“L’Influenza di Andromeda, l’imperscrutabile”

La Costellazione di Andromeda[1] delinea, nell’emisfero nord del Cielo, l’omonima principessa. Vicina alla Costellazione di Pegaso, ha una forma approssimata di una lettera «A» allungata, debole e deformata, ed è famosa essenzialmente per contenere al suo interno la Galassia di Andromeda. Si individua con facilità trovandosi a nordest del brillante asterismo del “Quadrato di Pegaso“, di cui la Stella al vertice nordorientale fa parte di Andromeda, in quanto la Costellazione si estende poi a nord e ad est del suddetto “Quadrato“, seguendo un allineamento di Stelle di varia magnitudine, arrivando sin quasi a lambire la scia luminosa della Via Lattea. Le sue dimensioni sono alquanto notevoli, seppure nella parte occidentale si trovino solo Stelle deboli, la sua individuazione, però, è facilitata dalla presenza della caratteristica figura di Cassiopea, posta più a nord, così come più in generale si può affermare lo spazio privo di Stelle luminose, situato tra Cassiopea e Pegaso, faccia parte integrante di Andromeda. La Stella più luminosa è α Andromedae (chiamata Alpheratz o Sirrah), che assieme alle stelle α, β e λ Pegasi forma un asterismo chiamato “Quadrato di Pegaso“. Oltre ad essere la Stella più luminosa della Costellazione, – essendo posta immediatamente a nord-ovest di Pegaso –, è anche connessa a quest’ultimo con il nome di Delta Pegasi (δ Peg / δ Pegasi), sebbene questo etimo sia raramente usato. Situata a soli 97 anni luce di distanza dalla Terra, seppure ad occhio nudo appare come una stella singola, è in realtà un sistema binario composto da due Stelle in stretta orbita tra loro. La composizione chimica della più brillante delle due Stelle è del tutto atipica, in quanto è un astro al mercurio-manganese, la cui atmosfera contiene livelli elevati di mercurio, manganese ed altri elementi tra cui il gallio e lo xeno.

Alpheratz è conosciuta pure come Sirrah o Sirah. Entrambi i nomi derivano dall’originale etimo arabo şirrat al-faras, che significa “ombelico del destriero“, con chiaro riferimento alla coeva Costellazione di Pegaso. Un altro termine utilizzato dagli astronomi medievali arabi era Ras al-mar’a al-musalsala: “il padrone della donna in catene“, con chiaro riferimento ad Andromeda, tenuta prigioniera. Nello “Zodiaco Lunare” indù, inoltre, questa Stella, insieme con le altre del “Grande Quadrato di Pegaso” (α, β, e γ Pegasi[2]), rappresenta le Nakshatra Purva Bhadrapada e Uttara BhadrapadaPūrva Bhādrapadā è il venticinquesimo nakshatra nell’astrologia indù, corrispondente a α e β Pegasi. È posto sotto il dominio di Bhaspati, la Divinità rappresentata dal pianeta Giove. I praticanti vedono in Pūrva Bhādrapadā un segno crudele, con attività legate all’inganno, la furbizia o alla malvagità. Similmente al suo gemello, Uttara BhādrapadāPūrva Bhādrapadā è spesso rappresentato da immagini dualistiche come un uomo a due teste o due gambe, con sovente delle spade incrociate; la sua Divinità protettrice è il serpente AjaikapadaUttara Bhādrapadā o Uttāti è il ventiseiesimo nakshatra nell’astrologia indù, corrispondente a γ Pegasi e α Andromedae. È governato da Shani, la Divinità identificata con il pianeta Saturno. Sotto tali credenze, Uttara Bhādrapadā è una Costellazione fissa, e significa che presenta basi solide e sotto questa simbologia è propizio costruire case, fondare comunità o impegnarsi in altre attività legate alla permanenza, la stabilità e la struttura. Non di rado associato al sopra descritto gemello, sovrastante la propria figura celeste si trova l’Ahir Budhnya, una creatura serpentina o draconiana.

β Andromedae, invece, è chiamata Mirach ed è la seconda Stella per luminosità dopo Alpheratz. Il suo nome, così come i suoi derivati MerachMiracMirak e Mirar, provengono dall’arabo al-maraqq col significato di “la schiena“, e nella corrispettiva astronomia araba veniva descritta anche col termine di “lato destro di Andromeda” o Al Janb al Musalsalah, “il lato delle donne incatenate“; dista 200 anni luce da noi. γ Andromedae (o Gamma Andromedae), o Almach, si trova all’estremo sud dell’omonima Costellazione, è un sistema stellare costituito da quattro Stelle e che mostra diversi contrasti di colore. Tradizionalmente chiamata Almach (scritto pure Almaach, Almaack, Almak, Alamak); in cinese è nota come 天大將軍一 (la “Prima Stella del Grande Generale del Paradiso“). Osservata con un piccolo telescopio, γ Andromedae può essere facilmente risolta in due componenti, offrendo uno spettacolo eccezionale per chi è alle prime armi con le osservazioni astronomiche; dista 355 anni luce. δ Andromedae (Delta Andromedae) o Sadiradra, è una stella arancione di magnitudine 3,27, distante 101 anni luce. Fra le altre Stelle si segnala anche υ Andromedae, il quale ha un sistema planetario con tre pianeti confermati, con masse di 0,71, 2,11 e 4,64 volte quella di Giove. Nonostante le sue vaste dimensioni non offre un gran numero di oggetti, persino non stellari, poiché la massima parte di essi sono estremamente remoti o deboli[3], – come alcune galassie osservabili -, purtuttavia presenta alcuni oggetti particolarmente brillanti e famosi, tra cui la celebre “Galassia di Andromeda“.

Nota talvolta anche con il vecchio nome di “Grande Nebulosa di Andromeda” (o con le sigle di catalogo M 31 e NGC 224), è una Galassia a Spirale Gigante facente parte del Gruppo Locale, assieme alla Via Lattea; dista circa 2,538 milioni di anni luce dalla Terra. Si tratta della Galassia a Spirale di grandi dimensioni più vicina alla nostra, risultando visibile persino ad occhio nudo, oltre ad essere l’oggetto più lontano visibile da occhi umani senza l’ausilio di strumenti di osservazione. “La Galassia di Andromeda” è la più grande del “Gruppo Locale“, un gruppo di galassie formato dalla Via Lattea, Andromeda e dalla “Galassia del Triangolo“, più circa cinquanta altre galassie minori, molte delle quali satelliti delle principali. Sebbene sia la più estesa, sembra che non sia la più massiccia, poiché alcuni studi suggeriscono come la Via Lattea contenga più “Materia Oscura” e potrebbe così essere quella con la massa più grande dello stesso gruppo. Secondo alcuni studi, la “Galassia di Andromeda” conterrebbe circa un bilione di Stelle (mille miliardi), un numero di gran lunga superiore rispetto a quello della nostra Galassia; sulla massa e sull’effettivo numero di Stelle ci sono tuttavia opinioni discordanti: alcuni studi indicano un valore di massa per la Via Lattea pari all’80% di quello di Andromeda, mentre secondo altri studi le due galassie avrebbero delle dimensioni simili fra loro.

Andromeda è una figura singolare della mitologia greca, figlia di Cefeo e di Cassiopea, entrambi sovrani d’Etiopia[4]. A parte sua madre Cassiopea, di cui non ci sono origini certe, – seppure si menzioni essere figlia di Coronus e Zeuxo (qualcuno sostiene sia una Ninfa) -, l’elemento della famiglia più interessante è dato dal padre Cefeo, figlio a sua volta di Belo e AnchinoeBelo, in greco antico (Βῆλος) Bêlos, è la forma grecizzata del nome semitico Ba’al (BelBaal), e del successivo Zeus Belo (Erodoto), frequentemente associato al nome di un antico e mitico re orientale, di Assiria e padre di Didone (in Servio), fondatore della dinastia degli Eraclidi in Lidia (in Erodoto), fondatore della dinastia dei Persiani (Ovidio nelle “Metamorfosi” IV, 212-213), finendo poi per assurgere a nome di comodo per tutte quelle genealogie “barbare”. Per comprendere meglio le dinamiche di questa complessa famiglia, è bene capire sino in fondo chi fosse Belo o Baal (o Ba‘al, dall’accadico “bēlu”: signore, padrone, proprietario), una delle principali Divinità della mitologia fenicia, considerata la figura centrale del mondo religioso dell’antica Ugarit. Per i Cananei dell’Antico Testamento il nome fu ereditato ad indicare successivamente il sinonimo di Dio, e, solamente intorno al XIV secolo a.C., passò a indicare il maggiore degli Dèi e il “Signore dell’Universo“, e quindi successivamente venne identificato in quanto “Falso Dio“. Secondo il mito fenicio, la sua casa o residenza fu il monte Casio (Cassius, oggi el-Akra), antico Sapanu (definito persino “l’Ombelico della Terra“[5]), ed era visto come il tradizionale “Dio semitico della Tempesta“, avente il controllo anche della fertilità e della fecondità. Nella mitologia greca fu associato a Crono, poi divenne il Saturno dei Romani, ed infine il Demonio[6] per i cristiani, ma resta noto col nome di Baal dove in Libano, ancora oggi esistono le rovine imponenti e archeologicamente inspiegabili di un tempio a lui dedicato, Baalbek.

Fatto sta che per gli antichi popoli semiti, era un vero e proprio “Padre degli Anni e dell’Uomo“, considerato il “Progenitore degli Dèi” come il Kronos greco. Nell’antichissima civiltà di Ugarit era il “Dio della Vegetazione e delle Tempeste” (similmente agli egizi Osiride e Seth), conosciuto con il nome di Aleyan-Baal o Signore dei Solchi, sposo di Anat, sovente paragonato al dio Marduk o al dio El, e che fu ucciso da Mot (proprio come l’Osiride egizio venne ucciso dal “fratello” Seth). I testi in lingua ugaritica (soprattutto quelli preservati nel “Ciclo di Baal“) pongono la dimora di Ba‘al/Hadad sul Monte Zaphon, facendo così pensare che il Ba‘al Zephon presente nei testi sacri ebraici del Tanakh (o il Ba‘al Pe‘or, il Signore del Monte Pe‘or) e che gli Israeliti non potevano venerare (Numeri 1-25), fosse in realtà proprio lui; nel pantheon dei Cananei, Hadad era figlio di El ed era stato un tempo il Dio  principale del loro culto, e il cui nome veniva utilizzato per indicare Yahweh. Nel periodo precedente all’Islam, la Divinità urbana di Hubal, a la Mecca, nel santuario urbano della Kaʿba[7] e a lui principalmente dedicato, era probabilmente nient’altro che la resa in lingua araba higiazena del semitico settentrionale Ha-Ba’al, col medesimo significato de “il Dio” per eccellenza; il suo simbolo era la Luna. Secondo la tradizione, riportata in età islamica da Ibn al-Kalbī nel suo “Kitāb al-aṣnām” (Libro degli Idoli), l’idolo sarebbe stato portato alla Mecca, forse dalla Mesopotamia. L’aspetto dell’idolo era quello di un vecchio con un arco e una faretra, al cui interno le frecce, senza punte né impennaggi, sarebbero servite al sādin (il custode del santuario).

L’idolo sarebbe stato di cornalina rossa e si narra che un braccio, il destro, si fosse rotto per essere poi sostituito da un nuovo arto in oro[8]. A lui venivano sacrificati animali nel mese lunare di rajab, la cui sacralità (con ben altre liturgie e significati) si è in parte conservata nel successivo Islam. Ma c’è dell’altro, ovviamente, perché il nume Baal muore (ucciso da un altro Dio o dal “fratello cattivo“) e persino resuscita, da solo o aiutato dalla propria consorte, dinamica che più tardi portò al dogma della nascente fede cristiana, dimostrandosi come un valido antecedente alla morte e alla resurrezione di Gesù (o meglio, del Cristo)[9]. Secondo Pseudo-Apollodoro (II secolo d.C., circa), Egitto e Danao erano fratelli gemelli e la loro madre Anchinoe, fu figlia del dio fiume Nilo. Egli sostiene fu Euripide ad affermare che Belo ebbe altri due figli di nome Fineo e Cefeo: Belo regnò in Egitto, mentre Agenore regnò su Sidone e Tiro, in Fenicia; Egitto regnò sull’Arabia e poi assoggettò il territorio dei Melanpodi, e lo chiamò Egitto dal proprio nome, mentre Danao regnò sulla Libia; FineoCefeo ebbero invece dal padre l’Etiopia. Quando Belo morì, i due figli Danao ed Egitto vennero a contrasto, Danao, con le sue cinquanta figlie abbandonò poi l’Egitto per approdare nel Peloponneso dove fondò il Regno di Argo. Ed Anchinoe, la moglie di Belo (Baal), chi era?

Nella mitologia greca si racconta fosse stata una delle naiadi, figlie del dio fluviale NiloElla si innamorò di Belo, fratello gemello di Agenore, che a sua volta era il figlio di Libia e il dio dei mari Poseidone: dalla loro unione nacquero i gemelli Egitto, il conquistatore delle terre il quale prenderà il suo stesso nome, e Danao, colui che ebbe le cinquanta figlie conosciute come le Danaidi; mentre si dice l’altro gemello ebbe altri cinquanta figli. Anchinoe fu pure madre di Cefeo e Fineo, colui che contrastò le nozze di Perseo con Andromeda, la figlia di Cefeo. Ma Anchinoe è persino la Anat (in fenicio Anath, Anat in ugaritico, in greco antico ΑναθAnath, reso in lingua egizia come Antit, Anit, Anti o Anant), una Divinità semitica, la cananea “Dèa della Terra, dell’Amore e della Fertilità“, ma anche “della Guerra e Dèa Madre“. Definita la “Vergine” (più tardi sarà la Madonna cristiana), venne paragonata a molte altre Divinità, tra le quali si ricordano: DemetraIsideAsherah, consorte e a volte sorella di Baal, persino di YHWH. L’origine del suo nome è incerta, una delle ipotesi più accreditate è che il termine derivi dal semita Anu (stesso nome del Dio del Cielo mesopotamico), con l’attributo femminile ‘nt’, forse in quanto tentativo di tradurre in chiave semita il nome della Dèa sumera Inanna, derivante da (N)in = SignoraAn = Cielo, na = particella possessiva, con il significato di “Signora del Cielo”. Un ulteriore possibile significato dell’etimo Anat è: “fornitrice” di Ba’alfornitrice di cosa? Molti testi, provenienti da Ugarit in Siria, raccontano le gesta, specie in ambito bellico, del dio Baal con al fianco la sua consorte, Anat.

«Sì (Ella dice), non vi è alcuna casa per Baal, come per gli Dèi, / un atrio / come per i figli di Asherat.» (Ras Shamra)

Un ulteriore Mito narra che Anat e Baal vinsero un combattimento ed invitarono gli sconfitti al banchetto, Ella si presentò, poi, ricoperta di ocra rossa e di porpora e letteralmente sbranò i superstiti della battaglia (similmente si racconta fece pure la Sekhmet egizia, istigata inizialmente da Ra). In altre leggende si narra si trasformò in bufala e partorì mucche e tori, come la dèa Hathor, oppure similmente fece l’Iside egizia, resuscitando il Corpo esanime del marito Osiride (ucciso dal fratello Seth), anche Anat compì lo stesso con l’amato sposo Baal, vendicandone la morte ed uccidendo il suo assassino, Mot. Singolarità di questo culto fu il suo ritorno in Egitto, dove inizialmente non venne riconosciuta con Iside, ma come una sua successiva emanazione, tale era la distanza dalla sua fonte originaria in cui entrambi i culti si erano formati. Infatti, reintrodotta nuovamente dagli invasori Hyksos (e adottata dal pantheon egizio), divenne molto popolare (e non poteva esserlo?) durante la XIX dinastia, dove Anat divenne anche la protettrice militare di alcuni faraoni, come Ramesse II. Su una stele tebana è raffigurata persino assisa in trono che tiene, nella mano sinistra, uno scudo e una lancia, mentre nella destra un’ascia; più tardi la emulò pure la dèa Atena in Grecia[10]. Anāhitā, “la pura” in persiano antico, è un attributo utilizzato per alcune deità persiane: Anahiti, in greco “Anaitis“, persiano medio “Anāhīd” e moderno “Nāhīd“, è il nome della dèa del pianeta Venere, venerata dai Medi e dai Persiani occidentali prima che adottassero la fede zoroastriana. Il suo culto, perciò, era parallelo a quello babilonese di Ištar e successivamente si sovrappose a quello della dèa indo-iranica dei fiumi e delle acque limpide, Arədvī Sūrā (o Ardwīsūr in persiano medio), detta anch’essa “Anāhitā“, o in persiano medio, “Anāhīd“, corrispondente inoltre alla divinità vedica Sarasvati[11] (“colei che possiede le acque“).

Il suo culto si radicò così profondamente che nonostante l’avvicendarsi dei vari popoli, Ella rimase pure quando subentrò il nuovo culto zoroastriano, la religione dei persiani orientali, ricca di affinità con le filosofie indiane. Re Artaserse II di Persia, fu il primo achemenide ad introdurre ufficialmente il suo culto nello Zoroastrismo, invocandone il nome nelle iscrizioni, accanto a quello di Ahura Mazdā e di Mitra e in sostituzione di Apam Napat, il “Figlio delle Acque“, forse corrispondente a Varuna e tradizionalmente abbinato a Mitra. Del resto, non aveva fatto altro che reintrodurre il culto della bisnonna del fondatore della stessa “Civiltà dei Persiani” (così fecero pure gli egiziani), dato come vedremo a breve fu attribuita a Perse (da qui il nome di Persiani), figlio di Perseo e Andromeda, Andromeda a sua volta figlia di Cefeo e Cassiopeia, e con Cefeo, figlio a sua volta di Belo (Baal) e Anchinoe (Anat – Anāhitā)! Dopo questa lunga disgressione familiare, e ritornando alla protagonista di questo studio, Andromeda, dopo una vita alquanto avvolta nella nebbia, sappiamo come salì sugli altari delle cronache mitologiche del tempo, quando entrò in una spirale di disgrazie che iniziarono il giorno in cui sua madre, Cassiopea, sostenne di essere la più bella delle Nereidi, un gruppetto di ninfe marine particolarmente seducenti. Queste, offese dalle sue parole, decisero di punire la sua vanità e chiesero a Poseidone, il Dio del Mare, di darle una lezione, e dato che gli Dèi, quando si trattava di punire qualcuno non ci andavano tanto per il sottile, decise di inviare un Mostro terribile (alcuni dicono anche un’inondazione o maremoto), a razziare le coste del territorio del re Cefeo. Il sovrano, sbigottito dagli accadimenti e con i sudditi stremati i quali reclamavano una sua reazione, assediato dal popolo decise di rivolgersi all’Oracolo di Ammone per trovare una via di uscita, e gli fu comunicato che per quietare il Mostro, doveva sacrificare sua figlia ancora vergine, Andromeda.

[Andromeda” dipinto di Gustave Doré, 1832-1883]

L’innocente e giovane Andromeda, senza tanto pensarci, fu incatenata per volere di suo padre ad una costa rocciosa[12] per espiare le colpe della madre un po’ vanitosa, che dalla riva guardava in preda al rimorso. Mentre la fanciulla se ne stava incatenata alla rupe, – battuta dalle onde, pallida di terrore e in lacrime per la sua sorte -, capitò, così, da quelle parti l’eroe Perseo[13], fresco della recente impresa dove aveva decapitato Medusa, la Gorgone, e la sua attenzione fu immediatamente colta dalla vista di quella inaspettata situazione. Ovidio, nelle “Metamorfosi“, racconta come inizialmente Perseo scambiò la ragazza per una statua di marmo, ma il vento che le scompigliava i capelli, e le lacrime sul volto, gli rivelarono la sua natura umana. Perseo le chiese il suo nome e perché fosse li incatenata. Andromeda, completamente diversa dalla madre, in un primo momento e per timidezza neanche rispose, seppure l’attendesse una morte raccapricciante tra le fauci di quell’essere mostruoso, poiché per modestia, avrebbe preferito nascondere il viso tra le mani se non le avesse incatenate. Perseo però continuò ad interrogarla e alla fine, per timore che il suo silenzio potesse essere interpretato come una sua ammissione di colpevolezza, gli raccontò la sua storia, interrotta improvvisamente dopo aver lanciato un urlo di terrore alla vista del Mostro marino, il quale, avanzando tra le onde del mare, muoveva verso di lei. Prima di salvarla, però, Perseo si concesse un attimo di pausa per andare dai genitori della ragazza e di chiederla nientemeno che in sposa, e dopo averla ottenuta si lanciò contro il Mostro, lo uccise con la sua spada, alcune versioni dicono lo pietrificò con la testa mozzata di Medusa, liberò l’estasiata fanciulla e, come promesso, se la sposò.

Più tardi dalla loro unione nacquero anche dei figli, compreso Perse, il progenitore del popolo dei Persiani, e Gorgofone, madre di Tindaro e Icario, entrambi re di Sparta. La trama del Mito cela però oscure ed inquietanti implicazioni, a cominciare dallo stesso nome della fanciulla, “Andromeda”, che significa “dominatrice di uomini” o “signoreggia sugli uomini”. Cita il poeta Manilio (I sec a.C.) “[…] il vincitore di Medusa fu vinto alla vista di Andromeda”, e in quest’ottica forse la principessa di Etiopia non era una figura del tutto passiva e debole, come inizialmente voleva far credere, quanto piuttosto affine a tutte quelle Divinità femminili che l’hanno preceduta (ed a lei imparentate), quale espressione di un desiderio, specie sessuale. Del resto, le radici mesopotamiche del Mito lo confermerebbero, perché in tempi remoti la Costellazione era dedicata all’egizia “Dèa dell’Amore e della Guerra“, Hathor, che i Babilonesi chiamavano Ishtar, rappresentata come una “Divinità Marina“, sensuale ed avida di sesso, adorata in templi lungo le coste dell’attuale Palestina, proprio i luoghi del mancato “Sacrificio di Andromeda“. Il Cielo notturno, per quanto possa sembrarci muto ogni notte con le sue silenziose Stelle, in realtà ci comunica verità imperiture che affondano la loro origine sino all’alba dei tempi. Dalla nostra privilegiata posizione di spettatori, possiamo ammirare la Costellazione dei Pesci, datrici di forza salvifica, Costellazione eclittica nella quale confluiscono le energie del suo cono stellare, abitato dal dominante Re legislatore Cefeo, da Andromeda, fusa con la sua testa al “Cavallo Alato” del marito PerseoPegaso, e più a sud dal corpo del mostro marino Cetus (o Balena), il “nemico dei piccoli pesci”.

«Anche lassù Ella è distesa, le braccia allargate; e anche in Cielo è in ceppi; e ininterrottamente anche là, levate, sono le sue mani. Poi si avanza, con la pancia sulla sua testa, un gigantesco cavallo; e un astro in comune a lei luccica in alto sul capo e a lui sull’ombelico.» (Arato da Soli, poeta greco, III a.C.)

Veicoli energetici, le Stelle, non sono solo degli astri o dei simboli mitologici, ma anche una miniera inesauribile di informazioni. Nella sapienza antica, astrologica, alchemica ed esoterica, delle Stelle come Merak e Dubhe, nell’Orsa Maggiore, venivano viste in funzione di grande serbatoio corroborante, centri di trasmissione del volere spirituale divino che, – passando per la Polare, il fulcro o perno del “Mulino del Cielo” -, si manifestavano come simbolo del trionfo della Materia mediante Cassiopea. Un processo messo in atto per arrivare sino a Sirrah o α Andromedae, in virtù di un canale dove la Materia stessa si assoggetta al servizio dello Spirito attraverso le forze del grande “Quadrato di Pegaso“, vero e proprio “Eden Creativo Energetico“, fino ad individuare le “Tre Stelle” della Testa dell’ArieteAlphaBetaGamma Arietis, come “Patria delle Idee” (il Pleroma?) o de “l’Inizio della Creazione“. Il simbolismo assunto dal “Cavallo Alato di Pegaso“, nella “Coscienza Collettiva“, racchiude una verità di metamorfosi legata al mistero della sua posizione capovolta all’interno del “Firmamento“. Nella tarda astronomia greca, il “Cavallo Divino“ portatore dei fulmini di Zeus, fu disegnato capovolto nel Cielo, eppure se invertito, il suo zoccolo tocca la situla dell’Acquario, vaso da cui fuoriesce quel “Fluvius Aquarii“, l’Acqua della Vita, nella quale nuota il Pesce Australe, il Pesce simbolo dell’Avatar. La sua origine è talmente antica, ancor precedente alla mitologia greca, perché in molti inni vedici, non di rado, venivano cantate le glorie di “Divinità Gemelle“, gli Aswin, i Dioscuri indiani (antenati di quelli greci, Castore e Polluce), deità con la “Testa di Cavallo“, figli di Dyaus, il Cielo, e fratelli di Ausha, l’Aurora.

Nell’antica astronomia indiana (3000 a.C.) si riconosceva gli Aswin nelle stelle Alpha e Beta Arietis e si racconta come essi possedessero un Cavallo chiamato, per l’appunto, Pegas, che con il suo zoccolo “aveva riempito cento vasi di dolce liquore”, riferendosi alla magica bevanda lunare degli Dèi, il Soma. Non a caso il più importante rito della Civiltà Vedica era “l’Aswameda o Sacrificio del Cavallo” (aswa = cavallo, meda = sacrificio) officiato dal “Grande Signore del Culto Supremo“, ovvero Brihaspati, simbolo del pianeta Giove (il più tardo Zeus), sempre raffigurato a Cavallo, così come la parola meda (sacrificio) è persino la parte finale del nome della vicina Costellazione di Andromeda, la giovane offerta in sacrificio, per l’appunto, al Mostro marino (Cetus). Nell’antica mitologia mesopotamica, il “Quadrato di Pegaso” era detto “Stella ikû, Esagil, immagine del Cielo e della Terra”. A quel tempo, la collocazione sul meridiano dei solstizi, proponeva un piano geometrico dove la proiezione dell’asse polare con il piano dell’orbita terrestre, aveva una perfetta collocazione geometrica del “Quadrato” stesso sull’asse del solstizio di dicembre in Pisces, e il solstizio di giugno in Virgo, in rapporto con l’altra coincidenza fra equinozi a marzo in Gemini, e settembre in Sagittarius, con ovviamente la Via Lattea che aveva permesso venisse identificato con il “Centro carismatico del Cielo“, in cui si fondeva “l’Armonia Universale“. Per questo motivo, il “Quadrato o Cubo“, venne chiamato “Paradiso“, il mitico giardino primordiale dove era avvenuta “la Creazione, un Paradiso“, inoltre, custodito persino da due immagini della “Grande Madre“, la Vergine e Andromeda.

Inoltre, questo “Paradiso” posto al Centro dell’arco della Via Lattea, proponeva un modello escatologico da cui proveniva la magica unità di misura sumera, quell’ikû con la quale Sidnapistin[14] (il Noè dei Sumeri) costruì “l’Arca del Diluvio in forma di Cubo” (così era persino la misura della pianta del tempio del dio Marduk in Babilonia), dal momento che l’imbarcazione doveva non solo essere un Cubo perfetto, e quindi un quadrato nello spazio piano, ma raffigurare l’immagine del “Paradiso” e il suo riflesso sulla stessa Terra. E Andromeda in tutto questo quadro così complesso quale ruolo assume? Andromeda è la “Donna simbolo della Materia liberata“, nel Cielo infatti è collocata, insieme alla madre Cassiopea, dalla parte opposta dell’Eclittica rispetto al segno della Vergine. La Vergine è la dimora nella quale trionfa l’espressione della “Grande Madre“, regina del solstizio d’estate (nel 5.000 a.C.), ma la “Grande Madre” ha anche molte epifanie, tre su tutte: la ninfa Persefone (Seme o Grano verde), in quanto donna Demetra (Grano maturo), come vegliarda Ecate (Grano raccolto), ovvero Andromeda, VergineCassiopea, alter-ego di Persefone, Demetra ed Ecate. Andromeda, nei vari atlanti celesti, è raffigurata come una “Donna in Catene“, una Medea, Circe, Esperide, Hera, o persino Eva, tutte dèe femminili custodi del “Paradaisos” e da cui vennero brutalmente spodestate dalle nuove “Divinità Solari e Maschili“. Collegata a Virgo vi è la stella Spica (“Spiga di Grano della Vergine“), una associazione con il grano derivante probabilmente dal fatto che essa è visibile appena dopo il tramonto, ad ovest, durante la stagione della mietitura.

L’associazione di questa figura femminile si perde comunque nella notte dei tempi, avendo riscontro oltreché in ambiente latino, pure in quello greco (dove era spesso identificata con Persefone), egiziano (delle volte con Iside), sumerico (con Ištar) e indiano (con Devakī, nientemeno la madre del dio Krishna). Incarnava, così, la Donna la quale porta il “Cristo Bambino“, ovvero colei che contribuisce alla nascita del “Cristo nella Materia“, in tutte le sue forme, mentre Cassiopea, la Madre di Andromeda, assurgeva come “Donna sul Trono“, simbolo del trionfo materiale e della Natura che domina e controlla ogni cosa. Infine, a conclusione di questa lunga disamina stellare, non si può non menzionare, in direzione nord-ovest, delle caratteristiche Stelle “equidistanti” di Andromeda, la massiccia Galassia omonima (M31) alla quale la nostra Galassia è allineata per formare, insieme ad altre, un anello orbitale definito dagli studiosi “la più grande struttura organizzata in quello che chiamiamo il gruppo locale di galassie.” Si stima come nel nostro gruppo locale di galassie vi siano attualmente 54 galassie nane, di queste 27 gravitano attorno alla massiccia Galassia di Andromeda, e di queste, almeno 13 formano un anello orbitale di cui facciamo parte, analogo a quello delle orbite planetarie attorno al Sole. Una sorta di “Tavola Rotonda Galattica, e che ruota attorno ad una forza ancora sconosciuta…


[1] Il periodo più adatto alla sua osservazione cade fra settembre e gennaio; l’emisfero boreale è il punto di osservazione ideale, dove si presenta circumpolare a partire dalle latitudini medie salendo verso nord. In quest’emisfero è una tipica Costellazione autunnale, ma è visibile nel cielo serale da fine agosto fino a quasi tutto marzo senza grosse difficoltà. Dall’emisfero australe si mostra sempre bassa sull’orizzonte, mentre dalle latitudini temperate medie, diventa progressivamente invisibile.

[2] In cinese, 壁 宿 (BI su), cioè “muro“, ci si riferisce ad un asterismo composto da α Andromedae e γ Pegasi. Di conseguenza, α Andromedae stessa è conosciuta con gli ideogrammi 壁 宿 二 (BI Sù Er, la “seconda stella del muro“). È nota pure come una delle “Tre Guide” che segnano il primo meridiano dei cieli; le altre due sono Beta Cassiopeiae e Gamma Pegasi.

[3] Tra gli ammassi aperti interni alla nostra Galassia è interessante il grande oggetto NGC 752, situato verso il confine col Triangolo, ben visibile con un binocolo e appena percepibile ad occhio nudo; si tratta di un ammasso molto esteso e con un elevato numero di componenti. Fra le galassie invece spicca NGC 891, una galassia spirale vista perfettamente di taglio e attraversata da una banda oscura che la fa rassomigliare alla nostra Via Lattea, con cui probabilmente condivide pure la forma.

[4] Godfrey Higgins (1772-1833), affermava nel suo libro “Anacalypsis” come gli ebrei di Giacobbe o di Israele erano etiopi: “Sembra che non ci sia nulla di improbabile in questi Etiopi che sono la Tribù degli Ebrei – la tribù di Giacobbe o Israele. Penso che questi Etiopi siano venuti sotto Jacob e si stabilirono a Goscen e diedero i nomi di Maturea e Avaris alla città in cui abitavano.” Inoltre, asseriva: “Osiride e il suo Toro erano neri; tutti gli Dèi e le Dèe della Grecia erano neri: almeno questo era il caso di Giove, Bacco, Ercole, Apollo, Ammon. Le dèe Venere, Iside, Hecati, Diana, Giunone, Metis, Cerere, Cybile, sono nere. La multimammia è nera nel Campidoglio a Roma, e a Montfaucon…”

[5] Il monte è considerato anche il luogo d’incontro delle acque del “firmamento superiore” con quelle del “firmamento inferiore“. Questa struttura viene ripresa nel “Giardino dell’Eden” ebraico, delimitato e bagnato dai fiumi Pihon e Gihon. Altri luoghi sono stati dichiarati sede del dio Baal, tra i più conosciuti possiamo citare: Sheizar e Sapan, località nella quale Baal si fermò dopo la vittoriosa battaglia con Mot.

[6] Con il nome biblico Ba’ al Zebub è entrato nell’immaginario collettivo della cultura cristiano-occidentale ed islamica, come “Entità Diabolica Suprema“: Beelzebub, uno dei “Sette Prìncipi dell’Inferno“, spesso identificato dalla tradizione cristiana con Satana.

[7] Il Cubo.

[8] Proprio come nei miti riguardanti l’Irlanda e il popolo dei Túatha Dé Danan, dove il re danann Núada, aveva perduto il braccio destro nel corso di uno scontro e, in base alle leggi, la mutilazione lo rendeva inadatto per regnare. Venne così sostituito da Bress, il quale era fomoriano per parte di padre.

[9] L’aspetto di “Dio Morente” accomuna diversi miti antichi, tra cui: OsirideKrishnaDioniso, Mitra, Cristo.

[10] Su alcuni papiri dell’isola di Elefantina, vicino ad Assuan, databili al 410 a.C., viene citata la dèa Iahu-Anat, adorata nel tempio di Yahweh a Gerusalemme.

[11] Il termine sconosciuto “arədvī” dovrebbe significare, per motivi etimologici, “umida“, “piovosa“, mentre “sūrā” è un aggettivo che significa “forte“, “potente“.

[12] Secondo alcune leggende, questo episodio si verificò sulle coste del Mediterraneo, precisamente a Joppa (Giaffa), la moderna Tel Aviv dell’attuale stato israeliano.

[13] Perseo (in greco antico: Περσεύς, Perséus) è un eroe della mitologia greca, figlio del re degli Dèi, Zeus, e di Danae, figlia del re di Argo, Acrisio. Attraverso la madre discende dalla danaide Ipermnestra e dall’egittide Linceo, a loro volta figli dei fratelli Danao ed EgittoPerseo viene ricordato soprattutto per l’uccisione della Gorgone Medusa, per aver salvato Andromeda da un Mostro marino, – poi diventata sua sposa -, e per essere stato re di Tirinto, dopo aver rinunciato al trono di Argo a favore di Megapente, e di Micene, città che fondò lui stesso. Dalla moglie Andromeda ebbe molti figli, tra cui Elettrione (suo erede e nonno di Eracle) e Gorgofone (madre di Icario e nonna di Penelope, sposa di Odisseo).

[14] Atraḫasis (in accadico “il molto saggio“, a volte AtramḫasīsAtra-ḫasisAtar-ḫasis o Atrahasis), presente nella letteratura in lingua accadica pure come Utanapištim (in accadico “Colui che ha trovato la vita“; sovente anche Ut-napištim o Utnapištim) e, nella letteratura sumerica indicato con il nome di Ziusudra (in sumerico, “Vita dai giorni prolungati“, o Ziusura), conosciuto nella successiva letteratura in lingua greca col nome di Xisouthros (nella “Storia di Babilonia” [Βαβυλωνιακὰ] di Berosso), fu re di Šuruppak (oggi Tell Fara, nella parte centro-meridionale dell’Iraq) e l’eroe dei poemi mesopotamici inerenti al “Diluvio Universale“, evento mitico a cui lui sopravvisse raggiungendo poi l’immortalità per mezzo degli Dèi. Sovente è associato al Noè biblico.