“Le enigmatiche origini dei Tibetani” [2]

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Nascendo da una costola dell’Induismo, all’incirca attorno al VI secolo a.C., il Buddhismo fece proprie, fin dai primi albori, le conoscenze mistiche e teologiche degli asceti e dei vari maestri indiani, riportando tutte queste conoscenze nella nuova filosofia, compresa la certezza che innumerevoli “Forme di Vita” popolano la vastità del Cosmo, abitato da tutti gli Dèi. Un passo emblematico e suggestivo a tale riguardo lo si trova nei testi più antichi del buddhismo, l’Acchariyābbhūtadhamma Sutta, in cui vengono riportate le parole dirette di Siddharta Gautama, infatti parlando del luogo in cui risiedono e vivono gli Dèi, il Buddha affermò che questi si trovano nelle “… nere, cupe regioni immerse nell’oscurità, tra i Sistemi dei Mondi, dove non può arrivare la potente e maestosa luce del nostro Sole e della Luna.” Addirittura, un altro riferimento attribuito al Buddha sulla “Pluralità di Mondi Abitati”, è possibile trovarlo nel testo Tipitaka, “The Buddha’s Teachings in Three Divisions” (Vol. 11, p. 61 and Vol. 23, sutanta pidok 25, Thai Edition) in cui si parla nel dettaglio di tre “Pianeti Extrasolari” denominati Amornrakoyan, Buppaviteha e Auttrarakuru! Ma non è tutto. Agli inizi del 2000, John E. Mack docente di psichiatria ad Harward e studioso del “Fenomeno Abductions“, aveva avuto modo di interloquire con il sommo rappresentante del Buddhismo, il Dalai Lama (Tenzin Gyatso), e convenire sulla reale esistenza di “Esseri Viventi su altri Pianeti“, nonché esporre i propri studi sul “Fenomeno dei Rapimenti Alieni“.

Tale colloquio era stato inizialmente documentato e filmato per essere inserito nel documentario “Dalai Lama Renaissance“, (Wakan Films e Khashyar Darvich, 2007), ma in post-produzione gli autori decisero di non includere tale sequenza. In un’intervista successiva rilasciata da John E. Mack, venne riportata una traccia di questo eccezionale incontro. Infatti, quanto espresso dal Dalai Lama, poneva nuova luce su un concetto fondamentale, la presenza di altre “Forme di Vita nel Cosmo“, ma allo stesso tempo indicava pure una strada da seguire, un percorso tendente alla ricerca della purezza del cuore e delle emozioni, una via di incontro e una lezione di umiltà per saper accogliere ciò che, apparentemente, sembra diverso, considerandolo uguale a noi.  A questo proposito, nel maggio del 2013, durante un meeting tenutosi all’Università di Portland (Oregon, USA) intitolato “Universal Responsibility and the Inner Environment“, il Dalai Lama, ospite dell’evento, entrò nell’argomento ricordando come “Siamo tutti Uno“, perché tutti gli uomini e ogni essere vivente possiedono dentro di sé una “Scintilla Divina“, dove è la paura di sentirsi diversi dagli altri ad ingenerare in noi la distanza interiore ed umana all’origine del disagio. Ampliando questo concetto, il Dalai Lama propose un semplice esempio: “come percepiremmo Esseri provenienti da Altri Mondi se li trovassimo davanti a noi? La diversità provocherebbe in noi paura!

La diversa natura di questi “Esseri“, rispetto alla nostra, genererebbe distanza tra le due realtà trasformandosi ben presto in terrore. A quel punto, il Dalai Lama tenne a precisare che, se un tale incontro si fosse un domani verificato, avremmo dovuto pensare a come accoglierli e considerarli “uguali a noi”. Sempre nel Tanshur, nel secondo capitolo, il Citralakshana, si legge: “Quando la sua compattezza si dissolse, l’Uovo Cosmico Dorato eliminò le Tenebre e tutto nacque dall’Acqua. Da quell’Uovo Dorato uscì il progenitore della Terra.” L’Uovo Cosmico ricorre frequentemente nelle leggende tibetane, una delle quali dice: “Dall’Essere increato emanò una luce bianca e dall’essenza di questa luce uscì un Uovo formato: era luminoso all’esterno, era perfetto. Non aveva né mani né piedi eppure possedeva l’energia che lo faceva muovere. Non ali eppure volava. Non aveva né capo né bocca, non aveva occhi, eppure da lui usciva una voce. Dopo cinque mesi, l’Uovo prodigioso si aprì e ne venne fuori un Uomo…” Persino le tradizioni risalenti alla cultura cinese Liao, raccontano come il nostro Mondo sarebbe uscito da un Uovo, dopo che i Primi Uomini, arrivarono sulla Terra dentro: “Uova di colore rosso dorato”, simili nell’aspetto a “grandi sacchi gialli”, che le cronache del periodo concordano nel descriverli muniti di sei zampe, quattro ali, nonché privi di occhi e di volto.[1]

È evidente quanto il concetto mitico dell’Uovo Cosmico fosse un tema centrale in tutte le mitologie, tanto che in una delle più arcaiche preghiere contenute nel “Libro dei Morti” dell’Antico Egitto, gli oranti recitavano le seguenti parole: “Uovo dei Mondi, esaudiscimi. Io sono Horo, [vivente] da milioni di anni. Sono il Signore e padrone del Trono, liberato dal Male, attraverso i tempi e gli Spazi che sono infiniti.” Pure ne “l’Inno dell’Origine delle Cose“, interno al Rigveda, la raccolta dei miti sacrificali indiani più arcaici, era riconoscibile il motivo dell’Uovo Cosmico: “Allora non c’erano né il Non-Essere né l’Essere, non c’era l’Aria, né c’era, più in alto, il Cielo… Aleggiava, ai primordi, non portato dal vento, Colui oltre il quale non c’era nessun altro. La notte era tutta coperta dalle Tenebre, un Oceano senza Luce perduto nella notte. Allora si fece quant’era celato nel Guscio, quello che nacque dalla vampa dell’intenso raggiare. Che cos’era quaggiù e che cosa lassù, quando tesero di traverso il loro nastro di misurazione? Chi ha saputo l’Origine della Creazione? Da li sono giunti gli Dèi in questo Mondo. Chi dirà mai da dove sono scesi?” Il “Guscio nel quale si celava la Forza Vitale” si trovava nello “Spazio privo di Aria”, dove non esisteva “il Cielo”, ove nacque, attraverso “la vampa dell’intenso raggiare, colui il quale non c’era nessun altro“: una perfetta descrizione del Big Bang o delle origini dell’Universo!

Persino tra gli indios Chibcha, che vivono sugli altipiani andini della Colombia orientale, il cronachista spagnolo Pedro Simon, riportò questa testimonianza antica: “Era notte. Non esisteva ancora nulla del Mondo. La Luce era racchiusa in un grande ‘Qualcosa come una Casa’ e uscì di là. Questo ‘Qualcosa come una Casa’ conteneva in sé la Luce, affinché ne potesse erompere. Le cose incominciarono a essere nello splendore che essa diffondeva…” Una perfetta descrizione della nascita di una Stella. Altre volte l’ingegnosità con la quale i cronisti arcaici descrissero l’inimmaginabile, lascia ancor più sbalorditi, perché è impressionante, ad esempio, la metafora ove seppero rendere l’idea della più piccola parte degli “Elementi“, l’Atomo, così descritto sempre nel Tanshur: “Otto Atomi formano la punta d’un capello, così ci insegnano. Conoscendo questa misura, si arriva alla proporzione che la cima d’un capello equivale a otto lendini. Otto lendini insieme sono grandi quanto un pidocchio e otto pidocchi insieme sono grandi, così ci spiegano, quanto un chicco d’orzo.”[2] I Miti, pertanto, assursero a perfetta metafora per descrivere contesti così lontani nel Tempo e nello Spazio. In quelli presenti nel Buddhismo Tibetano comparve, inoltre, la figura del “Grande Maestro”, chiamato Padmasambhava (o anche U-Rgyan Pad-Ma). Egli era disceso dal Cielo portando con sé scritti redatti in una lingua sconosciuta e indecifrabile, e che poi nascose in certe grotte al fine di conservarli per il tempo in cui sarebbero stati compresi.

Durante il soggiorno in terra il “Grande Maestro” si scelse un discepolo prediletto, Pagur Vaircana, e lo autorizzò a tradurre, una volta risalito nell’empireo, alcuni dei libri scritti nel linguaggio misterioso. Ancora oggi esistono testi tibetani scritti con un idioma che nessuno è in grado di decifrare, ed è pure grazie a questi retaggi se i miti si elevarono legittimamente al rango di “antiche realtà“. Il discepolo prediletto descrisse addirittura l’ascesa del “Grande Maestro” con una tale efficacia da meritarsi un elogio: “Nel Cielo comparvero una nuvola ed un arcobaleno, che si avvicinò di molto. Fra le nubi c’era un Cavallo d’oro e d’argento… Tutti quanti poterono vedere come egli andava incontro a loro (gli Dèi), alzandosi nell’aria. Quando il Cavallo si era già levato di un cubito al di sopra della terra, Padmasambhava si volse. ‘Mi cercherete ma la ricerca non avrà mai fine’. Disse. E poi si allontanò sempre di più. Il Re e coloro che lo circondavano erano come pesci sulla sabbia… guardarono in alto e videro che Padmasambhava sembrava non più grande di un corvo; quando levarono nuovamente gli occhi era piccolo come un tordo, poco dopo soltanto quanto una mosca e infine lo distinguevano a malapena, minuscolo simile a un uovo di pidocchio. Poi levarono lo sguardo per l’ultima volta e non lo scorsero più.”

Più volte abbiamo visto i Miti assomigliarsi in ogni parte del Mondo, questo a dimostrazione di una base comune e che poi si è differenziata attraverso la commistione delle diverse culture, ovviamente dove quella stessa storia si è successivamente sviluppata, proponendo delle ulteriori varianti, spesso pure del tutto snaturate dall’originale. Persino nel caso di questo ultimo mito tibetano, le analogie con la descrizione dei “voli cosmici” risulta ravvisabile anche in quelli biblici di Etana, Ezechiele, Esdra, Elia, perché pure nella Bibbia (ovviamente) si menziona una salita nel Cielo su di un “Carro tirato da Cavalli“, dove lo stesso Elia fu definito “Maestro”, analogamente al mito tibetano, e nel quale un suo discepolo prediletto, Eliseo, vide: “Ecco un Carro di Fuoco e dei Cavalli di Fuoco che li separarono l’uno dall’altro, ed Elia salì al Cielo in un turbine. Ed Eliseo lo vide e si mise a gridare: Padre mio, padre mio! … Poi non lo vide più… e raccolse il mantello ch’era caduto di dosso ad Elia, tornò indietro e si fermò sulla riva del Giordano.” (2 Re, 2, 11-14)


[1] Tale descrizione non è poi dissimile dal mito norrenno di Sleipnir, il Cavallo di Odino. Di color grigio, dotato di otto zampe, era ritenuto il miglior Cavallo esistente, il più veloce. Si pensa fosse in grado di cavalcare il Cielo e le Acque, e anche attraverso gli Altri Mondi. Il suo nome significa “Colui che scivola rapidamente“, e secondo alcune fonti Sleipnir portava delle rune incise sui denti.

[2] Naturalmente non bastano otto Atomi per formare la punta d’un capello, però a nostro giudizio il narratore ebbe un’idea geniale per descrivere la più microscopica di tutte le cose, esemplificando meglio il concetto con l’aggiunta che otto pidocchi, messi insieme, sono grossi quanto un chicco d’orzo.