“La Civiltà Venusiana, ascesa e caduta…” [1]

«La Via delle Stelle è la via del corteo funebre di un enorme Stella che, una volta, brillava nel Cielo più splendida del Sole.» (Fiote della Costa Loango dell’Africa)

Per conoscere in modo ancor più approfondito il nostro passato sarà bene adesso proiettarci nell’attuale presente, a milioni di km di distanza dalla Terra, in direzione del pianeta Venere[1], secondo pianeta del Sistema Solare (in ordine di distanza dal Sole), e con un’orbita quasi circolare che lo porta a compiere una rivoluzione in 224,7 giorni terrestri. Con una magnitudine massima di -4,6 è l’oggetto naturale più luminoso del cielo notturno dopo la Luna, e per tale motivo è conosciuto da tutti i popoli della Terra sin dall’antichità. Visibile soltanto poco prima dell’alba, o poco dopo il tramonto, per questo motivo veniva chiamata, da molti popoli antichi, come “Stella del Mattino” o “Stella della Sera”, fino a quando Pitagora comprese si trattava del medesimo oggetto[2]. Classificato in qualità di pianeta terrestre, viene spesso definito il “pianeta gemello” della Terra, cui è molto simile per dimensioni e massa, seppur tuttavia, per diversi aspetti è molto differente dal nostro[3], in quanto possiede un’atmosfera costituita per il 96,5% da anidride carbonica, con un restante 3,5% composto soprattutto da azoto, quindi più densa di quella terrestre, con una pressione al livello del suolo pari a ben 92 atmosfere. La densità, e la composizione così particolare dell’atmosfera, creano un imponente effetto serra che tiene il pianeta completamente avvolto da uno spesso strato di nubi altamente riflettenti, composte principalmente di acido solforico e che impediscono la visione nello spettro visibile della sua superficie dallo Spazio, inoltre tali condizioni lo rendono il pianeta più caldo del Sistema Solare.

L’orbita del pianeta è interna rispetto a quella della Terra, quindi lo si vede muoversi alternativamente a est e a ovest del Sole, e a parte la nostra Stella, la Luna e con difficoltà Giove, è l’unico Corpo Celeste visibile ad occhio nudo anche di giorno, sia pure a condizione che la sua elongazione[4] dal Sole non sia troppo piccola, e il Cielo sia abbastanza terso. Similmente a ciò che accade alla Luna, la porzione di superficie visibile dalla Terra (seppur luminosissima), non risulta mai completamente illuminata e la sua variazione di intensità è data dal corso dell’orbita la quale genera delle fasi; al variare delle fasi, varia anche il diametro apparente e la luminosità percepita da un osservatore sulla Terra. La fase piena, ove la faccia del pianeta rivolta verso la Terra è totalmente illuminata, si verifica quando Venere si trova in congiunzione superiore col Sole, e non è osservabile dal nostro pianeta. Venere, inoltre, disegna nel Cielo pure un immenso “Pentagramma“. Il percorso effettuato dal pianeta e osservato dalla Terra ha una forma assai particolare dovuta alla risonanza orbitale di circa 13:8. Sotto questa risonanza il percorso descrive una figura simile ad un vero e proprio “Pentagramma” in funzione di direzione e distanza, “Pentagramma” che si ripete ogni 8 anni, ovvero ogni 13 orbite complete di Venere[5]. Conosciuto sin dalla preistoria, Venere fu osservato da tutte le culture antiche, dai babilonesi i quali lo chiamarono Ištar, in onore della Dèa dell’Amore, dell’Erotismo e della Guerra, gli Egizi, i Greci, i Romani e i Maya, distinguevano invece le apparizioni mattutine e serali in due corpi distinti, le sopra citate Stella del Mattino e della Sera, ma anche con i nomi di Lucifero, quando appariva prima dell’alba, e di Vespero, quando appariva ad ovest al calar del Sole.

A causa del suo splendore, in molte culture (tra cui quella Maya) rappresentava e/o incarnava due divinità gemelle, in cui venivano identificati Quetzalcoatl come la “Stella del Mattino“, e Xolotl, la “Stella della Sera“, oltre ad essere l’astro più studiato nei suoi movimenti nel Cielo; per gli Inca rappresentava ChascaDèa dell’Aurora dai lunghi capelli ricci, considerata il “Paggio del Sole“, poiché non si discostava mai troppo da esso. In epoca più recente, fu Galileo Galilei (1564-1642) il primo a studiarlo, osservandolo con il suo cannocchiale. Riuscì ad osservare le fasi e notò la similitudine con quelle lunari, dimostrando la correttezza della “Teoria Eliocentrica” predetta qualche decennio prima dall’astronomo polacco Niccolò Copernico, il quale sosteneva che Venere era posto tra la Terra ed il Sole, e ruotava attorno a quest’ultimo[6]. Coeva è pure la singolare storia dell’astronomo napoletano Francesco Fontana (1585-1656). Acquistò popolarità come costruttore di cannocchiali kepleriani (a oculare convesso) che, sebbene capovolgessero l’immagine, risultavano più potenti di quelli galileiani (a oculare concavo). Con questi strumenti tracciò, nel 1636, il primo disegno di Marte e ne colse la rotazione, nel 1644 disegnò una carta della Luna, si attribuì inoltre la scoperta del cannocchiale e del microscopio, e pubblicò nel 1646 le “Novae Coelestium Terrestriumque Rerum Observationes“, un libello dove presentò immagini delle fasce osservate sul disco di Giove, delle strane apparenze di Saturno, nonché delle stelle della Via Lattea. Ma fu nel 1645 che accadde un evento singolare, quando affermò di aver osservato un satellite[7] di grandi proporzioni, ruotare attorno a Venere (nonostante Paul Stroobant dimostrò nel 1887 come tali osservazioni non fossero relative a un presunto satellite di Venere). Sfortunata fu però la sua sorte, perché morì di peste a Napoli, insieme a tutta la sua numerosa famiglia, nel 1656.

I transiti storici di Venere furono però importanti, uno di essi, nel 1761 permise all’astronomo russo, Michail Lomonosov, di ipotizzare la presenza di una atmosfera, cosa che divenne via via più evidente nel corso delle successive osservazioni, quando lo strato di nubi e l’alta luminosità del pianeta, costituirono un serio ostacolo nell’individuazione del periodo di rotazione del pianeta. Cassini ipotizzò un periodo di 24 ore, mentre Francesco Bianchini un periodo di 24 giorni. Tuttavia, fu William Herschel ad accorgersi come il pianeta fosse ricoperto da uno spesso strato di nubi e che il periodo di rotazione non poteva essere determinato con sicurezza. Così rimase un enigma sino a quando Giovanni Schiaparelli fu il primo a sollevare nuove obiezioni a questa ipotesi, sostenendo come Mercurio, con Venere, fosse in rotazione sincrona, “bloccato” dal Sole; egli concluse così i suoi studi l’11 agosto 1878 scrivendo: “Addio bella Afrodite, ormai la tua rotazione non sarà più un segreto.” Nel 1932 W. Adams e T. Dunham, arrivarono a ipotizzare che l’anidride carbonica fosse predominante nella sua atmosfera, nel 1961, durante una congiunzione, il periodo di rotazione di Venere fu misurato con il radiotelescopio Goldstone, in California, seppure il suo moto retrogrado venne confermato tre anni più tardi; nel 1962, inoltre, il “Mariner 2” raggiunse con successo il pianeta, inviando i primi dati sulla temperatura superficiale e la composizione atmosferica. Al giorno d’oggi è noto che Venere possieda una superficie rovente su cui insiste un’atmosfera estremamente corrosiva con un’altissima pressione, ma in passato questi dati erano sconosciuti e ciò lasciò campo aperto a molte speculazioni. Carl Sagan teorizzò fosse coperto da un oceano, ovviamente non di acqua ma di idrocarburi, mentre altri sostennero che doveva assomigliare più a un mondo paludoso o, al contrario, desertico.

Gli scienziati sovietici delle missioni “Venera” erano così convinti di trovarsi un oceano che, sulla sonda “Venera 4“, lanciata nel 1967, installarono un morsetto fatto di zucchero bianco raffinato: a contatto con l’acqua (o un altro fluido dotato della giusta composizione e temperatura), si sarebbe sciolto facendo scattare l’antenna, stratagemma che avrebbe permesso alla sonda di salvarsi e di non affondare. Ma la sonda “Venera 4” non solo non trovò alcun oceano, ma non raggiunse neppure la superficie, dato che smise di trasmettere quando la pressione atmosferica superò le 15 atmosfere, soltanto una modesta frazione delle 93 presenti sulla superficie del pianeta. Dopo questa esperienza i sovietici studiarono una sonda più resistente, e il gruppo condotto da Anatolij Perminov ipotizzò dovesse resistere ad una pressione di 60 atmosfere, quindi di 100 e infine di 150 atmosfere. Per tre anni testò delle sonde in condizioni estreme, e per simulare l’atmosfera di Venere fece costruire la più grande “Pentola di Papin“, una vera e propria pentola a pressione gigantesca, in cui le sonde venivano immesse finché non si schiacciavano o fondevano. Fu così che nacque “Venera 7“, costruita per sopportare una pressione di 180 atmosfere e venne lanciata il 17 agosto del 1970. Il 15 dicembre dello stesso anno trasmise finalmente il tanto atteso segnale, dato che la prima sonda umana era atterrata sul pianeta e aveva comunicato con la Terra. Nel 1975 inviarono pure le sonde gemelle “Venera 9 e 10“, equipaggiate sia con un disco frenante per la discesa nell’atmosfera che di ammortizzatori per l’atterraggio. Le sonde trasmisero immagini in bianco e nero della superficie, mentre le successive “Venera 13 e 14” inviarono le prime fotografie a colori di quel Mondo.

Anche la NASA si unì alla conquista di Venere dal 1962 con il programma “Mariner“, quando tre sonde riuscirono a trasmettere i primi dati alla Terra. Nel 1978, poi, nell’ambito del progetto “Pioneer Venus“, per lo studio dell’atmosfera, furono lanciate diverse sonde separate. Negli anni Ottanta, i sovietici continuarono indefessi con le sonde “Venera 15 e 16“, lanciate nel 1983, dotate di radar ad apertura sintetica, mapparono l’emisfero nord del pianeta, rimanendo in orbita attorno ad esso. Nel 1985 lanciarono anche le sonde “Vega 1 e 2“, le quali rilasciarono moduli sulla superficie prima di andare verso l’incontro con la Cometa di Halley, l’altro oggetto di studio di quelle missioni. “Vega 2” atterrò nella regione Aphrodite raccogliendo persino un campione di roccia contenente dell’anortosite-troctolite, un materiale raro sulla Terra ma presente negli altopiani lunari. Ma fu nel 1989 che la NASA, utilizzando lo Space Shuttle, lanciò verso Venere la “Sonda Magellano” dotata di un radar il quale permise una mappatura quasi completa del pianeta, con una risoluzione migliore rispetto a tutte le precedenti missioni, lavorando per ben 4 anni prima della caduta e della conseguente distruzione nell’atmosfera venusiana, seppure si sospetta come qualche frammento possa essere arrivato sulla superficie. Anche “Venus Express“, nel 2006, eseguì una mappatura completa della superficie, e sebbene fosse inizialmente prevista una durata della missione di due anni, fu estesa fino al dicembre del 2014. In ben otto anni la sonda ha fornito prove dell’esistenza passata di oceani, di fulmini nell’atmosfera, e ha individuato un gigantesco doppio vortice polare al polo sud, oltre alla presenza del gruppo ossidrilico nell’atmosfera e di un sottile strato di ozono.

Recentemente, Venere è stato spesso usato anche come fionda gravitazionale per missioni dirette verso altri pianeti o oggetti del Sistema Solare. L’orbita di Venere è quasi circolare con un’eccentricità orbitale inferiore all’1% e una distanza media dal Sole di 108 milioni di chilometri. Con una velocità orbitale di 35 km/s, esso impiega 224,7 giorni nel compiere una rivoluzione attorno alla nostra Stella, mentre il periodo sinodico, ossia l’intervallo di tempo per ritornare nella stessa posizione nel cielo terrestre, rispetto al Sole, è di 584 giorni. La rotazione del pianeta, rimasta ignota fino alla seconda metà del XX secolo, avviene secondo il moto retrogrado (in senso orario), cioè al contrario di come avviene per il Sole e per la maggior parte degli altri pianeti del Sistema Solare. La rotazione è talmente lenta che il giorno sidereo venusiano dura circa 243 giorni terrestri ed è superiore persino al periodo di rivoluzione attorno al Sole, essendo la velocità di rotazione al proprio equatore di appena 6,5 km/h. All’inizio del 2012, analizzando i dati della sonda Venus Express, si è addirittura scoperto che la rotazione del pianeta sta ulteriormente rallentando, con un periodo di rotazione misurato in 243,0185 giorni, 6 minuti e mezzo superiore alla precedente misurazione di 16 anni prima, effettuata dalla “Sonda Magellano“. Ignote per la Scienza sono le cause di una situazione così anomala, alcune ipotesi sostengono che il motivo sia da ricercarsi nell’impatto con un asteroide di dimensioni ragguardevoli avvenuto milioni, se non miliardi di anni fa. A causa di questa rotazione retrograda, il moto apparente del Sole dalla superficie venusiana risulta opposto a quello osservato sulla Terra, pertanto, chi si trovasse su Venere vedrebbe l’alba ad ovest ed il tramonto ad est.

Ma nonostante il pianeta impieghi 225 giorni terrestri per compiere una rivoluzione attorno al Sole, tra un’alba e l’altra (giorno solare), trascorrono solo 117 giorni terrestri, perché mentre il pianeta ruota su sé stesso, in senso retrogrado, si sposta lungo la propria orbita, compiendo il moto di rivoluzione in senso opposto rispetto a quello di rotazione. Venere è il pianeta che più si avvicina alla Terra, in occasione delle congiunzioni inferiori la distanza media tra i due pianeti è di circa 41 milioni di chilometri, arrivando a 38,2 milioni di chilometri durante il perielio della Terra. Fa parte dei quattro pianeti terrestri o metallici interni del Sistema Solare, questo significa che è un corpo roccioso con una forma sferica, e a causa del suo lentissimo moto di rotazione, non presenta il rigonfiamento equatoriale tipico degli altri pianeti. In quanto pianeta roccioso è quindi soggetto a tutte le dinamiche tipiche di tali pianeti, come ad esempio la Terra. Si stima, inoltre, abbia attraversato di recente una fase geologicamente attiva, con molte eruzioni vulcaniche, e presenta una superficie relativamente giovane, rinnovatasi completamente negli ultimi 500 milioni di anni da imponenti flussi di lava. Il pianeta mostra pochissimi crateri da impatto, il che depone a favore del rinnovo della sua superficie, nonostante una mancata evidenza di attività tettonica viene collegata alla notevole viscosità del materiale che costituisce la crosta, e sembra ostacolarne la subduzione; ciò sarebbe determinato dalla mancanza di acqua la quale funzionerebbe da lubrificante. Conseguentemente, la perdita di calore interno sembra essere limitata, così come il raffreddamento del nucleo per convezione, ma l’assenza di moti convettivi determina la mancanza di un campo magnetico planetario simile a quello terrestre; seppure si pensi subisca perdite di calore a séguito di importanti eventi periodici di affioramento e che, attraverso immense eruzioni continentali, rinnovino ciclicamente la superficie.

Circa l’80% della superficie è formata di pianure vulcaniche, il 70% mostra dorsali da corrugamento, mentre il restante 10% sono versanti perfettamente lisci; ciò che rimane è costituito da altopiani definiti continenti, uno nell’emisfero nord, l’altro a sud dell’equatore. Generalmente è un pianeta pianeggiante in quanto solo il 10% della superficie si estende oltre i 10 km di altezza, contro i 20 km che separano invece i fondi oceanici terrestri dalle più alte montagne. Inoltre, vanta di essere il pianeta dell’intero Sistema Solare, ad oggi conosciuto, con la maggior quantità di Vulcani, ne sono stati individuati in superficie circa 1500 di dimensioni medio-grandi, ma si stima come ne esistano fino ad un milione di minori. Alcune strutture sono tipiche del pianeta, specie quelle chiamate: farra (a forma di focaccina), larghe da 20 a 50 km e alte da 100 a 1000 metri; fratture radiali a forma di stella chiamate novae; strutture con fratture sia radiali e concentriche chiamate aracnoidi per la loro somiglianza con le tele di ragno; le coronae, anelli circolari di fratture a volte circondati da una depressione. Tutte strutture di origine vulcanica[8]. Adesso procediamo il cammino studiandone l’atmosfera, del tutto diversa dalla nostra, sia in composizione e densità, come abbiamo visto costituita al 96,5% di anidride carbonica e con un restante 3,5% di azoto. La massa dell’atmosfera venusiana è circa 93 volte quella dell’atmosfera terrestre, mentre la pressione sulla superficie è circa 92 volte quella della Terra, equivalente alla pressione presente a circa mille metri di profondità in un nostro oceano!

La densa atmosfera è quindi composta essenzialmente di CO2, e che insieme alle nubi di anidride solforosa, genera il più forte effetto serra di tutto il Sistema Solare, portando la temperatura della superficie del pianeta ad oltre 460°C, rendendola così più calda di quella di Mercurio, essendo più vicino al Sole, oltre a quella di qualsiasi altro pianeta dell’intero Sistema Solare (sebbene sia due volte più distante dal Sole e riceva solo il 25% dell’irraggiamento). Non vi è acqua ed umidità su tutta la sua superficie, e tali condizioni sono state definite letteralmente “infernali”. Gli studi condotti nel corso degli anni hanno evidenziato come, agli inizi del Sistema Solare, l’atmosfera di Venere fosse probabilmente simile a quella terrestre, e che vi fosse presenza di acqua in superficie con presumibili forme di vita. Sebbene non sia possibile a oggi la vita sulla sua superficie, alcuni scienziati hanno però ipotizzato che potrebbe esistere negli strati di nubi a 50-60 km di altezza, dove i valori di temperatura e pressione atmosferica sono simili a quelli terrestri. Venere è un mondo climaticamente estremo ed invariante. L’inerzia termica e lo spostamento del calore da parte dei venti nella parte più bassa dell’atmosfera, fanno sì che la temperatura superficiale non cambi tra il giorno e la notte, nonostante la rotazione estremamente lunga del pianeta; pertanto la superficie è isotermica, mantiene una temperatura costante tra il giorno e la notte, tra l’equatore e i poli.

Pensate che l’unica variazione di temperatura apprezzabile è riscontrabile con l’altitudine, in quanto il punto più “freddo” ad oggi registrato si trova sui Maxwell Montes, con una temperatura di 380°C, dove la pressione è pari a 45 bar. Sempre sulle montagne si conosce l’unica nota curiosa del pianeta, perché nel 1990 quando la “Sonda Magellano” stava effettuando le sue riprese radar, rilevò una sostanza molto riflettente sulla cima dei picchi montuosi più alti, simile per aspetto alla nostra neve terrestre. La natura di questa sostanza è ancora oggi sconosciuta, ma alcune speculazioni propongono che si possa trattare di tellurio elementare, o persino di solfuro di bismuto, o ancora di solfuro di piombo (galena). Il tellurio è un metallo raro sulla Terra, ma potrebbe essere abbondante su Venere, e secondo questi scienziati assumerebbe sui picchi montuosi venusiani, dove la temperatura è più bassa rispetto alle altre zone della superficie, la forma di una vera e propria specie di “neve metallica“. I venti sulla superficie sono lenti, con una velocità di pochi chilometri orari e che comunque riescono ad esercitare una notevole forza a causa della densità dell’atmosfera, spostando polvere e pietre senza difficoltà. Per contro, nello strato più alto delle nubi, i venti soffiano fino a 300 km/h sferzando l’intero pianeta con un periodo di 4-5 giorni, venti che si muovono ad una velocità sino a 60 volte la rotazione del pianeta, mentre sulla Terra i venti più forti soffiano solo al 10% o 20% della velocità di rotazione. Al di sopra dello strato denso di CO2 si trovano spesse nubi costituite prevalentemente di anidride solforosa e da goccioline di acido solforico, nuvole che non solo riflettono nello spazio circa il 60% della luce solare, ma impediscono pure l’osservazione diretta della superficie del pianeta.

Sebbene Venere sia molto più vicino al Sole della Terra, la sua superficie non è altrettanto riscaldata o illuminata, e la sua luminosità giornaliera corrisponde grosso modo a quella osservabile sul nostro pianeta in una giornata molto nuvolosa. Le nubi sono soggette a frequenti scariche elettriche (fulmini), osservate per la prima volta dalle sonde sovietiche. Si accorsero si succedevano con cadenze che sembravano decine o centinaia di volte più insistenti dei lampi terrestri, fenomeno poi denominato “Il Drago Elettrico di Venere”, seppure ad oggi, il tasso di fulmini stimato sia almeno quello della metà delle scariche che si verificano sulla Terra. Le nubi, inoltre, ricoprono totalmente il pianeta, con un aspetto più simile ad una spessa coltre di nebbia, per questo motivo un ipotetico osservatore che si trovasse sulla sua superficie non sarebbe in grado di vedere direttamente il Sole, ma di intravederne solo l’alone di luminosità; in assenza di tale effetto serra, si presume sulla superficie di Venere vi sarebbero delle condizioni simili a quelle terrestri, in grado anche di ospitare la vita. Venere, essendo uno degli oggetti più luminosi del Cielo, ha destato sin dall’antichità interesse da parte dell’Uomo, portando un significativo impatto della sua presenza in tutta la nostra cultura. Descritto dai Babilonesi in svariati documenti cuneiforme, come il testo della “Tavoletta di Venere” di Ammi-Saduga, essi chiamarono il pianeta Ishtar, identificandola con la Dèa della mitologia babilonese (connaturata alla dèa Inanna dei Sumeri), personificazione non solo dell’Amore ma anche della Battaglia.

Gli Egizi la scissero con due pianeti diversi, come “Stella della Sera” con il nome di Ouaiti, e “Stella del Mattino” con il nome di Tioumoutiri; così fecero anche i Greci con Hesperos[9] e Phosphoros, infine pure i Latini con Vespero[10] e Lucifero. Gli Ebrei chiamavano Venere, Noga (“luminoso”), Helel (“chiaro”), Ayeleth-ha-Shakhar (“Cervo del Mattino“) e Kochav-ha-‘Erev (“Stella della Sera“). Nell’astrologia indiana dei Veda era nota col nome di Shukra (“chiara, pura”) nella lingua sanscrita, mentre in Cina, Vietnam, Corea e Giappone, veniva identificata con “La Stella o l’Astro d’Oro”, collegato al Metallo nella “Teoria dei Cinque Elementi” cinesi. In Africa, il popolo Masai, la chiama ancora oggi Kileken ed è associata ad una tradizione orale che racconta di un “bambino orfano”. Tra i popoli aborigeni dell’Australia, tra cui gli Yolngu nel nord del continente, viene chiamata Barnumbirr, e secondo la loro tradizione, permette di comunicare con i propri cari defunti. Venere, inoltre, era estremamente importante per la Civiltà Maya, che sviluppò persino un calendario religioso basato in parte sui suoi movimenti, nei quali venivano valutati i tempi propizi delle attività quotidiane, le festività o le guerre. Così, come nell’America del Nord, presso i nativi Lakota era associata con l’ultima fase della vita e con la saggezza. Venere (in latino Venus, Venĕris) era una delle maggiori Dee romane, principalmente associata all’Amore, alla Bellezza e alla Fertilità, equivalente della dèa greca Afrodite.

Misteriosa è la sua nascita e la comparsa nel pantheon divino, c’è chi sostiene essa scaturì dal seme di Urano, Dio del Cielo, quando i suoi genitali caddero in mare durante la castrazione subita dal figlio Saturno, atto che esternò per vendicare Gea, sua madre, nonché sposa dello stesso Urano. Un’altra ipotesi, invece, narra essa sia nata da una conchiglia uscita dal mare, proprio come raffigurata nel celebre dipinto del Botticelli; secondo un ulteriore mito sarebbe figlia di Giove e della ninfa degli oceani, Dione. Ella era la consorte di Vulcano, un matrimonio che fu alquanto burrascoso, a causa dei ripetuti tradimenti[11] della Dèa, mentre a Roma veniva considerata l’antenata del popolo romano per via del leggendario fondatore Enea, il quale si diceva essere suo figlio generato con Anchise; a cui seguì Ascanio, ovviamente figlio di Enea, capostipite della futura civiltà romana[12]. Tra le piante a lei sacre ci sono: il mirto, la rosa, il melo e il papavero. Tra i suoi animali sacri, invece, troviamo: la lepre, il delfino, il cigno (simbolo di bellezza ed eleganza), il passero e la colomba, (simbolo dell’amore). A causa della sua immensa bellezza, Giove temeva sarebbe stata causa di disputa tra gli altri Dèi e la diede in sposa a VulcanoDio del Fuoco, “Fabbro degli Dèi“, un po’ bruttino nell’aspetto quanto rude ma contraddistinto da un forte carattere, fermo e deciso, nonché dedito al lavoro. Il matrimonio non fu però soddisfacente, specie per la Dèa, che intrecciò così numerose storie amorose, sia con altri Dèi e con Umani. Note sono le sue relazioni con Mercurio e soprattutto Marte, con quest’ultimo venne scoperta dal marito, Vulcano; imprigionati all’interno di una rete metallica da lui stesso forgiata, furono poi esposti al pubblico ludibrio degli Dèi. Si racconta, infine, che Vulcano amareggiato si rinchiuse nelle cavità della Terra per condurre una vita solitaria, lontano dal Mondo e dagli Dèi


[1] Prende il nome dalla dèa romana dell’amore e della bellezza, e il suo simbolo astronomico è la rappresentazione stilizzata della mano di Venere che sorregge uno specchio.

[2] Ha l’aspetto di una mirabile Stella lucentissima di colore giallo-biancastro, di gran lunga più brillante di ogni altro oggetto nel firmamento.

[3] Il pianeta non è dotato di satelliti o anelli, e ha un campo magnetico debole rispetto a quello terrestre.

[4] In astronomia, l’elongazione di un pianeta è data dall’angolo formato tra il Sole e il pianeta, visto dalla Terra; l’elongazione di una cometa è la distanza angolare fra la cometa ed il Sole, rispetto alla Terra.

[5] Il rapporto 8/13 è approssimativamente 0,6154, mentre il periodo di rivoluzione di Venere è 0,6152 anni, da qui la risonanza. Questa leggera differenza fa sì che dopo 8 anni il “Pentagramma” successivo sia ruotato rispetto al precedente di 2,55°.

[6] Tuttavia, per non venire accusato di eresia dall’inquisizione, nell’aver contraddetto la “Teoria Tolemaica“, Galileo coprì la sua scoperta con una frase criptica in latino: “Mater Amorum aemulatur Cinthyae figuras“, che vuol dire “La madre degli amori (Venere) imita le forme di Cinzia (la Luna).

[7] Altre osservazioni anomale sono avvenute nel corso dei secoli. Menzionate sovente come transiti di Venere sul Sole in epoche antiche, si ricorda quella dello scienziato persiano Avicenna il quale riporta di aver visto il pianeta, nel 1032, simile a una macchia che passava sopra il Sole, concludendo come il pianeta fosse più vicino alla nostra stella di quanto lo sia la Terra. Pure l’astronomo arabo Ibn Bajja menzionò transiti di Mercurio e Venere sul Sole nel XII secolo; tuttavia studi storici di Bernard R. Goldstein, e di altri ricercatori nel XX secolo, escludono che questi transiti possano essere stati effettivamente osservati ad occhio nudo, molto probabilmente furono osservate delle enormi macchie solari.

[8] La superficie di Venere appare geologicamente alquanto giovane, i fenomeni vulcanici sono molto estesi e lo zolfo nell’atmosfera dimostrerebbe, secondo alcuni esperti, l’esistenza di fenomeni vulcanici attivi ancora oggi. Tuttavia, rimane un enigma l’assenza di tracce del passaggio di lava che accompagna una caldera, tra quelle ad oggi visibili.

[9] Hesperia fu anche uno dei nomi dati dai Greci all’Italia meridionale, e il segno associato divenne il più antico degli emblemi patri italiani, conosciuto come Stella d’Italia, raffigurato nel simbolo ufficiale della Repubblica Italiana. Ebbene, da ventisei secoli, questa “Stella Bianca a Cinque Punte“, segue i nostri destini e di tutti i suoi abitanti. Si trova nell’emblema della Repubblica, in quello precedente del Regno d’Italia, e va a ritroso nel tempo sino al VI secolo a.C. intrecciandosi persino con il mito di Enea. Stesicoro, il poeta, raccontava nel poema “Iliupersis” che Enea, in fuga dalla città di Troia devastata dai Greci, tornò in Italia nella terra dei suoi antenati, attraversando il Mediterraneo in un viaggio guidato nel Cielo dalla luce di Venere; la stessa Stella che secoli più tardi, diventò il simbolo della Gens Julia, della casa di Giulio Cesare (il “Caesaris Astrum” altri non è che Venere). Persino Leonardo da Vinci la menziona nei versi: “Non si volta chi a Stella è fisso.” Innegabile il suo valore simbolico, etico e ideale tramandato sino al Risorgimento, perché dopo l’Italia turrita e stellata di Cesare Ripa, spettò poi a Giuseppe Mazzini rinnovarne il mito facendone la “Stella Nazionale“, guida durante il processo di unificazione del paese, arrivando a sormontare il palco d’onore del re Vittorio Emanuele II, facendo nascere l’appellativo di “Stellone“; la medesima Stella, diventata grande, fu infine collocata al centro dell’emblema della stessa Repubblica, nel 1948. Arrivati a questo punto, viene da chiedersi quale Stella sia colei che sormonta la capannuccia del Presepe durante le festività natalizie.

[10] Nella successiva epoca cristiana, Lucifero (“Portatore di Luce“) diventò l’Angelo Caduto allontanato dal Cielo, forse a memoria di una immane catastrofe planetaria.

[11] Si narra che dalla sua unione con Marte nacquero Eros, detto Cupido, Deimo e Fobo, mentre dalla sua unione con Mercurio nacque il figlio Ermafrodito.

[12] A Roma venivano celebrati i Veneralia in onore di Venere Verticordia, “che apre i cuori“, e del suo compagno, Fortuna Virile (o Fortuna Vergine, una dèa, come risulta da studi recenti). Sempre a Roma fu eretto un tempio, il “Tempio di Venere e Roma”, dedicato alla dèa e alla città.