“Il Taccuino Bianco del Poeta – Parte IV”

[“La Danza delle Ore“, dipinto di Gaetano Previati. 1852-1920]

I

Affonda la mano nella melma.

Trafigge un raggio di Sole
tra urla soffocate, lacerate
da sibili di serpi velenose.

Il verde delle piante è finto,
e spreme clorofilla il vento.
Assurdamente nuda è la veste,
e sinuosa segue la corrente.

Lontani i soldati s’ammassano
nelle trincee scavate malamente.
La guerra è truce verità
d’attimi falsificati dalla storia.

Il soldato avanza tra i cadaveri,
moribondi, i superstiti, s’aggirano
come larve parassite sui viventi.

La Natura è meschina,
di fronte alle sue debolezze,
e l’Uomo un codardo,
davanti alle sue atrocità.

*

II

Socchiudo gli occhi, e vedo
luce ritrarsi tra gli abissi
di un Cosmo inesplorato.

Goccia dopo goccia,
la pioggia cade dal Cielo,
e s’infrange coraggiosa
contro le rocce aguzze.

Rivoli si fiondano, giù
per la vallata ripida,
come Galassie danzanti
lontane Anni Luce.

Che cosa sono?
“Un povero pezzo di carne.”
E chi sono io?
“Un pezzo di Eternità cosciente.”

*

III

Non cadono invano lacrime,
mentre Venere si specchia,
ammirando la sua pelle nera.

Un uomo urla, mentre il vento
ulula feroce come un lupo,
e il grappolo d’uva scuote,
tra le foglie e i rami ricurvi.

Bacco versa del rosso vino,
Eros prepara frecce da scoccare,
Mercurio levita con i suoi calzari
e Marte, lascia cadere la sua tunica.

L’Empireo è assai lontano,
e l’Estasi sopraggiunge fulminea
in quelle terre lussureggianti,
traboccanti di passione.

*

IV

Un branco di cani abbaia
lontano, sul calar della sera,
mentre le ultime rondini
volano, simili a frecce,
nel limpido cielo.

Il Tempio è ormai in rovina.
Le pietre stanche dal tempo,
non osano nemmeno più
raccontare, epiche storie.

Nel mentre un rospo, sguazza
nello stagno immoto, una mosca
vola tra una merda e l’altra;
un biacco si aggira, furtivo,
tra i cespugli degli argini.

E il fiume silenzioso scorre,
quieto e lento, come solo lui
sa fare da tempi immemori.

*

V

Poi c’era lei, Roma, che
tra i suoi sterminati confini
osservava albe e tramonti.

La, fieri rapaci, assetati
di sangue ribollente,
ardevano di passioni,
di sesso e di potere.

Nelle opulenze ostentate
in porpora di seta preziosa,
e i calici di gloria innalzati,
tra i fumi e i fuochi di Vesta.

La Città, magmatica eruttava
tutta la sua grandiosa ferocia,
e sulla pietra incideva il proprio
futuro, di “un Mondo in divenire“.

Poi, la Sacra Lupa, nascosta
famelica attendeva l’ora,
e un grido riecheggiava
nel silenzio dei marmi:
L’Imperatore è morto!”

*

VI

Nulla non pretendere,
se non sai quello che cerchi.
Nulla non chiedere,
se non sei sicuro di niente.

*

VII

Siderei immoti spazi
soffusi di nebule variopinte,
si dipanano per distanze
abnormi e senza fine.

La fioca luce delle Stelle,
tremola di paure infinite,
tra ammassi e filamenti
intrisi di plasma perenne.

Buchi Neri affamatissimi
fagocitano Materia, sospinti
da cupe “Forze” misteriose
e silenti in oscuro Spazio.

E fra ghirlande di Galassie,
la Vita errabonda scorre
invisibile, sino ai confini
dell’ignoto conosciuto.

*

VIII

Non pretendere dagli Dèi,
pegno alcuno, perché
mai ti daranno soccorso.

E non aspettarti nulla
dai tuoi stessi simili, essi
faranno sempre in modo
di ottenere più del dovuto.

Qui, non vige alcuna legge
che rispecchi i “Sacri Dettami“,
poiché questo pianeta è solo
uno squallido bordello.

*

IX

Eppur si muove“,
la lampada maestosa
nella grande cattedrale.
Lo scienziato, lì, aguzzò
l’ingegno, e intravide
la grandiosa opera.

Come un’alchimista,
d’altri tempi andati,
osservava le regole
di siffatta Natura.

E non contento, volse
fieramente il suo sguardo
verso il “Re dei Giganti“,
e intravide delle perle
ruotargli attorno.

Poi propugnò esser
il Sole, a star fermo
al centro, (e la Terra
ruotargli attorno).

Egli, oltretutto astrologo,
e di fama, soleva affermare:
«Non basta guardare,
occorre guardare con occhi
che vogliono vedere, e
credono in quello che vedono.
»

Ma la Scienza dell’epoca,
era Fede cieca e oscura:
ben presto arrivarono
il processo, l’abiura,
la condanna, la cecità.

Lo scienziato scomparve,
la sua rivoluzione divampò.

*

X

Sferzante è l’aria di Settembre,
il cielo turchino acceca, e il Sole
dardeggia radiazioni ovunque.

Nuvole s’inseguono nel vento
vergate di scrosci di pioggia,
e l’Estate volge al termine
in quella serena malinconia.

Le prime foglie cadono,
gli ultimi fiori appassiscono,
gli uccelli migratori fuggono
e gli eterni amori finiscono.

L’Autunno ci attende al varco
con i primi freschi taglienti, e
le giornate sempre più strette
ci conducono verso il letargo.

Settembre ha delle giornate
così meravigliose, che quasi
vorremmo non finissero mai.

*

XI

La stanchezza sopraggiunge,
muti pensieri si accavallano,
persino le parole finiscono.

Se ne andranno anche loro,
le luminose Stelle Comete.
Ed io resterò qui solo.

*

XII

Un ultimo respiro
si unirà al vento:
in quel momento
non trattenete,
lasciatevi andare,
là, dove nessuno è
mai ritornato
.”

Tempeste e uragani
si dissolveranno,
oltre l’orizzonte,
eco di una gloriosa
passata memoria.

I nostri corpi
si dischiuderanno
come le crisalidi,
e le nostre anime
saliranno al cielo
come pie farfalle.


Troverete così la pace,
negli infiniti spazi.
Morirete per vivere,
e la vostra nuova dimora
sarà l’abisso universale.