“Il Principio della Vita, da Venere a Eva”

Le Veneri paleolitiche sono delle statuine preistoriche raffiguranti donne con gli attributi sessuali molto pronunciati, ritratte con un sorprendente realismo (seppure il resto del corpo, a partire dal viso, è abbozzato in modo assai approssimativo), e simboleggiano le prime raffigurazioni del Corpo Umano. Vengono definite pure “Veneri Steatopige” (dalle parole greche στέαρ, στέατος, “grasso“, “adipe“, e πυγή, “natiche“, e quindi “dalle grosse natiche“) o callipige (sempre dal greco καλλιπύγος, da κάλλος, “bellezza“, e πυγή, quindi “dalle belle natiche“). Di dimensioni minute, tra i 4 e i 20 cm, sono realizzate per lo più con materiali quali la steatite, la calcite, il calcare marnoso, etc., e sono state rinvenute in diverse località europee, tra cui si ricordano Brassempouy, Lespugue, Willendorf, Malta, Savignano sul Panaro e Balzi Rossi, seppure siano diffuse dall’Atlantico alla Siberia. Di molte non ci sono datazioni certe, a causa di condizioni che non ci assicurano una corretta ricostruzione scientifica, seppure su alcune siano state formulate svariate ipotesi di lavoro, come ad esempio la Venere di Monruz datata 11.000 anni fa o la Venere di Hohle Fels, datata intorno ai 35.000 anni fa. La Venere di Willendorf, nota pure col termine di Donna di Willendorf, è invece una statuetta di appena 11 cm di altezza raffigurante una donna, ed è una tra le più famose Veneri del Paleolitico. Si trova attualmente al Naturhistorisches Museum di Vienna, e fu rinvenuta nel 1908 in un sito archeologico risalente al Paleolitico, presso Willendorf, in Austria.

Le particolarità di questa statuetta sono che: è stata scolpita in una pietra calcarea non originaria della zona; è stata dipinta con ocra rossa, e si pensa sia stata realizzata tra 25.000 e 26.000 anni fa; la vulva e il seno sono gonfi e molto pronunciati, le braccia sottili sono congiunte sul seno; il volto non è visibile e la testa si direbbe coperta da trecce o da un qualche genere di copricapo (tipico di tantissime altre statuette sparse nel globo), mentre i piedi della statua non sono fatti in modo tale da consentirgli di stare in piedi. Il motivo di tali rappresentazioni, specie per l’archeologia ufficiale, resta del tutto ipotetico e ignoto, alcuni ritengono che queste statuine debbano essere interpretate come vere raffigurazioni realistiche della femminilità dell’epoca, mentre secondo altri corrispondono alle prime speculazioni dell’Uomo Neolitico intorno al rapporto tra natura e la vita, ad esempio l’osservazione del “Ciclo delle Stagioni“, suggerendo che la vita stessa, legata al “Ciclo delle Reincarnazioni“, e la donna in quanto origine della vita di ogni figlio, avrebbe poi permesso lo sviluppo di un “Culto della Dea Madre“. Inoltre, singolare è come la stessa raffigurazione di “Madre” abbia percorso decine se non centinaia di migliaia di anni, e abbia raggiunto luoghi geograficamente distanti centinaia se non migliaia di chilometri gli uni dagli altri, a dimostrazione che nonostante il lunghissimo tempo o le considerevoli distanze, la figura di questa “Dea Madre Originaria“, stuzzicò talmente tanto la fantasia dei primi scultori da renderle un unico omaggio sparso in ogni angolo del pianeta.

Il “Culto della Grande Madre” ufficialmente risale al Neolitico, anche se alcuni ritrovamenti retrodatano alcune statue inerenti al Paleolitico, ma si evince come durante gli spostamenti dei popoli e la crescita di complesse culture, dipanate lungo lo svolgersi delle innumerevoli generazioni, queste “competenze” della “Grande Madre” andarono poi a moltiplicarsi in diverse divinità femminili successive, a noi oggi ancora note: (IshtarAstarteAfroditeVenere), alla fertilità delle donne (Ecate Triforme, similmente alle tre fasi della Vita), alla fertilità dei campi (Demetra, Cerere e Persefone / Proserpina), alla caccia (Artemide-Diana), etc. Inoltre, dal momento che il ciclo naturale delle messi implica la morte del seme, in quanto esso possa risorgere nella successiva stagione, la grande Dèa era connessa anche ai culti legati al “Ciclo di Morte e Rinascita” e alla Luna (Mater Matuta o della Bona Dèa). Fatto sta, l’evoluzione teologica di questa figura venne costantemente raffigurata da segnali di connessione tra le nuove Divinità e quelle più arcaiche, oltre a permettere di riconoscervi delle tracce, sia tra la “Madre Originaria” e le sue più tarde eredi, in ripetizioni di specifici attributi iconografici e simbolici: il dominio sugli animali tra cui si ricordano i leoni alati di Ishtar, la cerva di Diana, il serpente ctonio della Deà cretese, le ambientazioni misteriche tra rupi e boschi, presso sorgenti ed acque, il carattere dei culti tra il misterico e le atmosfere notturne.

Anche nel mutare dei tempi, questa memoria arcaica, si mantenne e si trasmise lungo le generazioni dando luogo a culti, forse inconsapevolmente sincretistici (dove le ultime propaggini sono considerate, ad esempio, le molte “Madonne Nere” venerate in Europa), ma ovunque ne conosciamo il nome e le storie, sovente in tutte le diverse civilizzazioni in cui si impose sin dall’epoca protostorica: la mesopotamica Ninhursag, l’anatolica Cibele, la greca Gea, l’etrusca Mater Matuta ed Artume, la romana Bona Dèa o Magna Mater; vi è anche la variante nordica della “Grande Madre“, Freyia, portata fino alle isole britanniche da migrazioni di popoli pre-achei verso nord ovest, ed è secondo alcuni la “Dèa Bianca” della mitologia celtica (colei che a Samotracia si chiamava Leucotea e proteggeva i marinai nei naufragi). Così come questa figura era presente persino in altre culture del pianeta, tra cui si ricorda: l’indiana Kali, la giapponese Izanami, l’azteca Tlazolteotl, l’Inca Pachamama, di nuovo la sumerica Ninhursag, le egiziane Tefnut, Nut e Iside e la semitica Lilith. Lilith apparve inizialmente in un insieme di “Demoni e Spiriti” legati al vento e alla tempesta, come nel caso della Lilitu sumerica (3000 a.C.), mentre l’accadico Lilitu (Signora dell’Aria) potrebbe riferirsi alla divinità femminile sumerica NinlilDèa del Vento Meridionale e moglie di Enlil, mentre l’accadico e l’ebraico che compongono il nome, sono aggettivi femminili derivanti dalla radice linguistica proto-semitica L-Y-L (notte), il quale tradotto letteralmente significa “essere femminile della notte/demone”, sebbene le iscrizioni cuneiformi associate si riferivano pure a degli “Spiriti Aerei” che portavano le malattie.

Da Lil, deriva pure Lulu[1], Lalu, divinità che presiede la sfera sessuale, nel mentre presso i babilonesi era nota come Ardat-Lili, mentre tra gli ebrei con il nome che la renderà celebre: Lilith. Ma figure simili si possono riscontrare tra: gli Egizi, i quali la conoscevano con il nome di Nephtys, o semplicemente con quello di Nut; gli Arabi con il nome di Giul, e che trasformato in Goule o Ghoul, significa letteralmente Vampiro, ma pure con il nome di Lilah, il quale significa notte, mentre presso gli Zingari della Transilvania era nota con il nome di Liliy, la “Regina degli Spiriti“; infine venne identificata presso svariate culture con il nome di Ecate, Persefone, Pandora, Proserpina, Circe, Medea, Nemesi, etc. La stessa radice in ebraico e nell’arabo Layla/Leyla[2], Lela o Lel, significano “sera, notte”, anche se la Lilith ebraica non verrà a formarsi da un unico corrispondente, ma attraverso la fusione con altre figure coeve. LiluLilitu e Ardat-Lili in area mesopotamica, comunque, formavano una sorta di “Terna di Demoni[3]; la mitologia mesopotamica era spesso formata da terne divine dove Lilu era il demone maschile, Lilitu quello femminile e Ardat-Lili la giovane figlia. Lamassu era un Demone metà donna e per metà vacca, controparte femminile del Lamashtu, il famoso bue alato con volto umano barbuto dell’iconografia assira; la Lamassu divenne la Lamia greca, la sua sola presenza significava distruzione e l’immagine veniva utilizzata come simbolo apotropaico, per incutere terrore, anche se la caratteristica di irresistibilità del fascino femminile arrivò da Ishtar (la sumera Inanna) conosciuta dagli Ebrei attraverso la Astarte siriana (altrove Astariel o Astaroth) per la quale si praticava la cosiddetta prostituzione sacra.

Così, la cananea Asheráh sarà persino venerata in un primo tempo come Dèa dagli stessi Ebrei, o addirittura da alcuni identificata in qualità di sposa di YHWH. Perché è qui che si insinua l’idea dell’esistenza, in tempi antichissimi, di un’unica “Divinità Mediterranea” e poi europea, riconducibile ad una “Dèa Bianca”, signora e padrona dell’amore e della morte, ispirata e rappresentata dalle fasi lunari (perciò una Dèa Lunare), indissolubilmente legata all’antico culto rituale in onore della stessa Dèa e di suo Figlio. Dal Galles e dall’Irlanda, passando dall’Europa e arrivando sino in Medio Oriente, come il saggista inglese Robert Graves aveva intuito quasi cento anni fa nel suo libro “La Dea Bianca” (1948), si evince l’esistenza di un culto arcaico di una “Dèa Unica” (conosciuta tra i vari popoli sotto diversi nomi) che ad un certo punto venne soppiantata dal Dio monoteistico, un maschio dominante il quale con la forza prese il sopravvento rispetto alla precedente società governata dallo “Spirito Femminile“, causando la caduta e la sparizione di questa divinità lunare come forma di venerazione conclamata, ma divenendo un mito che nel corso dei secoli continuò a rinfocolare l’immaginario collettivo (Lulù in Frank Wedekind, Biancaneve in Walt Disney, Leyla o Leia in “Guerre Stellari“, etc.) Una “Donna o Dèa“, con in testa un copricapo o una acconciatura del tutto unica, dalla pelle bianca o vestita di bianco, sovente ribelle, generatrice di maschi a loro volta dominanti o dominati dal Male.

Proprio come la componente maschile in guerra perenne contro gli altri maschi, in quanto personificazione di un “Dio-Autoritario“, demiurgico e guerriero, sempre assetato di sangue (il mestruo). Secondo la tradizione della Cabala Ebraica, invece, risultava essere il nome della “Prima Donna” creata, prima compagna di Adamo e precedente ad Eva, ma nell’immaginario popolare rimase un Demone notturno temuto, capace di portare danno ai bambini di sesso maschile e caratterizzato da aspetti negativi della femminilità: adulterio, stregoneria, lussuria, etc. Fu così che Lilith divenne un terribile Demone. Secondo un’antica tradizione, se veniva posto al collo dei neonati di sesso maschile un amuleto con iscritto i nomi di tre angeli (Senoy, Sansenoy e Semangelof, detti anche Sanvi, Sansavi e Semangelaf)sarebbero stati protetti dai suoi attacchi, specie prima della circoncisione rituale. Un’ulteriore tradizione consigliava di aspettare a tagliare i capelli di un ragazzo per fargli credere che si trattasse di una femmina, mentre negli adolescenti si pensava provocasse eiaculazioni notturne con cui venivano generati dei Demoni (ibridi), comportandosi in tal modo come uno spirito Succubo, analogo femminile dello spirito Incubo maschile, assurgendo così al ruolo di “Grande Meretrice” o “Madre delle Prostitute” (descritto nell’Apocalisse o nel più recente e moderno esoterismo con la figura della Babalon[4]).

Figura onnipresente in tutte le epoche della storia umana, sin dalla preistoria o nelle prime Civiltà, mitologie, religioni e filosofie della Terra, si è spinta poi nel corso dei secoli sino ai giorni nostri diventando il simbolo della donna libera, ripudiata e cacciata dall’Eden, perché si era rifiutata di obbedire al marito (Adamo) il quale pretendeva la sua totale sottomissione sessuale. Una storia che, specie dalla fine dell’Ottocento, soprattutto a séguito della crescente emancipazione della donna nel Mondo Occidentale, diventò il simbolo femminile (sovente neopagano) che non si assoggetta al maschile (al Dio), arrivando ad essere rivalutata a fianco di simbologie attinenti a quelle della “Grande Madre“, seppure abbia mantenuto anche le sue qualità di Dèa Nera (o Luna Nera) o di “Regina della Notte” di mozartiana memoria, o delle Streghe. Arrivati a questo punto e nel bel mezzo di un lungo cammino che al centro pone una figura universale di così incommensurabile portata, sarà bene spostare la nostra attenzione in Grecia, per poi ritornare all’interno della Cabala ebraica, per comprendere quante analogie esistono nei miti antichi, e quanto possono aiutarci per meglio disvelare i misteri iniziatici celati al loro interno. Nella mitologia ellenica, una figura del tutto analoga è ravvisabile in Pandora. Dal Greco antico che significa “tutto” unito a “dono”, e quindi “tutti i doni”, Ella è la prima donna creata per punire l’Umanità, dietro ordine diretto di Zeus.

Il “Padre degli Dèi“, infuriatosi dopo che Prometeo aveva rubato il “Fuoco” per donarlo agli uomini, decise di castigarlo, quindi, il Titano venne incatenato ad una roccia dove durante il giorno un’Aquila gli divorava il fegato, organo il quale poi ricresceva durante la notte (per essere rimangiato il giorno dopo!), mentre contro gli Uomini ordinò ad Efesto di creare una bellissima fanciulla, Pandora, alla quale gli Dèi donarono ogni tipo di virtù. Ermes, dopo aver donato alla fanciulla astuzia e curiosità, fu incaricato poi di condurla dal fratello di PrometeoEpimeteo (e da uno che si chiamava “colui che riflette in ritardo” si possono già capire le conseguenze di questa storia), nel frattempo liberato da Eracle. Seppure avesse ricevuto da Prometeo l’avvertimento di non accettare doni dagli Dèi, e in un primo momento rifiutò la ragazza, a séguito della triste sorte del fratello Prometeo si rassegnò al volere di Zeus, sposandola. Epimeteo, però, teneva custodito gelosamente uno scrigno nel quale Prometeo aveva rinchiuso tutti i mali che potessero tormentare l’Umanità, Pandora, bella quanto ingenua, spinta dalla curiosità aprì il vaso facendo uscire tutti i mali i quali si sparsero immediatamente nel Mondo. Prima di allora, l’Umanità aveva vissuto libera da qualsiasi Male, arrivando ad essere quasi simile agli Dèi ed immortale, ma dopo la sua apertura, il Mondo divenne un luogo desolato, inospitale, un deserto senza speranza, finché finalmente Pandora aprì nuovamente il vaso per far uscire anche la stessa speranza, e con la quale il pianeta riprese vita. Insomma, un vero e proprio “Portale” dalla quale entravano e uscivano “Forze ed Entità da altre Dimensioni“.

«… così disse ed essi obbedirono a Zeus signore, Figlio di Crono. E subito l’inclito Ambidestro, per volere di Zeus, plasmò dalla terra una figura simile a una vergine casta; Atena occhio di mare, le diede un cinto e l’adornò; e le Grazie divine e Persuasione veneranda intorno al suo corpo condussero aurei monili; le Ore dalla splendida chioma, l’incoronarono con fiori di primavera; e Pallade Atena adattò alle membra ornamenti di ogni genere. In fine, il messaggero Argifonte le pose nel cuore menzogne, scaltre lusinghe e indole astuta, per volere di Zeus cupitonante; e voce le infuse l’araldo divino, e chiamò questa donna Pandora, perché tutti gli abitanti dell’Olimpo l’avevano portata in dono, sciagura agli uomini laboriosi. Poi, quando compì l’arduo inganno, senza rimedio, il Padre mandò a Epimeteo l’inclito Argifonte portatore del dono, veloce araldo degli Dèi; né Epimeteo pensò alle parole che Prometeo gli aveva rivolto: mai accettare un dono da Zeus Olimpio, ma rimandarlo indietro, perché non divenga un Male per i mortali. Lo accolse e possedeva il Male, prima di riconoscerlo. Prima, infatti, le stirpi degli uomini abitavano la Terra del tutto al riparo dal dolore, lontano dalla dura fatica, lontano dalle crudeli malattie che recano all’uomo la morte (rapidamente nel dolore gli uomini avvizziscono). Ma la donna di sua mano sollevò il grande coperchio dell’orcio e tutto disperse, procurando agli uomini sciagure luttuose. Sola, lì, rimase Speranza nella casa infrangibile, dentro, al di sotto del bordo dell’orcio, né se ne volò fuori; ché Pandora prima ricoprì la giara, per volere dell’egioco Zeus, adunatore dei nembi. E altri mali, infiniti, vanno errando fra gli uomini.» (Esiodo, “Le Opere e i Giorni“)[5]

Secondo la Cabala, sono stati alcuni passaggi della Genesi a far speculare sull’esistenza di questa figura femminile precedente ad Eva, dove si spiega come Lilith fosse stata creata dalla Terra similmente ad Adamo, ma poi divenne un Demone, simile a quegli Spiriti dannosi generati durante i primi giorni della Creazione, perché ribellatisi al Signore il quale non donò loro un Corpo, cosa che invece avvenne per Adamo ed Eva (l’Uomo), e si racconta quanto inizialmente fossero persino “Uniti in una sola Anima“, prima di essere divisi e poi formati in qualità di “Primo Uomo e Prima Donna dell’Umanità” (racconto presente anche nella mitologia greca attraverso il già citato “Mito dell’Androgino“). Nel secondo capitolo si ripete, con diverse parole, come a séguito della “Creazione dell’Uomo” attraverso della polvere dal suolo (Genesi 2:7), dalla costola di Adamo (Genesi 2:22) si verificò la nascita della donna chiamata Eva. I commentatori della Torah, sostengono inoltre che Eva, prima di essere presentata dal Signore a Adamo, quest’ultimo notò Lilith ma non gli piacque, altre fonti sostengono invece come per un periodo, Lilith e Adamo vissero nel “Giardino dell’Eden“, fin quando non si scontrarono in un furioso litigio, causato dal comportamento per nulla remissivo della donna. Entrambi, però, si accoppiarono ma poi essa si sarebbe rifiutata di soddisfare le richieste sessuali del compagno che voleva giacere sopra di lei; a séguito del litigio, sarebbe poi salita al Cielo trasformandosi in un Demone nell’incessante ricerca di infanti e del seme maschile degli adolescenti. Lo Zohar spiega inoltre che il Demone Lilith, figura impura, cooperava strettamente persino con l’Angelo Satana, sebbene poi i riferimenti talmudici su Lilith divennero sporadici, ma tali passaggi forniscono l’immagine di una figura con origini nella lontana Mesopotamia, prefigurando un futuro come enigma esegetico. La concezione più innovativa però appare in “Erubin” (Talmud babilonese), ed è probabile che sia la fonte responsabile del mito di Lilith nel corso dei secoli:

«… in tutti quegli anni [ben 130 anni dall’espulsione dal Giardino dell’Eden] durante i quali era bandito, Adamo generò fantasmi, demoni maligni e demoni femmina [Demoni della Notte], come è detto nelle Scritture. Adamo visse cento e trenta anni e generò un figlio a lui somigliante (Shet, come Abele, è fratello di Caino), e quando vide che attraverso di lui la morte era divenuta una punizione, spese gli anni a venire in dissolutezze, tagliò i ponti con sua moglie ed indossò vestiti di fico. Questa citazione fu fatta in riferimento al seme che Adamo emise accidentalmente

Da questa ricostruzione si evince come Adamo si accoppiasse con Lilith sino a quando non incontrò e conobbe, pure carnalmente, Eva, sua compagna naturale. Dopo il peccato originale, si rifiutò di vederla per 130 anni, periodo durante il quale egli sparse il proprio seme per terra, disperdendolo; da questo seme, secondo la Qabbalah, sorsero poi molti Demoni e che in séguito, Adamo si riunì finalmente e “di nuovo” a Eva:

«Poi gli Arconti si avvicinarono a Adamo, vedendo la sua controparte femminile divennero molto agitati ed eccitati. Si dissero l’un l’altro: “Venite, andiamo a seminare il nostro seme in lei”, e tentarono di catturarla. Tuttavia, Ella – Madre dei Viventi – derise la loro incoscienza e cecità mutandosi in Albero, lasciando che essi si impadronissero del suo riflesso.» (Ipostasi degli Arconti, 89: 15-25)

Diversi testi gnostici descrivono il tentativo degli Arconti di “Violentare Eva” (l’Anima Mundi), ed inseminare, ibridandola, la Specie Umana (e l’Universo). Gli stessi testi chiariscono, tuttavia, che nonostante la pressante volontà di manipolare la “Genetica Umana“, l’obiettivo non verrà comunque mai raggiunto. Questo passo dimostra, inoltre, la strabiliante raffinatezza immaginale della visione gnostica, simile anche a molti altri miti, specie ellenici[6]. Tramite gli stati alterati di Coscienza, i veggenti gnostici riuscirono ad intuire elementi, e che con il passare dei secoli si stanno ancora rivelando empiricamente veri e dimostrabili. In tempi antichissimi essi furono in grado di sviluppare molte straordinarie intuizioni circa i “Mondi Non-Visibili“, le attività degli Dèi, il rapporto tra Umanità e Specie Aliene, etc. Come appena narrato, gli Arconti non riuscirono a catturare Eva, ma tuttavia in qualche modo si impadronirono della sua ombra, del suo riflesso. Ciò implica che, sebbene gli Arconti non siano in grado di accedere alla nostra struttura genetica, sarebbero però in grado di influenzare o distorcere la nostra immagine della donna, del femminile (e dell’Universo), e in un certo senso – in maniera indiretta – sarebbero realmente riusciti a stuprarla, per questo motivo, sia Lilith che Eva, sono la stessa figura, la “Sophia Cosmica“:

«Sono divenuta come una Forza Materiale caduta dagli Arconti; e tutti coloro che si trovano negli Eoni hanno detto: <è diventata Caos>. Perciò le Forze spietate mi hanno circondato contemporaneamente parlando di privarmi di tutta la mia Forza… Trovandomi io in queste oppressioni, la mia Forza ha iniziato a scemare. La mia Luce è diminuita perché hanno rubato la mia Forza e sono scosse tutte le mie Potenze.» (Sophia in Pistis Sophia 48:6)

Persino nei testi successivi, quando si parla più in specifico della “Creazione dell’Uomo“, gli Arconti tentarono nuovamente di “Violentare” la Madre, ma questa volta sotto le spoglie di Eva, inseminando con i loro geni la Specie Umana. E seppure i testi chiariscano come l’obbiettivo non venne mai conseguito, si evincono, però, tutta una serie di dinamiche molto particolari le quali ci fanno comprendere il perpetuarsi di un programma nelle sterminate ere cosmiche della Creazione. I veggenti gnostici, pertanto, erano riusciti ad intuire il tentativo di inseminazione in Eva da parte di questi Arconti, interferendo così nella Genetica Umana, perpetuando, in questo modo, un programma cosmico ma che allo stesso tempo li portò nuovamente al fallimento, seppure non completo. Come appena descritto, gli Arconti non riuscirono a catturare la presunta “Prima Donna” creata, tuttavia in qualche modo si impadronirono della sua ombra, del suo stesso riflesso, e questo implica quanto le “Forze“, seppure non siano state in grado di accedere completamente alla nostra struttura monadica, lo hanno sicuramente fatto a livello genetico, stuprandola nella Materia ma non nell’Anima e nello Spirito. L’intuizione gnostica, inoltre, ci sfida addirittura a comprendere cosa sia veramente successo nel passato, e come continui a perpetuarsi questo programma ancora oggi. Perché seppure non siano riusciti gli Arconti a possedere, e poi stuprare completamente, dapprima la Sophia e poi la Eva, hanno però cercato in tutti i modi di indurre gli uomini a farlo al posto loro, profanando con ogni mezzo possibile “l’Immagine della Donna“. Solo che in questa ottica, il “Femminile” è stato intessuto di un’identità artificiale, di una falsificazione della sua vera natura, conseguenza dello “Stupro di Eva perpetrato dagli Arconti“, un modello di donna inverso il quale oltre a rendere succube l’Uomo, è andato a nutrire persino quel decadimento della Donna che potrebbe condurre gli Arconti, con molta probabilità, ad impossessarsi di lei completamente in futuro; a patto non riesca nuovamente ad integrarsi con lo “Spirito Maschile“, il proprio compagno, in quella unione, o Sigizia, di gnostica memoria.

«L’Anima è il nutrimento degli Arconti, delle Potenze astrali, senza il quale non possono vivere, perché essa promana dal Pleroma e dà loro forza. Ma se l’Anima si impregna di conoscenza di sé stessa, se prende consapevolezza, essa si può difendere innanzi a ciascuna potenza, andando oltre i Guardiani di questo Mondo e per ritornare al Regno.» (Epifanio, “Contro le Eresie” 40:2)


[1] Nel 1904 nasce dalla penna di Frank Wedekind (1864-1918), drammaturgo e scrittore tedesco, una tragedia composta da “Erdgeist” (Lo Spirito della Terra) e “Die Büchse der Pandora” (Il Vaso di Pandora), in cui emerge il personaggio di Lulu, in italiano generalmente accentata in Lulù, resa come l’incarnazione tragica e moderna del mito delle femme fatale. L’opera lirica “Lulu” di Alban Berg, e soprattutto un film muto del 1929 di Georg Wilhelm Pabst, “Die Büchse der Pandora”, consacreranno per almeno il secolo a seguire il personaggio a Mito nell’immaginario collettivo.

[2] Leila Organa, anche nota come Principessa Leila (nei libri, nei fumetti e nella versione originale dei film Leia Organa), è un personaggio dell’universo fantascientifico di “Guerre Stellari“, interpretato nei film da Carrie Fisher (1956-2016). Leila fu generata, insieme al gemello Luke Skywalker, dall’unione fra la senatrice di Naboo Padmé Amidala (morta subito dopo il parto) e il Jedi Anakin Skywalker (divenuto Dart Fener). Subito dopo la nascita sul pianeta di Polis Massa nel 19 BBY, i gemelli furono separati su consiglio del Maestro Yoda: mentre Luke fu affidato alla famiglia Lars su Tatooine, Leila fu adottata e cresciuta su Alderaan dal senatore, principe Bail Organa e sua moglie, la regina Breha Organa. Crescendo in mezzo ai politici, ebbe accesso ad un seggio nel Senato Galattico, dove giocò un ruolo segreto per l’Alleanza Ribelle.

[3] Nella mitologia babilonese si delinearono tre classi di “Spiriti Maligni“: i Diavoli, i quali hanno la stessa natura degli Dèi e producono tempeste e malattie; i Fantasmi, anime di defunti che vagano sulla Terra senza trovare pace; i Demoni, esseri per metà umani e per metà divini (gli Ibridi).

[4] Babalon (nota pure come “Donna Scarlatta, Grande Madre e/o Madre di Abomini“) è una Dèa che si trova nel sistema mistico di Thelema, fondato nel 1904 con la scrittura di “The Book of the Law” dell’autore inglese e occultista Aleister Crowley. Nella sua forma più astratta, rappresenta l’impulso sessuale femminile e la donna liberata, mentre nel credo della “Messa Gnostica” si identifica anche con la “Madre Terra“, nel suo senso più fertile. Allo stesso tempo, Crowley credeva come Babalon avesse un aspetto terreno sotto forma di un ufficio spirituale, che poteva essere incarnato da donne reali (di solito in qualità di contropartita della sua identificazione a “A Mega Therion – The Great Beast”), di cui il dovere era allora di aiutare a manifestare le energie dell’attuale Eone (Horus). Il suo consorte è il Caos, il “Padre della Vita” e la forma maschile del principio creativo. Babalon viene spesso descritta con una spada e in sella ad una Bestia, sovente definita una puttana sacra e il suo simbolo principale è il “Calice e/o il Graal“. Come Crowley scrisse nel suo “Il Libro di Thoth“, essa “cavalca a cavalcioni della Bestia, nella sua mano sinistra tiene le redini, rappresentando la passione che le unisce. Alla sua destra tiene in alto la coppa, il Santo Graal in fiamme con amore e morte. In questo calice si mescolano gli elementi del sacramento dell’Eone.”

[5] Interessante è poi l’evolversi della storia, che qui riporto come una curiosità mitologica. Dall’unione di Epimeteo e Pandora nacque Pirra, la quale diverrà poi sposa di Deucalione (figlio di Prometeo; quindi erano cugini). Quando Zeus decise di porre fine all’Età dell’Oro con il “Grande Diluvio“, i due sposi furono gli unici sopravvissuti, grazie ad un’Arca che Deucalione aveva costruito dietro consiglio di suo padre, Arca la quale poi si arenò sul Monte Parnaso, unico luogo risparmiato dall’inondazione. Dopo il “Diluvio“, Deucalione chiese all’Oracolo di Terni una modalità con cui avrebbe potuto ripopolare la Terra e gli fu detto di lanciare le ossa di sua madre dietro le sue spalle. I due sposi, quindi, compresero come la madre fosse Gea, “Madre di tutti gli Esseri Viventi“, e che le ossa erano le pietre. Lanciarono pertanto sassi alle loro spalle i quali ben presto iniziarono a mutare, e dalla nuova forma assunta vennero ad emergere dei nuovi Esseri Umani; i sassi lanciati da Pirra divennero donne, quelli tirati da Deucalione uomini. Deucalione e Pirra ebbero anche dei figli di nome Elleno, Anfizione e una figlia, Protogenia, il cui significato del nome è “la Prima Nata”, una delle prime donne mortali della “Nuova Umanità“.

[6] La metamorfosi di Eva in “Albero” ricorda il mito greco di Daphne, la quale si trasformò in Alloro e tale parallelo dimostra ancora una volta come la cosmo-mitologia gnostica non sia stata un colpo di fortuna, ma un sistema di conoscenze visionario, profondamente radicato nella mente dei pre-cristiani.