“I Pilastri del Cielo e della Terra”

PIANETABABILONESESABEOLATINOFRANCESETEDESCOINGLESE
SoleSamasSamasSolDominusSoleSole
LunaSinSinLunaLunaLunaLuna
MercurioNabuNabuMercuriusMercuriusWotanWoden
VenereIstarBeltisVenusVenusFreiaFrigg
MarteNergalNergalMarsMarsZivisZio
GioveMardukBelJuppiterJuppiterThorThor
SaturnoNinibCronosSaturnusSaturnSaturnSaturn

I Mistici ebraici identificarono i “Sette Pilastri della Saggezza” con i “Sette Giorni della Creazione“, i “Sette Giorni della Settimana“, così come quasi sicuramente anche il “Sistema Astrologico” si collegò da quel momento con uno specifico “Corpo Celeste“. Tali abbinamenti sono di origine quasi sicuramente babilonese, nonostante durante l’Età Ellenistica vennero apportate modifiche e ulteriori migliorie, a cominciare da quelle di Aristotele, il quale assegnava il pianeta del mercoledì a Ermes o Apollo; quello del martedì ad Ares (Marte) o Eracle, quest’ultimo divinità di migliore auspicio del primo; venerdì ad Afrodite, oppure a Era, corrispondente più da vicino alla regina del cielo babilonese Istar. A questi si devono aggiungere i “Sette Alberi Sacri del Bosco” (specie in Irlanda, o comunque della cultura celtica), e che sono: la Betulla, il Salice, l’Agrifoglio, il Nocciolo, la Quercia, il Melo e l’Ontano. Pure questa sequenza vale per i giorni della settimana, giacché l’Ontano veniva associato a Saturno (Bran), il Melo alla Dèa dell’Amore Venere-Freia, la Quercia al Dio del Tuono Giove-Thor, il Salice alla Luna (Circe o Ecate), l’Agrifoglio a Marte, Dio della Guerra dal volto scarlatto, la Betulla, invece, apriva la settimana essendo associata al Sole. L’Albero del mercoledì, sacro al Dio dell’Eloquenza, dovrebbe essere il Frassino di Woden (nonostante per gli irlandesi fosse il Nocciolo).

SoleDomenicaBetullaB
LunaLunedìSaliceS
MercurioMercoledìNocciolo (o Frassino)C
VenereVenerdìMeloQ
MarteMartedìAgrifoglioT
GioveGiovedìQuerciaD
SaturnoSabatoOntanoF

Un passo del “Libro di Ezechiele” (XLVII, citato nella gnostica “Epistola a Barnaba“, XI, 10) contiene forse un’allusione al “Sacro Bosco“. Infatti, durante una visione, Ezechiele vide le sacre acque di un fiume, fuoriuscire da sotto la soglia della “Casa di Dio” e scorrere verso oriente, piene di pesci, con alberi sulle due rive: “le cui foglie non appassiranno né i frutti saranno consumati, e ove ognuno produrrà nuovi frutti secondo il mese e questo sarà il confine della terra da spartirsi tra le Tribù di Israele, e Giuseppe ne avrà due parti.” Ebbene, si ha un allusione a ben “Tredici” anziché “Dodici Tribù“, quasi che le “Tribù” fossero da intendere come il rispettivo terrestre delle “Tredici Costellazioni dello Zodiaco Celeste“. Tra i tanti frutti prodotti dagli “Alberi Sacri“, uno spicca in particolare, la Mela. La Mela era riconoscibile in quella di Sidone (o Creta), la Mela Cotogna sacra alla Deà dell’Amore Afrodite e coltivata per la prima volta in Europa dai Cretesi. La Mela vera e propria era sconosciuta ancora nella Palestina di epoca biblica, essendovi stata introdotta di recente, quindi è chiaro come tale simbolo sia stato un innesto dapprima Babilonese e poi Ellenico. Il Melo Selvatico cresceva invece sulle sponde meridionali del Mar Nero, da dove provengono gli altri alberi della serie, si trovava inoltre in Macedonia (per l’appunto), dimora originale delle Muse, e in Eubea dove Eracle ricevette la ferita che lo portò nella pira del monte Eta.

Nell’antica Gerusalemme vi era un’arcaica “Festa delle Capanne“, dove i devoti portavano nella mano destra un ‘etrog di Cedro, mentre nella sinistra di Tirso, fatto comunque di rami intrecciati di Palma, Salice e Mirto. Questo ‘etrog non era il frutto originale in quanto era stato introdotto dall’India dopo la cattività babilonese (o forse prima), ed aveva preso il posto della Mela Cotogna, a causa delle sue connotazioni erotiche. La riforma religiosa intercorsa durante l’esilio, si sforzò di recidere il più possibile qualsiasi legame con questa antica religione o pratica orgiastica ancestrale. Questa “Festa” venne probabilmente “ereditata” dagli Ebrei, insieme ad una serie di riti dedicati alla Dèa-Luna, con una serie di prescrizioni attribuite nientemeno che a Mosè. Eppure, in tutto il Mediterraneo, altri “Alberi Sacri” fecero analogamente la loro comparsa, come ad esempio il Mirto, sacro alla Dèa dell’Amore Afrodite, nonostante fosse un “Albero della Morte“. Mirto o Mirtea o Mirtoessa era uno degli epiteti della Dèa, e in quelle raffigurazioni che la mostrano seduta insieme ad Adone all’ombra di un Mirto, immagini da sempre fraintese, ella non stava corteggiando il giovane ma gli prometteva la vita-nella-morte, poiché il Mirto come sempreverde, era segno di resurrezione del defunto. Nel mito greco il Mirto era legato alla morte di un sovrano: Mirtilo, figlio di Ermes (Mercurio), auriga di Enomao re dell’Elide, sfilò i cavicchi dalle ruote del carro del suo signore, provocandone la morte. Pelope, dopo aver sposato la vedova di Enomao, per tutta gratitudine fece precipitare Mirtilo in mare. L’auriga morendo maledisse la stirpe di Pelope e da allora ogni re pelopide fu perseguitato dal suo spettro.

La “Ruota” era la vita del Re, la R, ultima consonante dell’alfabeto, da “estrarre il cavicchio” nell’ultimo mese del suo regno (dicembre). La Stirpe di Pelope ottenne il Trono dell’Elide, tutti i suoi successori trovarono la morte nel mese della R, e Mirtilo divenne la Costellazione settentrionale dell’Auriga. Il Tirso, invece, conteneva tre Alberi, ciascuno dei quali raffigurava un gruppo di cinque lettere calendariali, ossia un terzo dell’anno, oltre alla Palma che rappresentava il giorno (o un periodo di cinque giorni) supplementare (come calcolato pure nel calendario egizio), periodo in cui nasceva il “Nuovo Sole“. Un numero, perciò, assumeva un’importanza primaria nella “Festa“, il 15. I Leviti cantavano quindici salmi del “Canto delle Ascensioni” (attribuito a re David) mentre salivano i quindici gradini che portavano dalla Corte delle Donne alla Corte d’Israele. Il numero 15 compare persino nella struttura architettonica del Palazzo di Re Salomone, detto “della Foresta del Libano“, che era grande più del doppio della “Casa del Signore“. Sorgeva su tre file di pilastri di Cedro, quindici per fila, ed era lungo cinquanta cubiti, alto e largo trenta, con un portico largo trenta cubiti, lungo cinquanta e di altezza ignota, forse dieci cubiti.

Non è difficile stabilire da qui un canone ebraico degli Alberi della Settimana, i Sette Pilastri della Saggezza, etc. Ovviamente dobbiamo fare dei distinguo e dei cambiamenti, a cominciare dalla Betulla che non cresce in Palestina, con il sostituto più probabile con il Retem o la Ginestra Selvatica, l’Albero sotto al quale il profeta Elia si riposò sul monte Horeb (“il monte del calore incandescente“), sacro probabilmente al Sole. Al pari della Betulla veniva usato come scopa per scacciare gli Spiriti Maligni. Il Salice restò tale e al posto dell’Agrifoglio si utilizzò pure la Quercia spinosa o del Chermes, da cui gli antichi ottenevano la tintura scarlatta di esclusivo uso regale. L’attribuzione della Quercia del Chermes a Nergal o Marte è confermata da un passo del “Ramo d’Oro” di Frazer: “I pagani di Harran offrivano al Sole, alla Luna e ai Pianeti vittime umane scelte in base a una supposta somiglianza con i Corpi Celesti cui venivano sacrificati. Ad esempio i sacerdoti, vestiti di rosso e imbrattati di sangue, offrivano un uomo dai capelli e dalle guance rosse al rosso pianeta Marte, in un tempio dipinto di rosso e adorno di drappi rossi.” Il sostituto del Nocciolo era il Mandorlo, Albero da cui Aronne ricavò la sua celebre verga magica. La Menorah, il “Candelabro a Sette Bracci del Santuario del Tempio di Gerusalemme“, aveva i boccioli a forma di mandorle e rappresentava la verga di Aronne che germogliava.

Il profeta Geremia ebbe la visione di questo ramo come garanzia della visione profetica ricevuta da Dio (Geremia, I, 11). I boccioli rappresentavano i “Sette Corpi Celesti della Settimana“, con quello centrale, il quarto, dedicato alla Saggezza il quale da nome a tutti gli altri; il ramo che lo portava formava l’Asta del Candelabro. Al posto della Quercia c’era il Terebinto sacro ad Abramo, al posto del Melo il Melo Cotogno, al posto dell’Ontano, bandito dal sacrificio nel Tempio, il Melograno che fornisce una tintura anch’essa rossa. Il Melograno era l’Albero Sacro di Saul, nonché di Rimmon, nome di Adone dal cui sangue si dice sia sorto. Inoltre, la vittima pasquale veniva infilzata per tradizione su uno spiedo fatto di legno di Melograno. Il frutto del Melograno era l’unico ammesso nel Sancta Sanctorum, ove piccole melagrane ricamate ornavano i paramenti indossati dal Sommo Sacerdote quando vi compiva l’ingresso annuale. Essendo il settimo giorno sacro a Jahvèh, ed essendo associato a Bran, Saturno o Ninib[1] (il Demiurgo), tutto porta a pensare che “l’Albero del Settimo Giorno” fosse il Melograno.

SoleGinestra
LunaSalice
MercurioMandorlo
VenereMelo Cotogno
MarteQuercia Spinosa
GioveTerebinto
SaturnoMelograno

Tra gli altri “Alberi Sacri” vi era pure il Biancospino, il Sant in ebraico o Acacia Selvatica, la varietà con fiori dorati e spine aguzze meglio nota ai lettori della Bibbia di re Giacomo col nome di “Legno di Shittim“, ossia di Cipro. Di questo legno impermeabile erano fatte le “Arche” dell’eroe solare Osiride e dei suoi equivalenti, l’ebreo Noè e l’armeno Xisuthros, come pure l’Arca dell’Alleanza, le cui misure la dichiarano sacra al Sole. Si tratta inoltre di un Albero che ospita il Loranto, il “Roveto Ardente” oracolare di Jahvèh, la fonte della Manna. Curiosa la storia narrata da Lucano, circa il “Bosco Sacro” di Marsiglia fatto abbattere da Giulio Cesare perché intralciava le opere di fortificazione della città. Marsiglia era una città greca, centro di culto pitagorico, e Cesare dovette colpire di persona una delle Querce per convincere gli altri a compiere questo atto di profanazione. Secondo Lucano il bosco conteneva Lecci, Querce di Dodona e Ontani. Lucano però menziona solo il Cipresso, che i Massiliensi avevano portato dal loro paese di origine, la Focide, dove era sacro ad Artemide. Il Cipresso sembrerebbe così un intruso nel “Bosco“, ma altrove in Grecia, particolarmente a Corinto e a Messene, era sacro ad Artemide Cranae o Carnasia, facendone un sostituto del Biancospino laddove non sia presente, sempre sacro a Carnea, facendone un Albero Domenicale, che segue l’Ontano del sabato, simboleggiante la Resurrezione dei misteri orfici, la fuga dell’Eroe Solare dall’isola circondata di Ontani di Calipso, inglobato poi nel culto dell’Eracle Celeste. Il Cipresso è tuttora il principale simbolo di “Resurrezione nei Camposanti” di tutto il Mediterraneo. Esiste una precisa corrispondenza tra questo “canone” e quello dei “Sette Giorni della Creazione” (Genesi, I):

SoleLuce
LunaDivisione delle Acque
MercurioCorpi Celesti e Stagioni
VenereCreature Terrestri, Uomo e Donna
MarteTerraferma, Pascoli e Alberi
GioveCreature Marine e Uccelli
SaturnoRiposo

Il Sole, ovviamente, governa la Luce, la Luna e le Acque, Marte i pascoli e gli alberi e Mercurio è il Dio dell’Astronomia (o la Conoscenza). L’Uomo e la Donna (Cosmici), e quindi il loro accoppiamento, sono legati a Venere, mentre la dolce indolenza di Saturno, rievoca quell’Età dell’Oro, ove secondo i poeti classici gli uomini si cibavano di miele e di ghiande in un “Paradiso Terrestre“, senza darsi la pena di coltivare il suolo o di cacciare, giacché la Terra offriva spontaneamente frutti in abbondanza. La profezia apocalittica ebraica (interpretata alla lettera da Gesù) del “Regno dei Cieli” di Jahvèh, si riferiva alla restaurazione di questa medesima “Età dell’Oro“, se solo l’Uomo avesse smesso di pensare unicamente alle guerre e al lavoro, giacché il settimo giorno pretendeva il riposo. Questo “Paradiso Terrestre“, inoltre, variò anche la sua collocazione geografica: i Babilonesi lo ponevano nel delta dell’Eufrate, i Greci a Creta, gli Ebrei presso Ebron, nella Giudea meridionale, etc. Quando Jahvèh si annunciò a Mosè gli disse “sono colui che sono” o “sono ciò che scelgo di essere“, lo fece attraverso l’Albero di Acacia. Se lo avesse fatto col Terebinto come lo “Jahvèh più antico” o aveva fatto a Ebron, avrebbe rivendicato la propria identità di Bel o Marduk, il Giove Aramico o l’Apollo Peonio, ma con l’Acacia divenne così il primo, il primo giorno della Settimana, rivelandosi il Dio della Menorah, la “Divinità Celeste Trascendentale” e che di lì a poco avrebbe persino dichiarato: “Non avrai altro Dio all’infuori di me… perché io, il Signore Dio tuo, sono un Dio geloso.” L’Acacia è infatti una pianta spinosa, gelosa, auto-sufficiente, la quale richiede poca acqua e, come il Frassino di Odino, strangola con le sue radici ogni altro Albero che le cresce accanto.

L’annuale fiera di Ebron aveva luogo nel mese di Uath, dedicato all’Acacia, un mese così sacro che in esso venivano banditi ogni convegno sessuale o ornamento personale, oltretutto era il mese della purificazione annuale dei templi pure in Grecia, in Italia e nel vicino Oriente. Ma non è tutto. La tradizione più antica preservata dallo Zohar, dichiara “questi Lumi, come i Sette Pianeti, ricevono Luce dal Sole“, ossia una sorta di culto solare pre-esilico, ove la Menorah rappresentava ed era posta nel “Santo dei Santi” e rivolta a ovest-sud-ovest, verso On-Eliopoli, dimora originale del “Dio del Sole” di cui Mosè era stato sacerdote egizio. Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche, v, 5), scrisse delle tre meraviglie del “Santo dei Santi“, ossia la tavola del pane dell’offerta e l’altare dell’incenso: “Ora, le Sette Lampade significavano i Sette Pianeti, perché altrettante ne spuntavano dal tronco del Candelabro; i Dodici piani sulla tavola significano il Cerchio dello Zodiaco e l’anno; e l’altare dell’incenso, con i suoi Tredici tipi di spezie odorose di cui il mare lo alimentava, significava che Dio è il Signore di tutte le cose, tanto nelle parti abitabili quanto in quelle inabitabili della Terra, e esse tutte devono essere dedicate al suo uso.” Queste “Tredici (anziché quattro) Spezie” dovevano appartenere a una tradizione segreta più antica, non menzionata nella Legge e coeva alle istruzione di Numeri, XXIX, 13, per il sacrificio di “Tredici Torelli” il primo giorno della “Festa delle Capanne“. (Per maggiore accuratezza, il numero complessivo di torelli da sacrificare a partire dall’inaugurazione del critico settimo mese, alla fine dei Sette giorni della Festa, era ancora una volta il sacro numero 72. Il sacrificio di un solo toro l’ottavo giorno era un’altra questione).

Giuseppe Flavio allude così a un legame tra il numero 13 e Rahab, la profetica Dèa del Mare, guardiana dello Sheol, “le parti inabitabili del Mondo” poste sotto l’Equatore (o sotto le Costellazioni Zodiacali, per l’appunto 13), all’epoca sconosciute e su cui, tuttavia, Dio rivendicava la propria sovranità. Sul pettorale d’oro indossato dal Sommo Sacerdote e detto in greco “logion“, “piccolo giudicatore“, erano incastonate quattro file di gemme (Esodo, XXVIII, 15), in una sequenza che sembrerebbe corrispondere alla sequenza arborea di Ezechiele. Il pettorale era stato fabbricato da artigiani egiziani e il re di Tiro ne indossava uno simile in onore dell’Eracle-Melkarth (Ezechiele, XXVIII, 13). Le gemme fornivano responsi oracolari illuminandosi nelle tenebre del “Santo dei Santi“, oggetti probabilmente concavi e a cui dietro di essi si trovava un tamburo ruotante con una piccola striscia di fosforo: facendo ruotare il tamburo, la striscia di fosforo veniva a porsi dietro alle varie lettere dell’Oracolo e le illuminava. La descrizione del pettorale dell’Esodo menzionava “Dodici Pietre Preziose” le quali recavano incise i nomi delle “Dodici Tribù d’Israele“, incastonate su di una placca d’oro lunga e larga una spanna. Ma in altri passi della Bibbia (ad esempio in Isaia, LIV, 12), si menzionava una “Tredicesima Pietra“, messa in evidenza tale da giustificarne l’accostamento alla serie originaria.

Si tratta del Kadkod, termine che nella Bibbia di re Giacomo traduce erroneamente in “Agata“, seppur probabilmente fosse il Carbonchio, il quale lo possiamo assegnare alla Tribù di Gad, scomparsa agli albori della storia di Israele. All’epoca di Giuseppe Flavio il pettorale esisteva ancora, anche se non si illuminava più, e probabilmente conteneva tutte le pietre originarie tranne il Kadkod. Sappiamo l’Ametista (‘achlamah) è la pietra del vino (il suo nome in greco significa “incantesimo contro l’ubriachezza“). Analogamente il Serpentino giallo, tarsish, appartiene all’Edera dalle bacche gialle. L’Agata striata di rosso, sebo, appartiene al mese prima della vendemmia, quando i grappoli sono ancora rossi. La Corniola bianca, yahalem, e il Quarzo giallo, lesem, possono appartenere ai mesi del calore accecante. Il sanguigno Carbonchio, Kadkod, al mese della razzia o dell’incursione, e i Lapislazzuli, sappir, al primo mese dell’estate, giacché rappresenta il cielo turchino. Sappir è reso con “Zaffiro” nella Bibbia di re Giacomo ed Ezechiele lo dice colore del “Trono di Dio“. Il Diaspro verde pallido, yasfeh, e la Malachite verde scuro, soha, si accordano con i mesi delle piogge invernali in Palestina. Il Piropo o Granato rosso brillante, nofek, sarà da accostare al mese dell’Equinozio di Primavera. la Sarda edomita color ruggine, ‘odem, è la prima dell’anno in onore di Adamo, l’Uomo Rosso (Edom, Adam e Odem, sono tutte varianti della stessa parola che significa “Rosso Ruggine“). Le ultime due pietre corrispondono al mese del nappo d’oro di Eracle, e al mese del suo viaggio in mare: pitdah, il Crisolito color giallo chiaro, e baraqeth, il Berillo verde (beryllos che in greco significa “gemma del mare“).


[1] Ninib, il Saturno assiro, era il Dio del Sud, il Sole del meridiano come pure del cuore invernale, quando il Sole raggiunge la sua posizione più a sud e si ferma per un giorno. In entrambe queste sue capacità era il Dio del Riposo, perché nei climi caldi il mezzogiorno è il momento della siesta. Che Jahvèh fosse identificato con Saturno-Ninib a Bethel prima della cattività di Israele è provato da Amos v, 26, dove si dice l’immagine e la stella di “Siccut-Chiin” sono state portate al santuario; lo stesso si faceva a Gerusalemme prima della cattività di Giuda, provato dalla visione di Ezechiele, VIII, 3-5, dove la sua immagine o “idolo della gelosia“, era stata eretta alla porta settentrionale del Tempio, affinché gli oranti si volgessero verso sud per adorarlo; mentre li vicino (versetto 14) c’erano donne che piangevano Adone.