“Federico Bellini scrive la prefazione alle Poesie di Antonio Gigliotti”

La Prefazione di Federico Bellini scritta per le Poesie di Antonio Gigliotti

Conosco Antonio Gigliotti da alcuni anni ormai. Ad esser sincero non rammento più il contesto in cui ci siamo “incontrati” (mai di persona, data la distanza: lui è calabrese, io toscano), ma quasi sicuramente è stato propiziato grazie ai miei trascorsi nel campo dell’Oltreconfine, di cui anche lui è un curioso conoscitore. Da allora abbiamo principiato uno scambio di idee, opinioni, esperienze, non di rado nelle vesti mai certificate di “maestro e discepolo“, un fare e un relazionarsi che lo hanno spinto e spronato, nel corso di questo tempo, a ricercare sé stesso oltre il Tempo e lo Spazio di questa fugace esistenza materiale. E in questo cammino vigile e attento, persino con fare paterno, mi sono sovente ritrovato a consigliarlo, spronarlo (anche metaforicamente “picchiarlo” ove era necessario), aiutandolo a sorreggersi in un “Cammino” non certamente facile. In questo tortuoso peregrinare è andato alla ricerca di sé stesso, rimettendosi in gioco, cambiando completamente la sua visione del Mondo, riscoprendo oltretutto lati di sé rimasti sopiti, ricordi di esperienze di esistenze passate e/o parallele, dove eterea una “figura femminile” ha sempre fatto capolino, come musa ispiratrice gnostica dei suoi tormenti giovanili. “Lascia che divenga braci / per le tue fiamme / e che sia nudo dinanzi a te.” Qui il “Fuoco Sacro, Segreto e Imperituro” diventa fiamma tra le fiamme, luce tra le luci di un osannato ricongiungimento con l’ipotetica “amata immortale“, di quasi beethoveniana drammatica memoria (compositore tra l’altro da lui molto amato), tra un dissolversi tra le pieghe fittizie spazio-temporali dell’esistenza. Quasi una Lilith si erge ferina tra questi versi, “dissetati del mio sangue / finché ne avrai abbastanza!“, visione apocalittica e orgiastica, manifestazione non solo empirica ma probabilmente ricercata di un amplesso senza fine. La spasmodica necessità di un ritorno alla “Grande Madre“, alle attenzioni di una “Sigizia“, o ai piaceri carnali della “Meretrice Cosmica“, non lo esentano anche dal rintanarsi in sé stesso, nella propria Caverna Cosmica, luogo di estrema sintesi e di sepoltura per il proprio Ego. “Quanto valgono tre giorni di resurrezione / in confronto ad un’intera vita?“, si chiede in uno di questi suoi ritiri, veri e propri esercizi spirituali e monastici, condotti forse inconsapevolmente, anch’essi retaggio di una probabile incarnazione passata. Eppure, poderosa rimane la presenza “Femminina Sacra“, la “Sophia” gnostica, specie quando sembra pregare: “Mia Regina, che ti celi oltre l’universo / dei tessuti onirici, in questo giorno infausto / a te mi rivolgo per chiederti in dono / il fulgore delle stelle.” Quell’oltre l’universo ha tutta la potenza del “Pleroma della Gnosi“, quel luogo a-temporale e a-spaziale, l’Iperuranio platonico, non-luogo di tutte le immagini ricreate di riflesso nel nostro Universo, riprese da esso a “immagine e somiglianza“. Inoltre, a molti non sfuggirà persino una sconcertante similitudine fisica che accomuna il nostro Antonio con il sommo poeta tedesco Novalis (1771-1801), come altrettanto uguali sono le loro meravigliose figurazioni poetiche, spesso sfolgoranti, simili a un lampo improvviso di una tormentata tempesta: “nutrito dal dolce seno della Sophia: questo è il tempio della mia Thule.” In “Ed eterno ora esisto” si riscontra altresì un’atmosfera tipica di quell’ermetismo illuminante di Giuseppe Ungaretti, segno che la lezione storica dei grandi maestri è in lui viva e presente, nonostante il suo vigore giovanile sia ben più prorompente rispetto a quello asciutto del grande poeta. “Regali correnti vergini alle vette del mondo / vivono e muoiono folgorate dalla luce: m’illumino d’un immenso bagliore / ed eterno ora esisto.” Ma c’è dell’altro, dai contorni quasi mistici. Perché oltre alla sua incredibile somiglianza con il poeta spirituale Novalis, persino una parvenza messianica si cela nel suo aspetto e in quegli occhi così ricolmi di innocente e pura compassione, tanto da divenire egli stesso incarnazione vivente di un moderno e attuale “Cavaliere della Tavola Rotonda“, un Parsifal o un Tristano, conoscitore di profondi “misteri iniziatici“: “Siderali codici spaziali / riprogrammano la natura divina, / distorcendone l’immagine iridescente / in un caduco riflesso dal costato ferito.” Un costato ferito e mai rimarginato, sgorgante di sangue come di lava trabocca la fessura di un vulcano ribollente. E a conclusione di questa preziosa silloge, il commiato finale è affidato ad alcuni versi estremamente musicali, tant’è che di rimando si accostano alle ultime parole della poesia “Der Abschied / L’Addio“, musicata nel 1909 da Gustav Mahler nel suo celebre “Das Lied von der Erde / Il Canto della Terra“. Perché qui Antonio va oltre, supera i confini di questa mera esistenza terrena e riscopre il: “Silenzio! Solo silenzio s’ode in lontananza / E nulla più! Pace irreale immersa ovunque! / A voi uomini l’arduo compito / D’inventare parole per descrivere / Qualcosa del genere! / La luce sola piange nei miei occhi! / Che cosa sono?” Arrivato a questo punto del viaggio si domanda chi sia in realtà, se non un “Figlio dell’Eternità“?

Antonio Gigliotti nasce a Soveria Mannelli nel 1998, comune in provincia di Catanzaro, limitrofo a
quello di Lamezia Terme dove vive attualmente. Nel 2017 si diploma presso l’istituto tecnico
economico “Valentino De Fazio” della medesima città e prosegue gli studi all’università “Magna
Graecia” di Catanzaro, intraprendendo il corso di laurea in “Scienze e Tecniche di Psicologia cognitiva” nel 2020. Fin dall’ultimo anno della scuola superiore si approccia spontaneamente alla poesia, vista come mezzo di evasione dalla monotonia scolastica, andandosi ad affiancare al disegno prima e alla composizione di brevi brani musicali per pianoforte poi (percorsi, quest’ultimi, intrapresi da autodidatta). Ma sarà la poesia, quale espressione creativa-personale, a prevalere, anche grazie all’intensa collaborazione con il poeta cagliaritano Andrea Manis (conosciuto spesso sotto lo pseudonimo di Darean ÅM Isman) che ne segue il percorso artistico e di studio. I suoi brani poetici sono intrisi di riferimenti gnostico-esoterici (argomenti che fin da piccolo lo hanno attratto sempre più), non di rado accostati ad una visione amorosa e passionale che ne caratterizza la scrittura, in cui la figura femminile, proprio come una novella Beatrice di dantesca memoria, funge da guida per il proprio cammino di auto-conoscenza e realizzazione fisico-spirituale.

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