“Divinità Antropomorfe dell’Antico Egitto” [2]

Horo (“il Lontano”) è una “Divinità Celeste dell’Antico Egitto” e che nel Falco trova la sua ipostasi, ovvero la rappresentazione concreta di una realtà astratta o ideale, una personificazione. Il “Culto di Horo” (o Horus, quest’ultimo nella sua forma latina più conosciuta, dal nome egizio Hr la cui lettura è Heru o Hor), era attestato già durante il periodo predinastico egizio, fino a tutta la tarda epoca romana, quando venne unito a quello della madre Iside. In epoca predinastica apparvero diverse “Divinità dall’aspetto di Falco”, di cui la più importante fu venerata nell’Alto Egitto, e quando i sovrani del Basso e dell’Alto Egitto (le Due Terre) si unificarono, Horus assunse il carattere di “Unificatore del Regno”. In realtà, nell’Antico Egitto, vi erano ben due Horus (da qui la confusione successiva): Horus il Vecchio e l’Horus il Giovane. Il più vecchio si racconta fosse fratello di Osiride e rappresentava “l’Idea del Mondo che resta nella Mente del Demiurgo”, il più giovane, invece, era figlio di Osiride ed Iside, e rappresentava “l’Idea che esce dal Logos” rivestendosi di Materia, assumendo un’esistenza effettiva. Il Vecchio era il primogenito, contemporaneo di Ra e Shu, il Giovane, in un certo senso, incarnava “l’Uomo Primordiale” (Ibrido?), generato dalle “Forze Naturali”. Dall’etimologia del nome e del suo caratteristico aspetto di uccello, si deduce che Horus fosse una “Divinità del Cielo”, in quanto i suoi occhi simboleggiavano la Luna e il Sole, inoltre il Mito dello scontro tra Horus e lo zio Seth, cercava di spiegare la minore luminosità della Luna rispetto al Sole, col fatto che l’occhio lunare sarebbe stato quello staccato da Seth durante il loro combattimento, in séguito poi riposizionato dal Dio della Magia, Thot (una mitologia perpetuatasi nei secoli con Horus in veste di vincitore assoluto contro le “Forze del Male“, incarnate da Seth, Apopi, o persino i successivi Tifone, Satana o il Drago ucciso da San Giorgio).

«Da lui viene giudicato il Mondo per quello che contiene. Il Cielo e la Terra sono sotto la sua immediata presenza. Governa tutti gli Esseri Umani. Il Sole gira secondo i suoi scopi. Produce grande abbondanza e la dispensa su tutta la Terra. Tutti adorano la sua bellezza. Dolce in noi è il suo Amore.» (Inno egizio)

Poiché egli era il modello della volta del Cielo, si diceva che provenisse da Maem Misi, il luogo sacro del parto (“l’Utero del Mondo“), venendo così identificato con il “Mistico Bambino dell’Arca“, o “Simbolo della Matrice”. L’ultimo nella linea dei “Sovrani Divini dell’Egitto”, si fuse non solo con le nuove generazioni di Dèi, diventando così il figlio di Osiride ed Iside, ma rinnovò anche un ciclo dove i suoi epiteti di “Amato dal Cielo” o il “Prediletto del Sole, il “Discendente degli Dèi, Conquistatore del Mondo”, lo associarono all’annuale Solstizio Invernale (da lì il nostro Natale), in quanto la sua immagine di neonato tra le braccia di Iside, veniva portata fuori dal santuario per essere adorata dalle masse in preghiera, come sarà poi con il tardivo Presepe. Infatti, nella tradizione pittorica, la “Natività Cristiana” fu seguita dalla rappresentazione tridimensionale allestita in occasione delle festività natalizie, sin dall’epoca di San Francesco d’Assisi (al quale gli si attribuisce “l’idea”), quando nel 1223 realizzò a Greccio (in provincia di Rieti, Lazio), la prima realizzazione del Presepe, dopo aver ottenuto l’autorizzazione da papa Onorio III. Il Santo era tornato da poco da un lungo viaggio, sia in Egitto come in Palestina (1219-1220), dove sicuramente ebbe modo non solo di vedere le rappresentazioni egizie, e che riscontrò poi acutamente pure a Betlemme[1].

«Si dispone la greppia, si porta il fieno, sono menati il bue e l’asino. Si onora ivi la semplicità, si esalta la povertà, si loda l’umiltà e Greccio si trasforma quasi in una nuova Betlemme.» (Tommaso da Celano, “Vita di san Francesco”, X, p.85)

Il simbolismo e l’identificazione di questa “Divinità” egizia antica, con quelle più tarde o successive, aveva e ha ancora oggi riscontri alquanto sconcertanti ed evidenti anche con altre realtà mitologiche. Lo studioso anglosassone Laurence Gardner (1943-2010), notò come nella Bibbia si fosse venuta a creare una singolare situazione che vedeva YHWH, comportarsi similmente a uno schizofrenico affetto da bipolarismo o doppia personalità. In certi momenti, sovente si faceva in quattro per salvare il popolo ebraico, mentre in altri contesti cercava di distruggerlo con ogni mezzo a lui disponibile. Il fatto, poi, che il testo biblico originale usasse diversi nomi per identificarlo, fece sorgere il sospetto come in realtà potesse trattarsi di una “Entità Divina” formatasi mediante un effetto secolare, se non millenario, sincretico. L’unico “Signore di Israele”, spesso nominato El Shaddai, veniva sovente associato con tali termini agli Elohim (che significa in pratica Dèi), forma plurale di Eloah, con i quali furono poi identificati gli Angeli e infine gli Arconti, “Figli del Demiurgo” (sempre YHWH per la Gnosi); da qui il comandamento: “hyeh lecha elohim akherim al panay”, tradotto con “non ci saranno altri Dèi al di fuori di me”.

Infatti, nella precedente mitologia Sumera, in quel pulsante calderone di antichissime leggende della “Mezzaluna Fertile”, Enlil (o il Falco Horus) ed Enki (il Serpente o Prometeo/Lucifero), rappresentavano due “Divinità” diverse e contrapposte (e schizofreniche), che finirono poi per essere unificate dagli Ebrei attraverso un processo di sincretica ibridazione immaginifica e divina, quando Anu, Ra, Enlil e YHWH, vennero tutti identificati nella stessa figura (sino ad arrivare al nostro concetto astratto di Dio), mentre Enki rimase la controparte maligna, associata con il Satana (l’Avversario) e nel Lucifero dalle fattezze di Serpente (o il Prometeo greco e del moderno corpus divino esoterico). Per questo la contrapposizione tra l’Aquila e il Serpente-Dragone, si riaffaccia in tutte le mitologie, sia antiche e moderne (persino in Tolkien), in quanto Horus contro Seth, Ercole (figlio di Zeus) contro l’Hydra, l’Aquila dei Romani contro il Drago dei Celti, sino ad arrivare al San Michele contro Satana (sotto forma di Serpente), continuano a perpetuare delle conoscenze antiche che il Cattolicesimo ha assimilato, diventando l’estrema sintesi di tutti i precedenti culti pagani.[2]

Secondo la mitologia romana (vedasi Ovidio, Igino, Servio, Tzetzes e Lattanzio), Orione è stato un Gigante che venne generato grazie all’urina di Giove, Nettuno e Mercurio, avendo così una triplice paternità e venendogli poi attribuito l’epiteto di Tripater. Questi autori raccontano, nel Mito che lo riguarda, di come un giorno Giove, Nettuno e Mercurio, mentre si aggiravano per le campagne della Beozia, al tramonto, si incontrarono con un contadino di nome Ireo, il quale offrì loro ospitalità nella sua umile capanna. Inizialmente gli Dèi vollero mantenere l’anonimato, erano curiosi di sapere come quel contadino li avrebbe trattati, ma dopo che il pover’uomo ebbe dato loro da bere, e portato da mangiare quanto di meglio poteva offrire, rendendosi conto della sua grande bontà nonostante la condizione misera in cui versava, si fecero riconoscere ed Ireo a quella rivelazione, impallidì, e una volta ripresosi dallo shock, corse fuori dalla capanna ad immolare un Toro da potergli offrire in onore. Giove, magnanimo, volle infine ricompensarlo, dicendogli che avrebbe soddisfatto qualsiasi suo desiderio, Ireo, a quel punto, chiese agli Dèi di poter avere un figlio senza la necessità di doversi risposare, avendo promesso a sua moglie, morta da poco tempo, in quanto non si sarebbe più riaccompagnato con un’altra donna. Il “Padre degli Dèi” ordinò quindi al contadino di portare la pelle del Toro immolato al suo cospetto, e insieme a Nettuno e Mercurio sparsero la loro urina su di essa e la piegarono, ordinandogli poi di seppellirla nell’orto e di disotterrarla solo dopo essere trascorsi nove mesi.

L’uomo ovviamente obbedì e, dopo nove mesi, dissotterrata la pelle, vi trovò avvolto un bambino che allevò come suo figlio e al quale diede il nome di Urion (da Urin), successivamente contratto in Orione, cambiando la prima lettera con una O (così riferisce Ovidio, “Perdidit antiquum littera prima sonum“). Il Mito, quindi, ci racconta di un “OrioneIbrido” creato da una pelle di Toro, appositamente per un determinato scopo, e dalle informazioni acquisite attraverso le nostre ricerche, sappiamo che questa “Razza” venne appositamente creata per essere utilizzata come un’arma da guerra, ovvero dei guerrieri (da qui il Cacciatore) senza paura e dall’incredibile forza, in modo che potessero scendere sul campo di battaglia al posto dei contendenti. “Civiltà Aliena” tra le più antiche presenti nel “Quadrante della nostra Galassia“, si presume siano stati creati dalla “Civiltà Umana Extraterrestre degli Altariani“, e poi successivamente abbandonati o liberati dopo aver adempiuto al loro scopo, permettendogli di potersi evolvere indipendentemente. Raggiunto, infine, un certo grado di autosufficienza, iniziarono la loro conquista dello Spazio, essenzialmente nella Costellazione di Orione e in altre regioni limitrofe, ma si presume che proprio su Orione entrarono in contatto con un’altra “Civiltà Umana Extraterrestre“, una Società decaduta e quindi “Parassita“, quella degli Orionidi, con i quali iniziarono una stretta collaborazione.

Insieme ad altre “Civiltà Umane e Razze Aliene“, che nel frattempo si erano riunite in una prima “Gerarchia Superiore”, diedero il via al “Progetto di Perfezionamento dell’Uomo” (inteso in qualità di “Uomo Cosmico o Universale”), sino a quando non approdarono nel nostro Sistema Solare e sul pianeta Terra, non prima di aver contribuito allo sterminio di alcune “Razze Aliene“, nel frattempo ribellatesi, come quella degli Arieti e dei Taurini (e qui ritorna nuovamente il riferimento al Toro della mitologia greca). Migrando di pianeta in pianeta, la voracità che sin dal principio li contraddistinse, portò allo sfruttamento e alla distruzione di interi ecosistemi planetari, la necessità di ingenti quantità di cibo, specie nello sfamare milioni di “Esseri” con una struttura fisica possente come la loro, li condusse nei periodi di crisi anche a sperimentare veri e propri atti di cannibalismo tra i propri simili. Gli Horus più giovani presero a cibarsi dei più anziani, ormai arrivati al limite della vita, e tale pratica fu così coinvolgente nel loro corpus immaginifico e mitologico, che è rimasta in uso nel corso del tempo, specie tra i membri dell’élite, dove il cibarsi dell’anziano capofamiglia viene visto ancora oggi come un rituale magico, attraverso cui ci si nutre del sapere e della conoscenza accumulata dal vegliardo, nell’arco della sua lunghissima esistenza. E fu in questo contesto tribale che apparve l’opportunità offerta dalla “Civiltà Umana degli Orionidi“, un patto con un “Entità” molto più potente la quale offrì un maggiore potere e scelta di azione, specie all’interno di un contesto galattico già allora complesso, unito al rinnovamento di una tecnologia che li avrebbe dotati di mezzi sempre più altamente sofisticati, in grado di farli gareggiare con qualsiasi altra “Razza Aliena” conosciuta.

La “Piana di Giza” è uno straordinario orologio stellare che segna “l’Epoca di Osiride“, ovvero quel periodo in cui gli Dèi fraternizzavano con gli uomini, chiamato dagli EgiziZep-Tepi, il Primo Tempo”. Quest’epoca coincise con “l’Età dell’Oro” della mitologia greca, una data che combacia, tra l’altro, con la distruzione dell’antichissima ed evoluta “Civiltà di Atlantide”, come suggerito (ma non solo) da Platone nel “Timeo”. Ed è in questo contesto che va a comporsi quella monumentale composizione di pietra, dove le Tre Piramidi vanno così a sigillare sul terreno la posizione delle “Tre Stelle della Cintura di Orione”, o di Osiride (padre putativo e mitologico del figlio Horus), e nella quale la “Grande Piramide di Cheope“, va a a raffigurare il “Sistema Stellare Ternario di Alnitak“, luogo originario dello stesso “Alieno Horus” omonimo. Ormai sembra chiaro quanto le Piramidi egizie, così come le altre straordinarie analoghe strutture sparse in varie parti del Mondo, furono sin da subito bollate a vere e proprie “anomalie” storiche, data la loro progredita tecnologia concettuale, specie per i tempi in cui si crede siano state costruite, dove risulta impensabile che popolazioni nomadi, appena uscite fuori dalla Preistoria (e dalle caverne), siano state in grado in quei tempi così lontani di poterle realizzare dal nulla. Senza ombra di dubbio la “Piana di Giza” non solo segnò un “Sigillo Osiridiano”, ma pose anche la firma di una forte e potente influenza esterna a questo pianeta, riconoscibile in una delle sue “Divinità Principe“, quella di Horus.

Rispetto ad altre “Razze Aliene” di cui conosciamo i loro Mondi, ma di cui sappiamo molto poco del contesto astronomico in cui possono essere collocati, di questa Civiltà, quella degli Horus, è possibile in teoria poterne stabilire la più precisa provenienza. Alnitak (Zeta Orionis) è una delle “Tre Stelle della Cintura di Orione” e che costituisce la porzione centrale della Costellazione omonima (è la più ad est, essendo Mintaka quella posta ad occidente, mentre Alnilam è posizionata al centro), e il suo nome sappiamo deriva dall’arabo al nitaq, il quale significa per l’appunto, “Cintura” o “Fascia”. Il termine “Cintura di Orione” (Cr 70) indica l’insieme di “Tre Stelle“, praticamente allineate su una retta al centro della Costellazione, e che, nella Mitologia, raffiguravano appunto la “Cintura del Gigante Orione” (per gli Egizi la “Cintura di Osiride“). La sua posizione, quasi perfetta a cavallo de “l’Equatore Celeste“, fa in modo di poter essere visibile per intero da tutte le latitudini della Terra. Le “Tre Stelle” che la compongono sono brillanti, riconoscibili nel Cielo invernale, anche se la loro locazione è apparente, dovuta alle diverse distanze rispetto alla Terra: Alnitak 820, Alnilam 1340 e Mintaka 915 anni luce. Al momento non sappiamo se la “Razza Aliena degli Horus” provenga direttamente dalla Stella Alnitak, perché a quanto sembra, pare essere stata un punto di riferimento, una sorta di “Strada Stellare” o corsia preferenziale (specie nella mitologia egizia o greca).

Un Horus ha un’altezza media che varia dai 4 ai 6 metri, e su queste misure possiamo identificare buona parte di tutta la loro specie. I cuccioli, alla nascita, sono già alti poco più di un metro e vengono alla luce uscendo da una “sacca” o placenta, che viene a formarsi esternamente dal Corpo della madre, per poi venire assorbita una volta partorito. Seppure possano appartenere, apparentemente, ad una qualche “specie aliena volatile“, non procreano attraverso delle uova come sovente accade nelle specie analoghe del nostro pianeta, piuttosto vanno a formare un “uovo di placenta” nel quale si avrà la gestazione del cucciolo di Horus, contribuendo poi ad un legame con la madre, il quale protraendosi per molti mesi contribuirà alla formazione non solo del feto, ma anche alla “trasmissione” di importanti “informazioni” psico-biologiche. Un tempo dotati di grandi ali, durante il corso della loro evoluzione sono finiti per perderle, praticamente nel momento in cui sono diventati in grado di levitare con la sola forza del pensiero, e senza dover utilizzare e sprecare ulteriore energia fisica; di quelle ali, attualmente, non rimane nient’altro che delle strane protuberanze all’altezza delle spalle. Tutti gli Horus presentano un fisico asciutto e “magro”, quasi rinsecchito, nel quale sono prominenti le lunghe gambe, il tronco centrale del Corpo e le braccia. Il tronco e/o busto del Corpo è forse la parte più particolare, dove si riscontra una sorta di “simmetria” fisica, leggermente eccessiva, con una parte incavata sul “bacino” e un “torace” molto più prominente e sviluppato, nel quale si trovano i forti polmoni.

La testa, inoltre, sembra quasi assumere la forma mescolata di tre nostre specie volatili terrestri, un mix tra un Aquila, un Falco e un Ibis. La fronte è prominente anche se slanciata verso l’indietro, mentre nella testa vi si trovano due occhi molto sottili e completamente neri (spesso brillano se illuminati da una fonte di luce esterna), mentre al centro si riscontra una fessura a forma di rombo (che si apre e si chiude), dallo strano colore interno azzurro-verde da molti identificato come un “Terzo Occhio”, e dal quale proviene tutta la loro forza telepatica; infatti comunicano mentalmente grazie ad esso, seppure siano in grado di emettere dei suoni. Più in basso si rinviene il becco, dalla forma un po’ arcuata e che finisce a punta, al cui apice si riscontrano due fessure utili per la respirazione. Sotto al becco è posizionato un barbiglio, sorta di vera e propria protuberanza, alquanto evidente e stretta, esso scende sin quasi sul torace e che, attualmente, serve come riserva d’acqua, avendo la funzione di tenere la temperatura corporea sempre equilibrata. Dietro la nuca, sul collo, si trovano delle ulteriori “piccole ali”, ovvero una sorta di membrana che in momenti di quiete viene tenuta ripiegata all’indietro, nonostante nei momenti agonistici, durante le discussioni o la lotta, si apre, creando l’effetto di un vero e proprio copricapo, con la funzione di impressionare l’avversario. Tale forma ricorda quella di un copricapo in particolare, il Nemes, il quale veniva indossato dai sovrani egizi (Faraoni), mentre una forma più di uso quotidiano, veniva indossata anche dalle alte cariche o la popolazione.

Sono dotati di mani e piedi sui quali sono presenti solo tre dita, e che finiscono come dei veri e propri artigli ai quali prestano una cura meticolosa, a volte dotandosi pure di anelli straordinariamente intarsiati. La pelle si mostra sovente rugosa, o al contrario liscia e ricoperta di una particolare epidermide simile al velluto, con un colore variabile dal marrone scuro per i maschi, al verde-grigio per le femmine. Non è certo, ma è alquanto probabile abbiano anche la capacità di mimetizzarsi. Spesso non indossano abiti, soprattutto nella vita quotidiana e sportiva, singolarmente, invece, si vestono in situazioni o contesti celebrativi, durante i rituali, nelle funzioni pubbliche e/o politiche, o nei momenti di incontro privati. Nella vita pubblica vige il dovere di mostrarsi alla pari, cosa che invece non avviene nel privato o nelle varie funzioni, dove le gerarchie mostrano tutto il loro potere sui simili e sul popolo. Gli abiti si presentano vari e funzionali alle tante attività, con un aspetto decoroso e sovente “barocco”, infatti nelle adduzioni non è raro vederli nudi, seppure raramente siano censiti anche casi di Horus vestiti con questi abiti, specie a seconda dell’importanza della situazione o delle gerarchie coinvolte. A capo dell’intera “Razza degli Horus” si trova un Comandante, un Timoniere, una sorta di guida spirituale e guerriera, una figura simile a quella che nell’antica Roma veniva definita Dittatore. A questa carica possono aspirare solo degli Horus i quali raggiungono altezze massime di 10/12 metri, e che fanno parte della casta più antica, quella regale. La discendenza è maschile, in una società del tutto patriarcale, seppur le femmine ricoprono ruoli di primaria importanza.

Ed è all’interno del contesto delle “Abductions” che la presenza di questa “Forma Aliena”, inizialmente sfuggente quanto al tempo stesso opprimente, si palesa con tutte quelle caratteristiche misteriche tanto care all’Egitto antico, dove il “Velo dell’Oblio” (da svelare) indossato da Iside, dimostra come sia necessario per l’Uomo, per accedere alla verità, intraprendere un “Cammino” di ricerca interiore dove finisca per rimettere in discussione, non solo sé stesso, ma tutte le sue certezze. Da buona “Divinità Antica” che si rispetti, nei moderni casi di “adduzione e interferenza” sono stati riscontrati persino episodi di vera e propria “Possessione” morbosa, non solo per una necessità di sostentamento energetico, ma anche per un controllo maggiore sulle persone o forme di vita parassitate, dimostrando così tutta la loro innata voracità, e che peraltro li contraddistingue dalle altre “Razze Aliene“. Sono gli “Alieni Horus” (insieme agli “Umanoidi Siriani” e i “Militari Umani“) a detenere i “Cloni degli Addotti”, sfruttabili in qualsiasi contesto o situazione necessaria, come sono sempre gli Horus, essendo legati ad un arcano simbolismo, a comunicare nei modi più svariati, non di rado teatrali, dimostrando così tutto il loro beffardo carattere barocco, ancestrale, assimilabile ad un raffinato vampiro quanto ad un triviale animale preistorico, incarnante quel celebre numero, il 666 o 999, meglio conosciuto come “Numero della Bestia”, sovente a loro accomunato mediante inspiegabili congegni tecnologici utilizzati di frequente.[3]

«Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della Bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della Bestia: infatti è numero d’Uomo, e il suo numero è seicentosessantasei.» (Apocalisse 13,16-18)

Un sistema di controllo? Quasi sicuramente, in quanto un ulteriore caratteristica degli Horus, – e che li differenzia da qualsiasi altra “Razza Aliena” -, è la loro potente telepatia, notevolmente ampliatasi nel corso del tempo anche grazie ad un sempre maggiore utilizzo della tecnologia. Una capacità di controllo tale da renderli inavvicinabili, incutendo una sorta di timore reverenziale, non solo in noi Esseri Umani ma persino nelle altre “Razze Aliene“, trovandovi anticamente una “Divinità” o un avversario moderno e indipendente da rispettare, specie all’interno della “Gerarchia Superiore”.


[1] Il Culto verrà ripreso e successivamente raffinato dal Cattolicesimo, dove Horus sarà identificato con il “Nuovo Messia del Cristianesimo”, il Gesù Bambino, vincitore sul Male assoluto.

[2] Ancora oggi, sulla bandiera nazionale del Messico appare un’Aquila la quale ghermisce tra gli artigli un Serpente, in riferimento ad un antico “Mito Azteco“. Essa dimostra quanto fosse diffusa la storia di questo scontro ancestrale nel Mondo, tra popoli e culture diverse, distanti anche nel tempo e nello spazio.

[3] Il “Numero della Bestia”, indicato col numero 666 (attestato anche con le cifre 616 o 665), è un simbolo che nel Cristianesimo indica un “personaggio satanico“.