“Bile, Ibrido, Bestemmia”

[Opera del pittore polacco Zdzisław Beksiński, 1929-2005]

Bile

Prodotto di secrezione delle cellule epatiche costituito da un liquido viscoso giallo-verdastro, più o meno denso, che contiene acidi grassi, pigmenti, colesterolo, lecitina e sali biliari. Nella digestione emulsiona i grassi, saponifica gli acidi grassi, attiva gli enzimi pancreatici e la motilità dell’intestino. | Collera, sdegno.

Ad ogni salto nel “di là”, i primi minuti erano sempre i più difficili. Senso di spaesamento, nausea, a volte vertigini, erano i sintomi più frequenti. Si ritrovò, pertanto, a passeggiare per le vie prospicenti il Colosseo a Roma, che si stagliavano qualche centinaio di metri più distante, con alcuni passanti intenti a guardarlo un po’ sorpresi, credendo stesse per sentirsi male. Un signore gli si avvicinò chiedendogli se avesse bisogno di aiuto, ma rispose di essere stato preda di un momentaneo calo di pressione, che presto sarebbe passato e si sarebbe ripreso entro breve tempo. E così fu. Era tornato indietro di 110 anni, e si trovava nella Roma dell’anno 2015. Una Roma completamente diversa da quella da lui conosciuta dal tempo e la dimensione dalla quale proveniva, dove i ruderi dell’antichità erano quasi del tutto scomparsi dopo la disastrosa eruzione vulcanica dei Campi Flegrei avvenuta decenni prima, così come il crollo di buona parte degli edifici a causa della cenere vulcanica che copiosa era caduta per settimane sulla città. La ricostruzione successiva l’aveva completamente trasformata, rimodellata, resa più moderna, futuristica. Persino la stessa popolazione era cambiata, moltissimi erano morti durante il disastro, altri sfollati in varie regioni, e la profonda lacerazione, non solo territoriale che l’immane eruzione aveva provocato, specie nell’area campana, avevano così profondamente cambiato l’Italia e la sua capitale, da renderla quasi irriconoscibile rispetto al passato.

I Viaggi nel Tempo non erano iniziati da molto, i primi furono solo sperimentali ed esplorativi, i successivi si tramutarono in vere e proprie missioni. Era nata un’organizzazione internazionale, con sede in una zona nuova di Roma, sorta un tempo dove si trovava il Vaticano e che, istituitasi poi come una Nuova Chiesa, incentivava questi viaggi attraverso un team selezionato di prescelti, per poter cambiare il passato e apportare ulteriori migliorie al loro attuale futuro. Molte missioni erano state un successo, e gli effetti furono palesi ed evidenti al mondo intero in più di un’occasione, altre furono molto più in sordina, poche dei completi disastri, almeno sino ad allora. E lui, era stato inviato nella Roma del 2015 per incontrare una persona, farsi dare da lui informazioni estremamente importanti per il loro futuro, prima che il disastro flegreo lo facesse scomparire nel nulla. Arrivò nel piazzale del Colosseo e si mise ad aspettare presso l’Arco di Costantino, quando poi gli si avvicinò un uomo dicendogli: “Cui prodest?” E lui voltandosi gli rispose: “Cui prodest scelus, is fecit.”

“A chi giova?” / Medea, “Tragedia di Seneca“, versi 500-501: “colui al quale il crimine porta vantaggi, egli l’ha compiuto.”

È da molto che non ricevevo la visita di uno di voi… a cosa devo l’onore?

A una richiesta di informazioni e a un avvertimento.”

Venite, andiamo a sederci in quella panchina dove possiamo parlare più comodamente.” Si incamminarono verso la strada poco più avanti l’Arco di Costantino e ad una panchina di marmo si misero seduti, mentre davanti a loro i turisti, per lo più stranieri, camminavano frenetici.

Sapete, sono 99 anni esatti che abito a Roma, fuggii subito dopo che tentarono inutilmente di uccidermi…” disse sghignazzando.

Si, la vostra storia è molto conosciuta, e ditemi, come mai sceglieste di venire proprio a Roma?

E dove altrimenti? Roma è il principio e la fine di tutto, questa è la città di tutte le albe e di tutti i tramonti del mondo…”

In effetti, come darvi torto… ma c’è una cosa che mi affascina di voi, come avete potuto non invecchiare, e a parte i suoi occhi, il suo sguardo così inconfondibile e ancora magnetico, avete cambiato aspetto da risultare completamente un’altra persona.”

Ci sono segreti mio gentile ospite che è meglio non rivelare, ma posso solo dirvi che quando raggiungi livelli tali di conoscenze, e comprendi come la Materia è pura Illusione, quell’Illusione può persino essere modificata per dare corpo a molteplici sue trasformazioni…”

Affascinante…”

E ditemi, di cosa dovete avvertirmi?

Tra non molto la Caldera dei Campi Flegrei esploderà con una violenza ed un’eruzione immane da distruggere non solo il sud Italia, ma l’intera città di Roma…”

L’uomo lo fermò: “Non proseguite oltre, so già tutto… e so anche cosa dovrò fare. Piuttosto, credo siano queste le informazioni che cercate e di cui avete bisogno.” Tirò fuori una cartella dal suo impermeabile e gliela porse. “Tenete e fatene tesoro, nel vostro futuro queste informazioni vi serviranno senz’altro…”

Dall’aspetto poteva sembrare una persona come tante, di mezza età, dai capelli lunghi grigi raccolti e vestito distintamente con un impermeabile grigio scuro. I suoi occhi però avevano qualcosa di anomalo, di una straordinaria e magnetica bellezza.

Ho sognato sin da bambino di chiedervi una cosa…”

Si, e so anche cosa… il mio nome è Grigorij Efimovič Rasputin, e sono nato a Pokrovskoe il 21 gennaio del 1869 in Russia…” poi si alzarono, si strinsero la mano e gli disse un’ultima cosa prima di congedarsi: “Tu non sei del tempo di là, sei stato portato via in una delle tante missioni nel passato, perché qualcuno decise di salvarti dalla tua famiglia, in particolare da tua nonna. Questo ti ha portato nel corso del tempo a tenere sopito un problema, la tua ira, la tua rabbia, perché in te è nato un eccessivo senso di giustizia mai appagato, un desiderio di vendetta, di vendicare il torto subìto e che è degenerato in una particolare ricerca di giustizia personale…”

Nel mentre lo ascoltava venne assalito da un profondo senso di inquietudine, poi Rasputin indicò con la mano un’anziana signora che da lontano si stava avvicinando con una culla.

Vedi quella donna? E vedi quella culla? Hai davanti a te la possibilità di risolvere in un colpo solo anche il tuo problema esistenziale… buona fortuna amico mio, ci rivedremo in un’altra vita ancora…” E così dicendo si incamminò verso le strade dei Fori Imperiali. Lui rimase in piedi, lì, impietrito sino a quando quella vecchia signora con quel piccolo bambino nella culla non gli passò davanti.

Ti odio!” le urlò. La donna si guardò attorno incredula. “Tu… mi hai rovinato l’esistenza!

Scusi, ci conosciamo?” disse la donna tra lo sconcerto e lo sgomento.

Non mi riconosci?

Non l’ho mai vista prima e… farebbe bene ad andarsene prima che chiami aiuto.”

Anni di soprusi, di torture, di schiaffi, persino pugni, di schiavitù… sei sempre stata un mostro orribile…”

Se ne vada imbecille… cosa vuole da me? Mi vuole rapinare? Aiutoo! Qualcuno mi aiuti!!” Si allargò l’impermeabile, e da una fondina interna tirò fuori uno strano marchingegno metallico e affusolato.

Che cosa ha in mano?” disse con voce isterica la donna.

La mia vendetta” e puntandoglielo contro emise un fascio di luce che la folgorò all’istante, facendo cadere il suo corpo rovinosamente sulla strada. Il bambino nella culla iniziò a piangere, si avvicinò, ma nel momento in cui i loro sguardi si incrociarono, e nel mentre le persone intorno si accorsero di quanto era successo e iniziarono ad allarmarsi, in un istante scomparve fulmineo, senza lasciare traccia alcuna. La cartella che Rasputin gli aveva dato, però, cadde per terra; non era saltata con lui. Nel mentre nella concitazione qualcuno si avvicinò al corpo dell’anziana signora, e altri si presero cura del piccolo, un uomo si avvicinò furtivo alla scena del delitto, raccolse la cartella che nascose sotto il suo cappotto. Rimase un attimo a guardare la scena, da semplice curioso, poi si dileguò senza farsi notare per le strade della città. Ritornò “di qua” mentre stava guidando la sua auto su di una strada che lo stava per condurre verso un paesino poco fuori la città di Pisa. Alla radio stavano mandando in onda una canzone quando una volta conclusasi, passò la pubblicità della festa di fine anno che abitualmente veniva celebrata al Nuovo Teatro di Pisa, il prossimo 31 dicembre del 2065. Si era appena addentrato in alcune strade di campagna quando dal cielo iniziò a cadere una fitta pioggia, a tratti inframezzata da improvvise pause asciutte, alternate da violenti folate di vento di libeccio. Imboccò la strada rialzata che costeggia l’argine dell’Arno, ad almeno tre o quattro metri di altezza dal piano dei campi. Da lassù la visuale si stagliava libera in tutta la vallata di Calci con in fondo i vari colli i quali formano il Monte Pisano, tra cui il Monte Serra con tutte le sue innumerevoli antenne televisive e radiofoniche.

Nel mentre guidava stava cercando di restare sveglio, dato che il passaggio era stato sovente molto spossante, inoltre stava tentando di recuperare i ricordi, sia su quanto era accaduto “di là”, così come il suo gesto appena compiuto a Roma avesse nel frattempo cambiato la sua vita. Ad un tratto cadde dal cielo e davanti a sé, un grosso pezzo di ghiaccio, poi un altro, e terrorizzato fermò la macchina di colpo. Poi più niente, guardò timidamente fuori tentando di capire cosa fosse successo, e lentamente riprese a guidare, ma poi cadde un altro pezzo di ghiaccio, un altro e un altro ancora. A quel punto accelerò, voleva raggiungere casa al più presto (si, ma quale casa si domandò?) quando un pezzo di ghiaccio frantumò il vetro della macchina colpendolo sul manubrio. Urlò terrorizzato, perse il controllo della vettura e finì di sotto dalla strada, facendo un volo di quattro metri, adagiandosi su di un campo rinsecchito di girasoli. Durante la caduta era per metà uscito fuori dal parabrezza ed era riverso sul cofano dell’auto, mentre da mezzo busto in giù era rimasto all’interno della vettura. Cercò di muoversi ma la colonna vertebrale non rispondeva, durante la caduta doveva essersi procurato una qualche lesione, e quando tentò una seconda volta di muoversi, un altro macigno di ghiaccio lo colpì in testa. Perse momentaneamente i sensi, poi caddero altri blocchi, ripetutamente, molti sopra metà del suo corpo, altrettanti sulla testa, finché cessò completamente di vedere, sentire, odorare, infine di respirare…


Ibrido

Individuo animale o vegetale proveniente da un incrocio di genitori appartenenti a razze o varietà diverse (ibrido interrazziale), a generi diversi (ibrido intergenerico), o a specie diverse (ibrido interspecifico); gli ibridi interspecifici possono comparire in natura o essere ottenuti sperimentalmente e, nel caso di animali, sono quasi sempre sterili (per esempio il mulo) in quanto hanno corredi cromosomici provenienti da genitori di specie diverse (asino e cavalla).

Da non molte settimane era stato licenziato e da allora passava il tempo nella più completa accidia. Un torpore malinconico lo aveva afferrato, la completa inerzia di vivere o di compiere qualsiasi opera, per sé stesso o per gli altri, lo aveva portato a sperimentare una pressante pigrizia e indolenza a ogni evento o fattore esterno, il tutto aggravato con un’eccessiva svogliatezza, abulia, ed una totalizzante infingardaggine! Passava il tempo seduto sul divano, davanti alla TV bevendo birre e ingurgitando cibo spazzatura, tra noccioline, arachidi, patatine fritte, o al computer, specie su vari siti porno, dove l’unico svago esterno alla sua desolante routine era qualche sporadica masturbazione, fatta con non troppo convincimento. Un giorno guardando un noto programma televisivo, improvvisamente, come se si fosse per un istante risvegliato dal suo torpore, esclamò: “Ecco qua… E li vedi, nei loro commenti di adulazione, di consenso appassionato, di prosternazione ad un’angelica virtù illusoria altrui, ad innalzare qualcuno considerato superiore, al vertice di quella via maestra ove invece dovrebbero essere solo loro, da soli, a percorrere. Questa non è crescita sociale, morale, tanto meno spirituale, ed è solo un’altra illusione che la loro Mente gli sta cucendo addosso per sfuggire da tutte quelle paure che non vogliono affrontare e sublimare...”

Il boato, forte, sordo, arrivò improvviso una tarda mattina di primavera inoltrata. Pochi secondi dopo seguì un forte tremito, simile a un terremoto, uno scuotimento intenso, deciso, ma non eccessivo da fare danni rilevanti. Sia il boato e il tremore vennero avvertiti in tutta la zona dei monti sino al centro della città, tanto che la popolazione si riversò per le strade intimorita, pensando ad un’emergenza sismica. Lui si era appena svegliato, si era poi alzato dal letto dalle lenzuola così sudicie che probabilmente non aveva più cambiato da settimane, se non da alcuni mesi, e se ne andò in bagno stropicciandosi il viso e la barba incolta. Prese poi l’uccello in mano, se lo scrollò un po’ e cominciò a pisciare. E nel mentre le persone stavano uscendo all’aria aperta tentando di capire cosa era appena accaduto, arrivò anche quel suono, dalle viscere, possente, continuo, ultraterreno. Iniziò debolmente ma divenne forte quasi immediatamente, sembravano i tromboni della fine del mondo della Seconda Sinfonia di Gustav Mahler, e qualcuno pensò stessero mandando in onda il concerto in TV, ma quando si resero conto che quel suono non proveniva da alcuna televisione, radio o computer, ma dalle viscere della Terra, iniziarono a preoccuparsi seriamente.

Lui non si perse d’animo, bollò quanto appena successo come una strana anomalia e non se ne curò, tornò in salotto dove accese subito la televisione, ricercando nel frattempo un po’ di birra da bere tra le infinite bottiglie rimaste, mentre poco più distante da casa sua, in molti, tra le vie della città iniziarono ad urlare che era un segno divino, del cielo, e quello, inequivocabilmente era il suono delle Trombe dell’Apocalisse. E se anche fosse stato, alcuni iniziarono a chiedersi se tutto questo poteva presagire veramente ad un’imminente fine del mondo? In pochi notarono quando dalla collina più bassa dei monti alle spalle della città, dalla sua sommità si levò uno strano fumo che via via prese a divenire sempre più intenso, avvolgendo il colle di una densa e fitta nebbia. Chi vi abitava in prossimità pensò si trattasse di qualcosa di vulcanico ed ebbero timore che potesse nascere di lì a breve un vero e proprio nuovo cratere! Non ebbero nemmeno il tempo di capire cosa stava accadendo, se effettivamente stava uscendo della lava che questa nebbia li avvolse completamente e uno per uno iniziarono a svanire nel nulla. Tra il più completo silenzio, o tra le urla smorzate, soffocate da una forza invisibile ed impalpabile, quella nebbia prese a diffondersi in ogni dove, puntando proprio verso la città.

Quando vide arrivare quella fitta nebbia anche fuori nel suo giardino, inizialmente non se ne curò, alzò un poco lo sguardo per capire se stava rannuvolando e poi con un sogghigno riprese a vedere la televisione, si impressionò, però, quando vide delle ombre muoversi davanti la vetrata e solo a quel punto, tutto il suo torpore passò in un secondo. Intimorito e un poco spaventato si avvicinò alla porta cercando di vedere meglio cosa si stava muovendo a così grande velocità là fuori, ma quelle ombre erano così fugaci che non riusciva a capacitarsene. Ingenuamente si fece coraggio, aprì la maniglia della vetrata, ed uscì fuori. Doveva fare caldo quella mattina, ma la nebbia, oltre a sapere di un forte odore di marcio misto a muffa, era molto umida e fredda, tanto che un brivido gli percorse la schiena; poi si incamminò verso il centro del giardino mentre tutto attorno a lui quelle ombre sfrecciavano veloci. Non ebbe nemmeno il tempo di riflettere, di tentare di rientrare un attimo in casa. In una frazione di secondo non c’era più, portato via dall’ennesima ombra che velocissima era passata proprio sulla sua traiettoria.

Quella nebbia in brevissimo tempo arrivò anche alla periferia della città e casa dopo casa, l’elettricità svaniva, le auto si fermavano in mezzo alla strada, le persone scomparivano nel nulla, poi di lì a breve si riversò pure nelle vie del centro e tutto si fece silenzioso. Sembrò quasi calmarsi e arrestò il suo cammino, poi la brezza marina la diradò completamente e una volta dissolta, la scena che si presentò agli abitanti per le strade, nelle auto, nei negozi, nelle case, e in tutti gli altri edifici, fu agghiacciante. Migliaia, decine di migliaia, forse centomila Esseri deformi, sicuramente Ibridi, dalle più strane, orribili e mostruose fattezze umanoidi, si trovavano lì, di fianco, davanti, ovunque e in mezzo a loro. Poi dal ponte centrale sul fiume e che divide in due la città, si alzò terrificante e meraviglioso uno di questi Esseri. Da informe e raggomitolato su sé stesso si alzò fiero, allargando le sue lunghe braccia, raggiungendo l’altezza di almeno cinque o sei metri. Si guardò attorno possente e alzando leggermente la testa emise un urlo, continuo, prolungato, acuto e grave al tempo stesso, che risuonò mostruoso per tutta la città.

E nel mentre urlava con tutta la forza che aveva in corpo, qualsiasi oggetto metallico prese ad alzarsi da terra. Automobili, bus, biciclette, negli edifici i televisori, le lavatrici, i frigoriferi, ogni tipo di elettrodomestico, nei condomini le cassette della posta vennero divelte dai muri, persino gli ascensori presero ad accartocciarsi o a salire inspiegabilmente verso l’alto. Coltelli, forchette, posate, computer, mobili, ogni cosa potesse contenere del metallo si alzò dal suolo, schiacciandosi contro soffitti o librandosi se all’aria aperta, addirittura alcune persone che indossavano oggetti di metallo sui vestiti o nelle loro borse, cominciarono a levitare dal suolo, raggiungendo in breve tempo almeno una decina di metri di altezza. L’Essere ibrido continuò ad urlare sin tanto ogni oggetto, cosa o persona fosse ad una certa altezza dal suolo. Poi chiuse la bocca, il suo grido cessò subitaneamente, e tutto cadde rovinosamente per terra schiantandosi. La città e l’intera zona venne scossa da un nuovo tremito, stavolta prodotto da tutti quegli oggetti e quei corpi che si erano impattati al suolo.  Poi, ad un cenno dell’Essere, ripresero il cammino, devastando e divorando tutto ciò che avrebbero incontrato, umani compresi…

*

Bestemmia

Espressione ingiuriosa e irriverente di tutte le cose sacre, direttamente contraria alla lode divina. La teologia cattolica distingue una bestemmia ereticale, quando contenga cose contrarie alla fede, una semplice, costituita da mera ingiuria, una imperativa, se esprima desiderio di un male a Dio; e inoltre una immediata, rivolta a Dio direttamente, e mediata, contro la Vergine, i santi, le cose sacre. | Ingiuria, espressione offensiva contro persone o cose a cui è dovuta riverenza. | Imprecazione, giudizio gravemente erroneo, affermazione sconveniente, grosso sproposito.

La merda! La merda!! La merda!!!

Ripeteva continuamente sempre più forte la strana ed enorme massa informe di carne grassa, molliccia, ricoperta di un folto pelo e di pelliccia d’animale. Sarà stato alto almeno quindici metri, ed era forte, massiccio, potente, e se ne stava seduto in mezzo ad un circolo di pietre a squartare pezzi di animali appena catturati.

Ma tu guarda quanta merda che hanno nelle loro interiora!

Forse era rimasto l’unico della sua stirpe, o forse più distanti, si sarebbe potuto trovarne altri come lui, fatto sta che se ne stava lì, tra quelle rocce, un po’ riparato, in una landa semi desertica e desolata. Non era nemmeno baciata dal Sole perché una perenne cappa la oscurava nel cielo, lasciando trapelare qualche raggio qua e là, furtivamente. A volte emetteva dei forti colpi di tosse che scuotevano tutta l’area, sintomo di un problema o addirittura una malattia. Ad un colpo di tosse più forte sputò del sangue dalla bocca sul palmo della mano. 

Se la guardò un attimo attonito, poi esclamò: “Eh, lo vedi, bastardo infame di un Creatore, adesso sarai contento, pure io mi accingo a morire! Che ti possa fottere il Toro Stellare, tu e tutte le tue schiere celesti!

Poi con vigorosa passione riprese a cantare il suo ritornello: “La merda! La merda!! La merda!!!

Qualche ora più tardi, dopo aver spellato la sua cacciagione, averne tolto tutte le interiora e spezzato i corpi in più parti, accese del fuoco e lo appiccò alla montagnola di legna e scarti di animali che aveva preparato poco distante, e vi mise i pezzi di carne a cuocere. Cantava a squarciagola parole misteriose, forse prive di senso, nel mentre beveva una strana bevanda, quasi sicuramente alcolica che conteneva in una grande borraccia d’animale.

Poi smise di cantare e alzò la voce: “Vedrai, un bel giorno il Toro Solare scenderà dal suo trono assiso nel cielo, e verrà quaggiù a renderci giustizia! E quando ti troverà fottuto di un falso Dio, vedrai come trasformerà il tuo bel buchetto di culo immacolato in uno scolo pregno del tuo sangue e della tua merda!

Vaste formazioni nuvolose si stagliavano nel lontano orizzonte, sopra le montagne, dove fugaci fulmini giocavano a rincorrersi. Non tardarono di molto ad arrivare i primi tuoni.

Senti come borbotta il cielo, magari ti sarai offeso delle mie parole?

Sembrava che il tempo non passasse mai in quella radura, i suoi istanti quotidiani sembravano immersi in una perenne immobilità ultramondana, forse persino la Terra aveva smesso di girare, così come gli uomini di nascere, vivere e di morire. Il tempo, lo spazio, gli oggetti, la coscienza tutta furono aboliti. Esisteva solo quel sangue e quella merda infinita. Emise un rutto, così forte e possente che alcune rocce tremarono, ed esclamò: “Possa arrivarti sin lassù e farti cadere rovinosamente su questa Terra maledetta!

Ruttò di nuovo: “Per te!” singhiozzò. “Come sonnambuli che non dormono continuiamo a vivere, pieni di odio e bestemmie nei tuoi riguardi. Tu che ci hai calpestato il cuore, il ventre, la fronte. Ci hai resi vittime di un incantesimo terribile, tu sia dannato!

Dei grossi corvacci neri iniziaronoa volare sopra di lui, forse attirati dal fumo di carne bruciata, mentre il vento freddo prese a spirare indistinto. Tolse i primi pezzi di carne dal fuoco e iniziò a mangiarla con bestiale foga. Rimase per quasi un’ora abbondante ad ingozzarsi ripetutamente, a volte senza nemmeno prendere respiro, finì tutta la carne cacciata e finì di bere anche quella strana bevanda alcolica, ubriacandosi. Si addormentò d’improvviso, cadendo come un peso morto nella nuda terra polverosa. Il tonfo fu così forte che non si svegliò, non si scompose minimamente, ma il rimbombo fu tale tanto da scomodare quelle cornacchie le quali volarono lontano starnazzando. E dormì, così, tutta la notte, mentre il fuoco bruciava, lento, scaldandolo e illuminando l’oscurità tutt’intorno. Si svegliò di soprassalto all’alba. Il cielo stava rischiarando velocemente e del fuoco acceso la sera prima non erano rimasti che alcuni tizzoni ancora ardenti e caldi. Si alzò faticosamente, afferrò la sua borraccia e versò la bevanda sopra una catasta di rami secchi poco distante, poi li prese tutti in braccio in modo confuso, bagnandosi e di scatto la rovesciò sulla brace e che quasi subito fece una fragorosa fiammata, riprendendo a bruciare vigorosamente la legna appena buttata per ravvivarla.

Si inginocchiò davanti al fuoco, distese il suo braccio e la mano destra verso le fiamme e chiuse gli occhi. Iniziò a pronunciare quelle che potevano sembrare delle confuse parole, ma essendo ripetute con cadenza regolare, principiarono ad avere un senso. E nel mentre le ripeteva continuamente, il fuoco iniziò ad assumere strani colori e forme, apparvero dapprima delle lingue di fuoco azzurre, poi verdi, persino nere. Aprì leggermente gli occhi, quei versi divennero più stringenti e cominciò a ripeterli sempre più a voce alta. Aveva gli occhi rovesciati all’indietro, si vedeva solo il bianco iniettato di sangue, poi quelle fiamme presero a volteggiare furiosamente creando una colonna di fuoco che via via si fece più ampia e più alta. Nel mentre tutto questo accadeva lì, in quel deserto, in mezzo al nulla e alle prime luci dell’alba di un’epoca remota, dalle lontane nuvole che perennemente volteggiavano sopra le montagne, apparve un punto luminoso nel cielo, inizialmente fioco, poi via via sempre più luminoso e più grande.

Ecco la Città-Luce…” e così dicendo si alzò, aveva le ginocchia sbucciate e arrossate, leggermente sanguinanti. Le sue parole tuonarono improvvisamente in tutta la vallata, urlava così forte quel rituale oscuro che sembrava tremare il terreno. Il fuoco divenne immenso, le fiamme sempre più alte, quasi a lambire le nuvole. Urlò ancora più forte e il turbine di fuoco toccò finalmente le nuvole e, mentre la luce si avvicinava a grandissima velocità, divenendo sempre più brillante, le nuvole sopra di lui presero ad emettere dei bagliori interni che iniziarono a scuoterle, a vorticarle sempre più velocemente, furiosamente.

Falso Signore del Cielo e della Terra!” Urlò con tutta la forza che aveva in corpo, “Vieni a succhiarmi l’uccello!!” E così dicendo scaraventò quella massa immane di fuoco, nuvole incandescenti e fulmini verso la sfera abbagliante, ormai prossima, la quale rispose con un fascio di luce bianchissima. La deflagrazione fu potentissima, la devastazione totale. Del Gigante, di dove abitava, di ciò che aveva fatto, mangiato, di quel fuoco magico, nulla più restava. Adesso si trovava un immenso spiazzo largo centinaia di metri di terra completamente annerita e dal calore insopportabile. Le nuvole nel cielo si erano improvvisamente squarciate e poi dissolte, facendo così inondare dei primi raggi di Sole quella terra desertica, rovente e martoriata. La sfera luminosa, ancora intatta salì nel cielo raggiungendo altezze inimmaginabili, sino a quando non scomparve nell’azzurro limpidissimo e che ora si stagliava sopra l’area, completamente liquefatta e divenuta nera come il petrolio…