“Antichi Astronauti e Città degli Dèi” [2]

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Scendendo lungo l’immensa cordigliera delle Ande[1] si arriva a Cuzco[2], nel Perù, capitale del fiorente impero degli Inca, un reticolo di strade convergenti verso la piazza centrale. Due linee contrassegnavano i quattro quartieri con le principali strutture cerimoniali come l’Hatunrumyoc, Palazzo dell’Inca Roca, e il Coricancha o Recinto d’Oro, entrambi formati da poderosi blocchi poligonali, tra cui la famosa “pietra dei dodici angoli”, nei cui interstizi non penetra nemmeno uno spillo. Il Coricancha, nel centro cittadino, era un grande Tempio dedicato al Culto del Sole costruito a sua volta sopra un altro antico luogo di culto, inglobato, poi, nella cinquecentesca chiesa di Santo Domingo; quando una violenta scossa di terremoto rase al suolo la chiesa nel Novecento, le fondamenta della struttura originaria rimasero perfettamente intatte. Fulcro di questo complesso è il Cuzco Cara Urumi, “l’Ombelico della Terra non ancora scoperto”, un ottagono di pietra posto al centro del cortile interno, che in passato conteneva la barra d’oro donata da Viracocha agli uomini perché la conficcassero come pietra angolare geodetica. Dorate, si racconta, dovevano essere le mura del Tempio, mentre campeggiava sopra un grande altare con l’effigie del Sole, fiancheggiata dalle mummie di tutti i monarchi Inca. Dalla cima del Pachatusan[3], la “Trave Incrociata dell’Universo”, compariva il solstizio estivo e l’intera valle di Cuzco era disseminata di gnomoni litici con la medesima funzione. Ed in questo complesso, il Coricancha era stato concepito come un immenso osservatorio stellare con edifici sacri a forma di piramide tronca, dove si osservava e venerava la Luna, gli astri, Venere e le Pleiadi, ma anche i fenomeni atmosferici, etc.

E che dire di Machu Picchu, il Vecchio Picco, la poderosa metropoli incaica scoperta dall’archeologo americano Hiram Bingham nel 1911, sospesa a 2450 metri sul versante orientale della Cordigliera del Vilcabamba? La collina, quasi a forma piramidale posta al centro dell’insediamento, è quasi sicuramente in parte artificiale, tanto che alcune leggende amazzoniche raccolte dal giornalista tedesco Karl Brugger negli anni ’70, e riportate per esteso nel suo libro “La Cronaca di Akakor”, raccontavano di “Divinità Stellari” discese in Brasile e si spinsero poi in Perù per costruire questo meraviglioso insediamento. In cima alla città troviamo un recinto con il celebre Intihuatana, il “Luogo dove si lega il Sole”, un altare litico con uno gnomone tetraedrico il quale seguiva il percorso solare. Alla base della scala d’accesso all’Intihuatana compare, invece, il “Tempio Principale e il Tempio delle Tre Finestre“, due edifici di culto antichissimi, che gli Incas ereditarono, si dice, insieme ad una grotta sacra intagliata nella pietra, mentre la funzione astronomica dell’intera metropoli è sottolineata da un’abbondanza di corrispondenze celesti effigiate da: le Pleiadi, la Croce del Sud, il Triangolo Estivo (formato dagli astri Deneb nel Cigno, Altair dell’Aquila e Vega nella Lyra, etc.).[4]

Altro mistero insondabile sono le rovine di Sacsayhuaman, a nord di Cuzco, dove una serie di gigantesche mura megalitiche alte in totale 15 metri, formate da blocchi poligonali di pietra che sfiorano le quattrocento tonnellate, ne costituiscono il complesso. Lo stesso Garcilaso Inca de la Vega[5], autorevole voce della storia andina, già nel 1600 definiva Sacsayhuaman “frutto di un incantesimo” sorto da immensi blocchi di pietra “che sembrano più pezzi di montagne che non pietre da costruzione”; più di tremila Incas, volendone riprodurre la tecnica costruttiva, si racconta perirono sotto un masso pesantissimo issato da ventimila uomini e sfuggito al loro controllo; singolare che Sacsayhuaman significhi “Falco soddisfatto”, proprio come Horus, il Divino Falco egizio… E poi c’è il mistero più grande di tutti: la Piana di Nazca. Situata nell’entroterra peruviano, questa brulla pianura è costellata da una serie incredibile di immensi disegni di varia specie. In gran parte vi sono raffigurati animali e forme geometriche, compiute, forse, da quella che è stata definita la “Cultura di Nazca”, prosperata in quei luoghi attorno al II secolo a.C. Il sito da decenni è oggetto di un costante studio da parte dei ricercatori, ancora intenti a svelarne non solo i suoi segreti ma soprattutto la sua funzione. Tra i ricercatori più importanti si ricorda l’ormai scomparsa Maria Reiche, (1903-1998) matematica e archeologa tedesca, divenuta famosa per le sue ricerche proprio sulle linee. Dopo essersi trasferita in Perù entrò in contatto con l’astronomo americano Paul Kosok, già attivo a Nazca, e da allora decise di rimanere a vivere in quei luoghi per proseguire le sue ricerche.

«Ci insegnano che l’intera idea che abbiamo sui popoli dell’antichità è sbagliata, che qui in Perù c’era una civiltà progredita, e aveva una comprensione avanzata della matematica e dell’astronomia, una civiltà di artisti che espressero qualcosa di unico sullo spirito umano perché fosse compreso dalle generazioni future

Molte di quelle raffigurazioni apparentemente senza senso logico sono legate alla rappresentazione del Cielo di 2000 anni fa, e secondo la Reiche, l’enorme Scimmia con la coda arrotolata, puntava verso il tramonto della stella Alkaid (Benetnasch) all’estremità dell’Orsa Maggiore, mentre il Ragno è l’immagine stessa di Orione, visto di fianco a quelle latitudini, mentre una linea perpendicolare che interseca il disegno, indicava la discesa della Costellazione nell’emisfero celeste. Pure l’astronoma Phyllis Pitluga dell’Adler Planetarium di Chicago, durante il XV Congresso annuale della Società per l’Esplorazione Scientifica nel 1996, confermò le intuizioni della Reiche, mostrando quanto i segni della Piana di Nazca incarnino le Costellazioni che circondano la Via Lattea, comprese, addirittura, alcune oscure nebulose. Con l’ausilio di diversi programmi astronomici si è potuto stabilire come migliaia di anni fa, il Ragno, dopo essere stato impresso sul terreno, con una linea sinuosa sotto la sua zampa posteriore, venne creato per raffigurare il fiume Eridanus, così le altre Costellazioni, con i loro corrispettivi sul terreno sono anche: il Canis Major, la Lucertola, Cetus (la Balena), il Triangolo Meridionale, l’Ottante, la Bussola, l’Unicorno (il Condor dalle ali spiegate), i Gemelli, il Cancro (il Colibrì), e infine la Lince (l’Alcatraz). A sud-ovest di Nazca, inoltre, si trova la metropoli di Cahuaci, abitata da sconosciuti individui anteriormente al 2000 a.C., sorprendentemente edificata su “colline sacre” come già accaduto per il Messico e l’Egitto, sulle quali troneggiano una serie di Piramidi ancora sconosciute…

Infine, arriviamo a Tiahuanaco (o Tiwanaku), in Bolivia. Importante quanto mai enigmatica civiltà precolombiana, il cui territorio si estendeva attorno alle frontiere degli attuali stati di Bolivia, Perù e Cile. Situata nei pressi della sponda sud-orientale del lago Titicaca e a quasi 72 km a ovest di La Paz, sede del governo della Bolivia (la capitale formale dello Stato è Sucre), alcune ipotesi sul nome affermano derivi dall’aymara Taypikala. Tiahuanaco è molto più grande di quel che si è scoperto finora[6], infatti una recente missione archeologica ha svelato come dietro a questa città antica, si nascondono ancora moltissimi resti da riportare alla luce, specie a fronte di analisi topografiche e agli elementi raccolti grazie ai satelliti e il volo dei droni. A quanto sembra, ci sono da disseppellire due piattaforme che potrebbero essere collegabili ad una Piramide e una grande piazza, dimostrando come l’area già conosciuta di Puma Punku, non sia solo limitata alla presenza di una Piramide, ma ci sia stato un vero e proprio insediamento esteso su un’ampiezza di almeno quattordici ettari. Oltre a queste strutture, si ipotizza che sepolte nel terreno, si trovi pure un ulteriore Tempio ed un ingegnoso sistema di canali di irrigazione. Si dice che Tiahuanaco sia sorta attorno al 1580 avanti Cristo, e la fine della città avvenne nel 1187 dopo Cristo, per ignoti motivi.

Alcune leggende degli indios Aymara, disquisendo su questo insediamento, – e che ricordiamo si trova a quasi 4.000 metri sulle Ande boliviane -, affermano sia apparsa in una sola notte ad opera di una “Razza di Giganti“, molto tempo prima dell’avvento degli Incas. Del resto, le datazioni ufficiali si sono spesso contraddette perché sui fregi dei monumenti della città, furono scolpiti animali estinti dodicimila anni fa, mentre un’accurata ricerca dell’ex direttore nazionale dell’archeologia boliviana, Oswaldo Rivera, aveva identificato un orologio precessionale ancora funzionante sin dal 9000 a.C. Sul complesso domina la Piramide a tre gradini Akapana, alta 18 metri e orientata ai quattro punti cardinali e che appoggia su di una base, sempre piramidale, con l’estremità inferiore diretta ad est e la sommità ad ovest; in cima, invece, si trovano i resti di un antico pozzo cruciforme collegato ad un sistema di chiuse interne ove scorreva dell’acqua. Proprio di fronte, una scalinata porta al suggestivo Kalasasaya, un grande recinto di arenaria rossa la quale contorna una costruzione sorvegliata da statue monolitiche di andesite grigia. Ma ciò che domina nel Kalasasaya, è la meravigliosa Puerta del Sol, ricavata da un masso di andesite di 45 tonnellate, sul fregio centrale orientato ad est, spicca la figura di Viracocha con una criniera formata da 19 “raggi lunari“, rappresentante secondo l’archeologo William Sullivan, il “Ciclo Metonico della Luna“[7] e i suoi “solstizi”.

Viracocha (o Con Tiqui Viracocha) era una delle principali divinità Incas, considerato come lo “Splendore Originario o Il Signore, e il Maestro del Mondo“. Si pensa sia stato una rielaborazione della prima divinità degli antichi Tiwanaku (il “Dio dei Bastoni“), potestà antichissima venerata da diverse civiltà precolombiane, con il suo culto attestato già a partire dal 2250 a.C. Nel corso del tempo, questa figura fu assimilata e rielaborata in molte delle culture andine risultando una tra le più importanti, oltre al fatto che si narra fosse sorto dalle acque e avesse creato il Cielo e la Terra. Secondo diversi miti, egli non avrebbe creato solo gli umani ma li avrebbe distrutti per ricrearli dalla roccia e gettarli ai “Quattro Angoli del Mondo” (similmente accade nel mito greco di Deucalione e Pirra[8]), e dopo aver insegnato agli uomini a sopravvivere, avrebbe preso il suo mantello, ne avrebbe fatto una barca e sarebbe salpato per l’Oceano Pacifico. Viracocha, similmente ad altri Dèi, era una divinità nomade e aveva un compagno alato, l’uccello Inti, una specie di pennuto magico, conoscitore del presente e del futuro (come l’Horus egizio), e veniva sovente descritto molto alto, dalle fattezze quasi gigantesche, con la pelle chiara, gli occhi azzurri, alto di statura con capigliatura e barba bionde o bianche, con indosso una lunga tunica bianca e con una cintura alla vita.

«A Viracocha, potere di tutto ciò che esiste, sia esso maschio o femmina | Santo, Signore, creatore della luce nascente. Chi sei? Dove sei? | Non potrei vederti? Nel Mondo di sopra, nel Mondo di sotto? | Da qual mai lato del Mondo si trova il tuo trono possente? | Dall’Oceano Celeste o dai mari terrestri, dove abiti? | Pachacamac, Creatore dell’Uomo, Signore i tuoi servitori, | con i loro occhi macchiati, desiderano vederti… | Il Sole, la Luna, il giorno, la notte, l’estate, l’inverno, non sono liberi | Ricevono i tuoi ordini, ricevono le tue istruzioni. | Vengono verso ciò che è stato già misurato… | Dove ed a chi tu hai già inviato lo scettro brillante? | Con una bocca rallegrata, con una lingua rallegrata, | di giorno e di notte tu chiamerai. Digiunando tu canterai con voce di usignolo | E forse nella nostra gioia, nella nostra buona fortuna, | da non importa quale angolo del Mondo, | il Creatore dell’Uomo, il Signore onnipresente ti ascolterà… | Creatore del Mondo di sopra, creatore del Mondo di sotto, del vasto oceano. | Vincitore di tutte le guerre, dove sei? Che dici? Parla, vieni. | Vero di sopra. Vero di sotto. Signore modellatore del Mondo, | potere di tutto ciò che esiste, solo Creatore dell’Uomo, | dieci volte io ti adorerò con i miei occhi macchiati. Quale splendore! Mi prostrerò al tuo cospetto. | Guardami signore, fa attenzione a me! E voi fiumi, e voi uccelli, datemi la vostra forza e tutto ciò che potete, | aiutatemi a gridare con le vostre gole, con i vostri desideri e, | ricordandoci di tutto, rallegriamoci, siamo felici. E così, euforici, partiremo.» (Preghiera Inca a Viracocha)

Come non notare una certa somiglianza di questa bellissima invocazione con l’altrettanto meraviglioso “Inno ad Aton” composto dal faraone egizio, Akhenaton o Amenofi IV. Tiahuanaco esalta la sua figura in ogni dove, simbolo della resurrezione umana nei “Mondi Celesti“, similmente a l’Osiride egizio e il Krisna indiano o il Cristo giudaico-cristiano. Di fronte al Kalasasaya c’è il Tempio semi-sotterraneo, sempre con il barbuto Viracocha rappresentato sopra una stele di arenaria, contornata ai fianchi dal simbolo del Serpente, mentre i muri della struttura presentano volti umani dalle inusuali fattezze, alcuni somiglianti all’Uomo-Pesce di Lepensky Vir, sul Danubio. Oltre il complesso giace un ulteriore Piramide, il Puma Punku o “Porta del Leone”, che richiama una sorta di “passaggio stellare” legato all’omonima Costellazione, così in Egitto aveva incarnato la Sfinge a Giza. Pietre sparpagliate nel sito pesano anche 200 tonnellate (la più pesante arriva persino a 447), e i giganteschi blocchi litici sono uniti da giunti metallici con una funzione, quasi sicuramente antisismica, in foggia di Tau, tecnica presente in molte strutture sull’intero pianeta, colati fusi nell’incavo e composti da leghe disparate tra cui è stato rinvenuto persino il nickel, inesistente in Bolivia, almeno per quei tempi così arcaici.

Questo straordinario sito archeologico dista solo 16 km dall’immenso lago Titicaca, enorme distesa d’acqua navigabile e che lambiva la metropoli boliviana durante l’Era Terziaria, come dimostrano gli ormeggi delle imbarcazioni presenti ancora sul posto; un profondo sconvolgimento mutò sicuramente la geografia dell’area circa 15.000 anni fa, donandogli poi l’attuale conformazione. Mistero nel mistero, questo lago raggiunge una profondità di circa 300 metri, richiama nella lingua aymara, “Titi”, il Puma o Leone (animale sacro a Viracocha) e “Kaka”, il colore Oro. All’interno del lago si trova pure l’Isola del Sole (con la corrispettiva Isola della Luna) e si dice fosse abitata dai “Risplendenti” e che conserva lo “Scoglio del Leone”, un santuario terrazzato orientato agli equinozi, posto a strapiombo sulla scogliera. Si racconta come gli Incas, eredi di quei lontani progenitori, costruirono quest’opera a ricordo della lontana Era mitica in cui Viracocha fece sorgere con il Logos, l’attuale Mondo. Un altro luogo enigmatico è l’isola di Suriqui, dove i suoi abitanti ancora oggi intrecciano a mano, con giunchi di totora, imbarcazioni con la prua rialzata identiche alle “barche solari egizie” e atte alla navigazione in mare aperto…


[1] La Cordigliera delle Ande (in spagnolo Cordillera de los Andes) è un’importante catena montuosa dell’America meridionale, situata nella parte più occidentale del continente. Con i suoi 7200 km di lunghezza (dall’istmo di Panama, a nord, fino a Capo Horn, a sud) è considerata la catena montuosa più lunga del pianeta. La sua larghezza media è di 240 km, toccando nel punto più esteso i 500 km (fra il 18º e il 20º parallelo sud), mentre l’altezza media è di circa 4000 m. Le Ande attraversano sette stati dell’America meridionale: Argentina, Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador, Perù e Venezuela, alcuni dei quali sono noti come Paesi Andini.

[2] Il toponimo originale della città era Qosqo o Qusqu (in quechua). Per la tradizione significa centro, ombelico, cintura, infatti secondo la mitologia Inca in esso confluiva il “Mondo degli Inferi” (Uku Pacha), il “Mondo Visibile” (Kay Pacha), e il “Mondo Superiore” (Hanan Pacha); per questo motivo la città fu ed è chiamata “l’Ombelico del Mondo” (inteso in quanto Universo). All’arrivo dei conquistadores spagnoli, il suo nome si trasformò in Cusco, come appare nelle mappe dei secoli XVI, XVII e XVIII, mentre in alcune mappe del XIX e XX secolo (almeno fino al 1976) il suo nome appare scritto Cuzco.

[3] Il Pachatusan è una montagna a nord-est della città di Cusco nelle Ande del Perù, a circa 4.842 metri di altezza. Si trova nella regione di Cuzco, nella provincia di Calca, nel distretto di San Salvador, nella provincia di Cuzco, nei distretti di San Jerónimo e Saylla e nella provincia di Quispicanchi, nel distretto di Oropesa. Si trova sulla riva occidentale del fiume Vilcanota, accanto alla montagna Huaypun nel sud-est. Sul Pachatusan si trova anche il Santuario di San Salvador chiamato Señor de Huanca. Dalla popolazione locale è venerato come Apu.

[4] La Via Lattea, per gli Incas, era il serpeggiante fiume Vilcamayu.

[5] Garcilaso Inca de la Vega, il cui nome di battesimo era Gómez Suárez de Figueroa (Cusco, 1539 – Cordova, 1616), è stato uno scrittore peruviano. Soprannominato El Inca, fu uno dei primi meticci del Nuovo Mondo, e come scrittore si occupò prevalentemente di tematiche riguardanti il popolo Inca. Era il figlio del conquistador spagnolo Sebastián Garcilaso de la Vega y Vargas e della principessa inca Isabel Suárez Chimpu Ocllo, discendente del potente sovrano inca, Huayna Cápac. In quanto parlante nativo quechua nato a Cuzco, De la Vega scrisse resoconti della vita Incas, della storia del popolo e della conquista ad opera degli spagnoli.

[6] Uno studio condotto dall’UNESCO ha dimostrato, grazie all’ausilio di immagini satellitari e droni, come essa abbia una superficie almeno doppia rispetto a quella finora nota.

[7] Il tempo che intercorre tra una fase del satellite e il ritorno in una determinata data solare.

[8] Pirra (in greco antico Πύρρα) è una figura della mitologia greca, era figlia di Epimeteo e di Pandora, e moglie di Deucalione. Deucalione (in greco antico: Δευκαλίων, Deukalíōn) fu, invece, un personaggio della mitologia greca, figlio del titano Prometeo e di Climene; in altre versioni è figlio di Celeno. Quando Zeus decise di “porre fine all’Età dell’Oro con il Grande Diluvio“, Deucalione e Pirra furono gli unici sopravvissuti, grazie all’Arca che Prometeo, padre di Deucalione, aveva suggerito al figlio di costruire (narrato nel mito biblico di Noè). Alla fine del Diluvio si arenarono sul Monte Parnaso, l’unico luogo risparmiato dall’inondazione. Deucalione, ritornato sulla terraferma, chiese all’Oracolo di Temi come ripopolare il Mondo, gli fu detto, perciò, di lanciare le ossa di sua madre dietro le spalle. Deucalione e Pirra capirono che la madre era Gea, la “Madre di tutti i Viventi“, e le ossa fossero le pietre; lanciarono perciò sassi alle loro spalle che presto iniziarono a cambiare forma, trasformandosi così in Esseri Umani.