneva ad una triade come figlio di Hathor e di Horus di Behedet, ed era la forma sincretica di Harsiesi e di Horo dal quale si differenziava per essere contemporaneamente dio-padre e dio-figlio (Tosi).

Insomma, questo divin fanciullo non solo suonava il sistro in segno di giubilo (in qualità di “Dio della Musica“), al sovrano defunto accompagnato nientemeno che dal padre cosmico Ptah, ma simboleggiava persino il “Bambino Divino“. [Infatti, nella mitologia più tarda, il suo concepimento divenne identico per Horus il Giovane, dopo che la madre Iside sotto le sembianze di avvoltoio, sovrastò il Corpo esanime di Osiride per riceverne il seme; lo stesso seme esploso da Atum nel Cosmo per generare la vita, dopo che Hathor gli dette la sua mano.] Ihy o Harsomtus, in realtà, incarna non solo la nascita di un Dio, ma è anche la personificazione del “Dio Sole Infante” (la protostella), posto sopra il “Fiore di Loto Primordiale” (il Disco Solare), sul quale si è formato il nostro intero Sistema SolareHathor, pertanto, incarna la “Nebulosa Madre” nella quale un altro Sole (Horus il Vecchio), forse una preesistente Supernova o una Stella Gigante di tipo Wolf-Rayet, ha permesso la nascita non solo del nostro Sole (Harsomtus, poi AtumRa), ma anche la nascita di altri Soli, fratelli, sorelle e figli della stessa Hathor, in quanto “Madre Nebulare della Via Lattea“.


[1] Secondo uno studio, una percentuale tra l’1 e il 16% delle Stelle Solari potrebbe essersi formata con questo trigger. / Uno degli isotopi in abbondanza è l’alluminio-26, prodotto dalle Supernove insieme al ferro-60. Il secondo isotopo, però, è mancante e la ragione è ancora sconosciuta, il che lascia aperti i dubbi sul modello della stessa Supernova.

[2] Con la continua scoperta dei pianeti extrasolari, e che hanno riservato numerose sorprese, il modello della Nebulosa è stato a più riprese rivisto per spiegare le caratteristiche di questi sistemi planetari. Non c’è consenso su come spiegare la formazione dei pianeti giganti su orbite molto vicine alla loro Stella (“hot Jupiters“), anche se tra le ipotesi possibili vi sono la migrazione planetaria e il restringimento dell’orbita dovuto all’attrito con i residui del disco proto-planetario.

[3] Di volta in volta, a seconda dei differenti miti, delle epoche e perfino delle località, i suoi consorti potevano essere Ra oppure Horus, mentre i suoi genitori differivano tra Neith e Khnum, oppure ancora Ra, mentre i suoi fratelli erano incarnati sempre da Ra con Apopi, Thot, Sobek e Selkis. Fra i suoi figli vi erano gli dèi HorusIhiImset dalla testa umana, Qebehsenuf dalla testa di falco, Hapi dalla testa di babbuino e Duamutef dalla testa di sciacallo (questi ultimi quattro erano raggruppati a loro volta con il nome di “Figli di Horus“, e tutelavano ciascuno uno dei quattro vasi canopi). Insieme alla dea NutHathor fu associata alla Via Lattea nel III millennio a.C., quando, durante gli equinozi d’autunno e primavera, sembrava allineata sulla Terra e che la toccasse nei punti il cui il Sole sorgeva e tramontava. La Via Lattea era vista come un corso d’acqua attraversante il Cielo, su cui navigavano le “Divinità Solari” – e per questo era definita dagli egizi “Nilo del Cielo“. Durante il Medio Regno ricevette l’epiteto di Nub, dal significato Dorata, e il suo culto si diffuse anche in Palestina e in Fenicia, nota col termine di Signora di Biblo. Venne poi identificata, in queste regioni, con Astarte e con altre “Divinità Cananee” come la dèa Qadesh. Sotto forma di Hesat, dea-giovenca che si credeva partorisse il Faraone nelle sembianze di un “Vitello d’Oro“, era venerata ad Afroditopolis (odierna Atfih) nel ventiduesimo nomo dell’Alto Egitto.

[4] È probabile che alle origini della mitologia egizia, la “Madre del Dio-Falco” fosse effettivamente Hathor, originariamente “Dèa del Cielo“, habitat dei falchi e degli altri volatili. Iside sarebbe stata considerata la “Madre di Horus“, solamente quando si sentì la necessità di fondere il mito di Osiride con il mito di HorusSeth.