“Dagli Iperborei agli Argonauti” [2]

[The Golden Fleece” dipinto di Herbert James Draper. 1904]

«Dite cose, o straniere, a cui non posso credere (ἄπιστα). Come può essere argiva la vostra origine? Voi, piuttosto, assomigliate a donne di Libia (Λιβυστικαῖς γυναιξίν). E forse il Nilo germina creature non diverse da voi (καὶ Νεῖλος ἂν θρέψειε τοιοῦτον φυτόν). E simile alla vostra l’impronta cipria (Κύπριος χαρακτήρ) maschi coniatori stampano su femminee matrici; e voce mi giunse che le nomadi indiane (Ἱνδάς τ᾽ἀκούω νομάδας) cavalcano a dorso di cammello per la terra limitrofa agli Etiopi (χθόνα παρ᾽ Αἰθίοψιν); e se arco portaste, senza tema d’errore penserei che siete Amazzoni, le Amazzoni viraghe che di cruda carne si pascono (καὶ τὰς ἀνάνδρους κρεοβόρους τ᾽ Ἀμαζόνας). Ma che Argiva sia o non sia la tua stirpe, e il tuo seme, certo meglio lo saprò se tu mi erudirai.» (Melanippide)

Attraverso il paragone con le donne di questa lista, in cui si menziona le Libiche, le Egiziane, le Etiopi, le Cipriote, le Amazzoni (o Indiane), Melanippide cerca di comprendere le differenze di queste popolazioni, originarie da una “terra di donne scure”, ma che in realtà venivano identificate Argive, quindi greche, perciò dalla pelle bianca. Pindaro, nella nona Ode Nemea rivolto agli Argivi presenti, celebrava i “Biondi Danai”, come Callimaco (Inni, V, 4), due secoli dopo esortava le donne di Argo con un: “affrettatevi, affrettatevi o bionde pelasghe!” Ad un certo punto, i Greci, nella stesura dei loro poemi, non solo non compresero più i movimenti in ambito geografico compiuti dai loro Eroi, ma persino quale origine potessero avere, generando ulteriore confusione “etnica”. Sicuramente, rispetto a quanti identificano le Danaidi esotiche e dalla pelle bruna, esse si presentarono alla storia estremamente diverse, non solo perché lo stesso Erodoto ci dice come queste figlie furono custodi di un “Sapere Segreto”, ma perché la loro presenza si fece ben presto notare pure in altri territori.

A cominciare dalla Dinah ebraica, la Sapienza, forse gemella di Dan, figlio di Giacobbe e capostipite della propria Tribù, assimilato poi al Serpente della Saggezza (Prometeo). Ma anche i Celti e i Germani si consideravano Figli di Danu, e gli Irlandesi sostenevano di discendere dai Tuatha De Danaan, così i Danesi (Dan-Marca, Danimarca), senza dimenticare che molti dei nostri fiumi europei portano tale radice nel proprio nome: Don, Danubio, Eridano (il Po), Rodano (Ro-Dano), Dneiper, Dnestr, Donets, etc[1]. La parola sanscrita Danu, intesa come “pioggia” o “liquido”, viene paragonata all’avestico Danu, “fiume”, da qui l’etimologia di molti fiumi dell’est Europa.[2] Ma chi erano questi Figli di Danao? I Danava erano degli Asura, Figli di Danu, a sua volta figlia di Daksha[3], e che si ribellarono agli Dèi sotto la guida di Bali ed altri, ma furono sconfitti. Nel Rig Veda quasi tutti i Demoni sconfitti dai Deva erano Danava, e dopo la loro disfatta furono gettati nelle profondità oceaniche e relegati lì da Indra, o a volte da Rudra. La loro madre Danu era una Dèa Primordiale della mitologia indiana delle acque, chiamata la Madre di Vrtra, il serpente demoniaco ucciso da Indra (Rigveda, I, 32).[4]

Danava o Danai, erano quindi una razza che discendevano da Daksha, in quanto Figli di Danu, divinità connesse alle “Acque del Cielo“. Sotto la guida di Bali[5] e di altri, i Danava si rivoltarono contro i Devatas (Devas o Deva[6]), ma nonostante i primi successi furono sconfitti dal dio Vamana che in forma nana ingannò il loro capo. Eppure, il Bali indiano è associabile al Belo greco (Βῆλος, Bêlos), forma grecizzata del nome semitico Ba’al (Bel, Baal), nome di un antico e mitico re orientale, re di Assiria e padre di Didone, fondatore della dinastia degli Eraclidi in Lidia (Erodoto, I, 7,3), oppure fondatore della dinastia dei Persiani (Ovidio, Metamorfosi, IV, 212-213), finendo per assurgere a nome di comodo per le genealogie “barbare” così come Creonte lo sarà di quelle greche. Secondo Apollodoro (o Pseudo-Apollodoro) Egitto e Danao erano fratelli gemelli, generati da Belo e da Anchinoe, figlia del dio-fiume Nilo[7]. Belo regnò in Egitto, mentre Agenore regnò su Sidone e Tiro, in Fenicia, Egitto regnò sull’Arabia e poi assoggettò il territorio dei Melanpodi, e lo chiamò Egitto dal proprio nome, mentre Danao regnò sulla Libia. Quando Belo morì, i due figli, Danao ed Egitto, vennero a contrasto, e Danao con le sue cinquanta figlie abbandonò l’Egitto per approdare nel Peloponneso dove fondò il Regno di Argo.

«Coloro che seguono la retta via ottengono il favore propizio degli Dèi; noi abbiamo cercato l’amicizia degli Dèi, che gli Dèi ci facciano quindi attraversare tutta la nostra esistenza affinché possiamo vivere.» (Ṛgveda)

Appare sempre più evidente come la nostra storia annoveri ben tre “Giardini dell’Eden“, base di tutti gli antichi Miti presenti in ogni cultura della Terra, e apparsi poi in tutti i continenti. Il primo si sviluppò nel Sahara pre-desertico in un arco di tempo che va dai 130.000 ai 90.000 anni fa; il secondo, invece, si sviluppò nel nord dell’India (nei territori ad oggi conosciuti quali, Valle del Gange, Pakistan e Valle dell’Indo, Kashmir, Afganistan, etc.), in un arco di tempo compreso tra i 90.000 e i 50.000 anni fa; il terzo, infine, si sviluppò sulle rive dell’ex Oceano di Paratetide (comprendenti il Mar Nero, il Mar Caspio e Lago d’Aral, un tempo uniti in un vasto mare interno continentale, l’Oceano Scitico), in un arco di tempo che va dai 50.000 ai 2.000 anni fa. Da questi “Tre Eden”, pertanto, deriverebbero la maggior parte dei Miti attualmente presenti in ogni parte del Mondo, mentre dall’ultimo, il terzo, la base di questi miti indoeuropei che hanno contribuito a formare non solo i popoli indo-iranici, in parte semitici, ma pure caucasici, slavi, finnici e infine soprattutto Europei (celti, greci, latini, etc.). Tutte storie che condividono personaggi, luoghi geografici, inusuali o fuori da ogni contesto spazio-temporale (in quanto soggetti alle sovrastrutture intercorse durante i millenni), ma comunque ricostruibili perché nonostante le oggettive diversità, continuano a presentare nascosta una base di fondo comune per tutti, dall’India alla Grecia, dal Caucaso alla Fennoscandia, dall’Iran all’Irlanda, persino nelle Americhe.

Ed è in Irlanda che, dopo gli Argonauti o gli eroi del Kalevala, si presenta l’epopea dei Túatha Dé Danann, il quinto dei sei popoli preistorici i quali invasero e colonizzarono l’Irlanda prima dei Gaeli; si ritiene che essi vadano identificati – in tutto o in parte – con gli Dèi adorati dagli stessi Gaeli. Le leggende a loro associate sono riportate nel “Ciclo Mitologico” o “Ciclo delle Invasioni”, come in un numero di narrazioni in medio irlandese, contenute poi in raccolte manoscritte medievali più tardive. Il testo più antico ove sono citati è lo “Scéal Tuáin meic Cairill” (“Storia di Tuán figlio di Cairell“, del IX secolo) in cui essi appaiono già inseriti nel contesto delle invasioni irlandesi, segno che, all’epoca della stesura del testo, la tradizione storiografica aveva già raggiunto la sua più raffinata sintesi. Segue l’importantissimo “Cath Maige Tuired” (“La battaglia di Mag Tuired”, XI secolo), una narrazione completamente incentrata sui Túatha Dé Danann, in cui si narra il loro arrivo in Irlanda, le storie dei membri principali e la grande battaglia che li oppose al popolo Fomor. Questi, denominati anche Fomoriani, erano un popolo di semidei della mitologia irlandese, abitanti in Irlanda in tempi assai più remoti, tanto da rimandare a quel gruppo di famiglie di divinità precedenti al pantheon storicamente consolidato, un po’ come avvenne alla stregua dei Titani della mitologia greca.

Rappresentanti le forze del Caos, della natura scatenata e in opposizione ai nuovi invasori, portatori invece della Civiltà, sarebbero il residuo di antichi culti pre-celtici dell’isola. Sappiamo, però, che i Fomor avevano “Corpo Umano e Testa di Capra” (basandosi su di una descrizione di un testo del XI secolo, il Libro della Vacca Bruna), mentre in altre versioni erano descritti aventi un “Corpo Umano ma con un solo occhio, un braccio, una sola gamba” (come gli esseri deformi descritti dalla mitologia greca), o persino “Esseri Deformi” circondati da varie teste di animali, dotati addirittura di una pelle velenosa. L’imponente libro dal titolo “Lebor Gabála Érenn” (“Libro delle invasioni d’Irlanda“, del XII secolo), tratta estesamente di tutti i popoli invasori dell’isola, riportando in dettaglio le tradizioni genealogiche su questo misterioso popolo. Nel libro, i loro re vennero inseriti in un’ideale successione dei Sovrani Supremi d’Irlanda (come similmente fecero gli Egizi, i Sumeri, gli Induisti e gli Ebrei), dando lo spunto all’imponente tradizione annualistica della letteratura irlandese. Mentre nei testi successivi, parecchi riportano vicende particolari, tra cui la discendenza dai Figli di Nemed, un precedente popolo di invasori d’Irlanda, il quale aveva dovuto abbandonare l’isola dopo essere stato decimato dagli stessi Fomor. Recatisi in lontane isole boreali, forse la stessa Isola del Nord o Iperborea, essi si erano istruiti nella sapienza e nelle discipline druidiche e, dopo molto tempo, i loro discendenti progettarono il ritorno in Irlanda, ritenendo che l’isola gli spettasse di diritto.

Intanto, stabilitisi in Scandinavia, avevano stretto un’alleanza con gli stessi Fomor, tra loro vi erano state unioni matrimoniali ed era nata una discendenza mista. Sbarcati poi in Irlanda, diedero fuoco alle loro navi in modo che non avessero più la tentazione di tornare indietro, e poiché dalle navi in fiamme si levavano alte colonne di fumo, il cronista racconta come in séguito si disse che i Túatha Dé Danann fossero venuti dal Cielo su quelle nubi di fumo (così, similmente facevano molti Dèi antichi, incluso lo YHWH degli Ebrei). L’Irlanda a quel tempo era popolata dai Fir Bolg, ma i nuovi arrivati si scontrarono con i Túatha Dé Danann, in quella che fu la prima battaglia di Mag Tuired (Contea di Mayo). I Túatha Dé Danann vinsero l’estenuante guerra, ma tuttavia, il re danann Núada, perse il braccio destro nel corso dello scontro e, in base alle leggi, la mutilazione lo rendeva inadatto per regnare; venne così sostituito da Bress, il quale era fomoriano per parte di padre. Bress regnò per Sette anni e il suo regno si rivelò disastroso, così fu costretto ad abdicare. Fuggito dall’Irlanda, egli riparò presso i Fomor, chiedendo l’aiuto dei parenti di suo padre per riconquistare il trono, mentre in Irlanda fu restituita la sovranità a Núada, dopo essergli stata costruita una vera e propria “protesi d’argento” a sostituzione dell’uso del braccio troncato.

Fu così che i Túatha Dé Danann dovettero scontrarsi con i Fomor nella seconda battaglia di Mag Tuired (questa volta nella Contea di Sligo). A guidare le file del popolo fu Lúg Sámildanach, il quale, nonostante fosse fomoriano per parte di madre, venne eletto in quel ruolo in quanto esperto in ogni possibile arte. Egli li guidò alla vittoria e sconfisse uno dei capi dei Fomor, Balor, suo nonno, capace di poter uccidere interi eserciti “soltanto poggiandoci sopra lo sguardo”. I Túatha Dé Danann imposero, così, il loro regno sull’Irlanda e i loro sovrani furono ricordati nella successione dei Re Supremi. Mantennero il regno per molto tempo, finché non giunsero dall’Iberia i Figli di Míl, gli antenati dei celti Gaeli. Costoro riuscirono a sbarcare in Irlanda, nonostante gli incantesimi messi in atto dai Túatha Dé Danann nel tentativo di tenerli lontani, e sconfissero questi ultimi nella battaglia di Óenach Taillten. Sconfitti, i Túatha Dé Danann accettarono infine di lasciare il dominio dell’Irlanda ai nuovi venuti e si ritirarono a vivere nel sottosuolo dell’isola e dentro le colline fatate, dove da allora conducono un’esistenza felice e immortale; nel corso dei secoli, il loro ricordo si è poi trasformato in folkloristiche creature soprannaturali.


[1] C’è pure un fiume Danu in Nepal.

[2] Buona parte dei nomi dei fiumi in Europa ha un’origine mesopotamica. Rodano, Reno, Danubio, Giordano (pure il nostro Po, seppure il suo attuale nome derivi dai celto-liguri e il latino), derivano da Eridano, o Hēridanós (l’immensa Costellazione Celeste, omonima del mitico fiume) e che trae origine, a sua volta, da Eridu, l’antica città sumera, patria di Enki, considerato il suo fondatore, noto agli Accadi come Ea. Infatti, non solo si riteneva che Enki vivesse nell’Abzu (“acqua profonda“), un acquifero dal quale si credeva traesse origine tutta la vita, ma da lui sono discesi, poi, buona parte dei nomi dei più importanti fiumi a noi noti, portati in occidente dagli indoeuropei.

[3] Secondo la mitologia indù, Dakṣa (in sanscrito “Abile, abile o onesto“) è uno dei figli di Brahma, che, dopo aver creato i dieci Manas Putras, creò Daksha, Dharma, Kamadeva e Agni dal suo pollice destro, petto, cuore e sopracciglia, rispettivamente. Oltre alla sua nobile nascita, Daksa era un grande re kshatriya. Le immagini lo mostrano come un uomo grasso e obeso con un corpo tarchiato, ventre sporgente e muscoloso con la testa di una creatura simile a uno stambecco con le corna a spirale.

[4] Nell’Induismo successivo, lei diventa la figlia di Daksha e la consorte di Kashyapa.

[5] Dewi Danu è pure la Dèa dell’Acqua degli indù balinesi, che chiamano il loro sistema di credenze Agama Tirta, o sistema di credenze dell’acqua. È una delle due divinità supreme della tradizione balinese.

[6] Deva (devanāgarī देव, sanscrito vedico devá) è un termine sanscrito il quale indica il Divino o il Celeste, mentre come sostantivo maschile indica la Divinità o un dio, raramente indica un Demonio malvagio. La parola è affine al latino divus, variante di deus, “Dio“, da cui deriva l’aggettivo divinus, “Divino“. Il termine deva (“colui” o “ciò” che emana Luce), si origina dal sostantivo maschile sanscrito dív (nominativo dyaus; “brillare“, “emettere luce“, “splendore“, “giorno“, “cielo“; dív, nel sanscrito più tardo, acquisì il genere femminile, indicando così la Divinità tutta.

[7] Belo ebbe altri due figli di nome Fineo e Cefeo. Fineo e Cefeo ebbero invece dal padre l’Etiopia.