“Gli Archetipi Planetari e Divini” [1]

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«Ti avverto, chiunque tu sia.
O tu che desideri sondare gli arcani della Natura,
se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi
non potrai trovarlo nemmeno fuori.
Se ignori le meraviglie della tua casa,
come pretendi di trovare altre meraviglie?
In te si trova occulto il Tesoro degli Dèi.
O Uomo, conosci te stesso
e conoscerai l’Universo e gli Dèi.»
(Iscrizione all’ingresso dell’Oracolo di Apollo, a Delfi)

Non occorre fare altro che uscire la notte, in un determinato giorno di ogni mese dell’anno, per renderci conto, specie in una notte limpida, di essere circondati dal mistero, dall’ignoto, ma soprattutto da quei Miti i quali sin dall’antichità hanno letteralmente “costellato” le nostre storie. L’immensità del Cielo sembra travalicare il limite del conosciuto, soprattutto quando arriviamo a comprendere come la maggior parte delle Stelle che vediamo brillare, si trova a distanze inconcepibili, tanto da doverle misurare con dei nuovi metri di misura: “l’Anno Luce“. Infatti, viaggiando alla velocità della luce di ben 300.000 km/s, impiegheremmo comunque migliaia di anni, e più, per poter raggiungere le più vicine, e di Stelle, oltretutto, solamente all’interno della nostra Galassia ce ne sono centinaia di miliardi, come centinaia di miliardi sono pure le Galassie che formano l’intero Universo. Un Cosmo in perenne, incessante e continuo movimento, nonostante dal nostro punto di osservazione abbiamo la falsa sensazione di immobilità, in quanto le enormi distanze che intercorrono tra la Terra, i Pianeti del nostro Sistema Solare, le altre Stelle, le Galassie nel loro insieme, hanno dei cicli ben diverso dai nostri, così piccoli e limitati alla dimensione terrestre, dilatati perciò nel Tempo e nello Spazio.

Anticamente, come sappiamo, la parola Astrologia aveva un significato diverso da quello attuale. Originatasi dal greco ástron, “stella” e lógos, “discorso, studio”, essa significava “Discorso sulle Stelle”, in quanto metteva in pratica tutta una serie di osservazioni, studi, interpretazioni, formulazioni teoriche, etc., riguardanti non solo i Corpi Celesti presenti nel nostro Sistema Solare, ma persino dell’Universo nel suo insieme e per ciò che poteva essere osservato e conosciuto ad occhio nudo dagli uomini antichi. Sappiamo come tutti i popoli primitivi fossero dediti all’osservazione del Cielo notturno e che nel corso delle lunghe epoche, tale osservazione, lenta e costante, li portò a tracciare nella volta dei punti fissi, dei nomi, degli eventi, etc., da cui trarre informazioni e potersi orientare nella vita quotidiana, lungo l’intero anno solare di 365 giorni. Sia che si guardino i Monoliti di Stonehenge (i quali rispecchiano il Sistema Solare), o le Piramidi Egizie, Maya, Azteche e Asiatiche, così altri templi o siti archeologici sparsi nel Mondo, sappiamo come i nostri progenitori fossero a conoscenza, e in maniera sorprendente, del “Movimento Celeste degli Astri e della sua complessa Meccanica“.

Parimenti all’osservazione della volta stellata, presso le antiche culture, le “Forze della Natura” finirono per essere la personificazione di numerosi Dèi e Dèe che abitavano la Terra e il Cielo, e alla cui volontà furono poi attribuite varie manifestazioni, caratteri, peculiarità, tra il terribile e il benigno, associati a eventi atmosferici (pioggia, vento, neve, uragani), geologici (terremoti, eruzioni vulcaniche), funzionali alla vita, l’agricoltura, il procedere cadenzato delle Stagioni, dei Cicli Lunari, delle inondazioni regolari del Nilo, o aspetti mondani come l’Amore, la Poesia, la Letteratura, la Filosofia, l’Arte e la Musica (non di rado considerate delle vere e proprie “scienze“). Tali Divinità furono da tempo immemore proiettate nel Cielo, diventando protagoniste di vicende tra l’umano e l’ultraterreno, storie le quali divennero leggenda, infine Miti, e cominciarono a popolare le buie notti dell’Umanità, originando tutta quella conoscenza misterica che ritrovava negli Astri, e la riproposizione continua e ciclica, un proprio senso esoterico-esistenziale. Fu così che nacquero tutti quei miti della Creazione sparsi in ogni continente del pianeta, in quanto non fecero altro che mettere in contatto l’Uomo del passato con la vastità dell’Universo come allora veniva percepito e concepito, spiegato in assenza di mezzi e conoscenze scientifiche avanzate, rispetto a quelle di cui disponiamo oggi.

«Un essere umano è parte di un tutto che chiamiamo Universo: sperimenta se stesso, i pensieri e le sensazioni come qualcosa di separato dal resto, in quella che è una specie di illusione ottica della coscienza. Questa illusione è una sorta di prigione che ci limita…» (Albert Einstein)

Per spiegare i Fenomeni che avvengono nell’Universo, gli astrofisici, come sappiamo da molti dei nostri studi precedenti, hanno dovuto ammettere l’esistenza di una Energia e Materia Oscura (definite tali in quanto non espressione di un aspetto maligno del Cosmo ma per spiegare, piuttosto, qualcosa che ancora non conosciamo assolutamente). Eppure: «è sempre stato difficile trovare un terreno comune tra Scienza e Spiritualità. Almeno fino a dieci, quindici anni fa, quando la Scienza ha cominciato a scoprire che il Cosmo non è dominio di pezzettini di Materia inconscia che si spostano in uno Spazio passivo e vuoto… Ora ha cominciato a riconoscere che questo Sistema conserva e porta in sé non soltanto Energia, ma anche Informazioni… Un Cosmo impregnato di Coscienza e informazioni, interconnesso e in evoluzione integrale è un Cosmo nuovamente spiritualizzato». (Ervin László, Risacralizzare il Cosmo, Apogeo, 2006) L’Uomo antico, così come quello moderno, rimane affascinato dall’incomprensibile e sterminato Universo che si disvela davanti ai suoi occhi, e al tempo stesso ne rimane esterrefatto non appena inizia ad esplorare dentro sé stesso.

Si, perché l’interno del Corpo Umano è composto da ben 100.000.000.000.000 (centomila miliardi, 10 alla 14esima) di cellule, a loro volta composte da centinaia di miliardi di atomi e particelle subatomiche, rendendo l’idea di come un essere umano sia un Microcosmo inserito all’interno di un Macrocosmo, concetto sostenuto pure dagli antichi medici cinesi. G.L. Schroeder affermava: «Tutta la Materia è Energia e a un livello sottostante all’Energia c’è l’Informazione, una base totalmente immateriale per l’esistenza… Ogni Particella, ogni Corpo, ogni aspetto dell’esistenza è espressione dell’Informazione che attraverso il Cervello o la Mente interpretiamo come il Mondo Fisico». (L’Universo Sapiente, Il Saggiatore, 2002). Tutto, pertanto è relativo in questo Universo, persino la famosa equazione della “Relatività Generale” di Albert Einstein, E=mc2, la quale ci descrive la relazione esistente tra la parte visibile della realtà (la Materia) e quella invisibile (l’Energia), dato che secondo il grande scienziato, la quantità di Energia (E), presente in un Corpo corrisponde alla quantità di Materia (composta di elettroni, protoni, neutroni, etc.), moltiplicata per la Velocità della Luce al quadrato (la “c” è la celeritas, la Velocità della Luce pari a 300.000 km/s e che moltiplicata al quadrato da 90.000.000.000. La “Teoria della Relatività“, pertanto, rappresenta un buon metodo di indagine per comprendere come quella che definiamo “Materia” è solo una minima parte della realtà esistente, o in ogni caso, solo una “Forma di Energia più densa“: tutto, in sostanza, è “Energia“.

«L’aspetto solido della Materia è una conseguenza di un tipico “Effetto Quantistico” collegato al comportamento duale onda-particella della Materia, una caratteristica del Mondo Subatomico che non trova l’analogo nel Mondo Macroscopico. Ogni volta che una particella è confinata in un piccolo spazio, essa reagisce a questa limitazione agitandosi dentro, e tanto più piccola è la regione in cui è confinata, tanto più velocemente la particella vi si muove. Nell’atomo sono presenti due forze antagoniste. Da una parte, gli elettroni sono legati al nucleo da forze elettriche che cercano di trattenerli il più vicino possibile. Dall’altra, essi reagiscono a questa limitazione ruotando vorticosamente, e quanto più strettamente sono legati al nucleo, tanto più alta sarà la loro velocità; di fatto, il confinamento degli elettroni all’interno di un atomo porta a velocità enormi, di circa 900 km/s! Queste alte velocità fanno sì che l’atomo appaia come una sfera rigida, proprio come avviene per un’elica in rapida rotazione la quale appare simile a un disco. È molto difficile comprimere ulteriormente gli atomi e ciò dà alla Materia l’aspetto solido familiare». (Fritjof Capra, Il Tao della Fisica, Adelphi)

Da tale assunto possiamo quindi affermare, in modo un po’ approssimativo (non me ne vogliate), che per ogni parte di realtà visibile ne esistono altre 90 miliardi di parti invisibili. Per ogni parte fisica e tangibile del nostro Corpo, ne esistono altre 90 miliardi di parti intangibili, non-fisiche, probabilmente metafisiche e spirituali; 90 miliardi di parti di noi che non vediamo e non conosciamo. E in questo calcolo così enorme da andare oltre la nostra umana comprensione, le stesse sconfinate dimensioni dell’Universo solamente osservabili attorno a noi, ci rimandano a un mistero ancora più inquietante, quello dello “Spazio Interiore” e anch’esso altrettanto profondo. «Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso», esordisce Ermete Trismegisto nella sua, o a lui attribuita, “Tavola Smeraldina“. All’interno di ognuno di noi esistono gli stessi spazi sterminati osservati nel Cosmo. Sia nell’infinitamente piccolo o nel grande, ci perdiamo simili ai naufraghi in un oceano sconfinato, dove solo la nostra Consapevolezza è colei la quale ci muove verso una direzione, la “Via di Casa“, la nostra Anima, connessa all’Anima Universale (o Mundi). Per tale motivo comprendere come agiscono i Pianeti e le Stelle all’interno delle nostre vite, stabilisce una sorta di connessione e di profondo significato alla stessa vita, una sorta di “sincronicità“, data dalla posizione degli Astri in un preciso frangente temporale.

«È come se l’Anima umana fosse costituita di qualità provenienti dalle Stelle; sembra che le Stelle abbiano delle qualità che s’inseriscono bene nella nostra psicologia. Ciò accade in ragione del fatto che, originariamente, l’Astrologia era una proiezione sulle Stelle della psicologia umana inconscia. In ciò vi è una conoscenza stupefacente che consciamente non possediamo, del funzionamento inconscio che appare in primo luogo nelle Stelle più remote, le Stelle delle Costellazioni Zodiacali. Sembra che ciò che possediamo, come conoscenza più intima e segreta di noi stessi, sia scritto nei Cieli. Per conoscere il mio carattere più individuale e più vero devo frugare i Cieli, non riesco a vederlo direttamente in me stesso. […] Probabilmente, dunque, esiste qualche collegamento, nell’inconscio dell’Uomo, con – si potrebbe dire – l’Universo. Ci deve essere qualcosa nell’Uomo che è universale; in caso contrario egli non avrebbe potuto fare una proiezione simile, non potrebbe leggere se stesso nelle Costellazioni più remote. Non si può proiettare qualcosa che non si possiede; qualsiasi cosa si proietti in qualcun altro è dentro di sé, si trattasse pure del diavolo stesso. Il fatto che proiettiamo sulle Stelle significa quindi che possediamo qualcosa che appartiene anche alle Stelle. Facciamo veramente parte dell’Universo… Giacché si fa parte del Cosmo, qualsiasi cosa si faccia dovrebbe essere in armonia con le Leggi del Cosmo stesso.» (Carl Gustav Jung, Visioni, ciclo di seminari tenuto tra il 1930 e il 1934).

Jung era interessato a comprendere il legame inspiegabile esistente tra i “Fenomeni” che accadono simultaneamente ma non risultano collegati da un nesso causale. In tale ricerca coinvolse pure il fisico tedesco Wolfgang Pauli, dapprima suo paziente, nonché uno dei primi teorici della Fisica Quantistica. Nella Fisica Classica Occidentale, da Cartesio in poi, il “Principio di Causalità” è stato alla base del cosiddetto “Metodo Scientifico“, un assunto teorico fondamentale e pressoché indiscutibile: “uno stato di cose iniziale muta in un successivo stato secondo una (o più) cause identificabili, conoscibili, prevedibili e ripetibili, mediante il Metodo Sperimentale.” A tale principio, Jung e Pauli affiancarono l’approccio della sincronicità, postulando un nesso a-causale tra “Fenomeni” che accadono nello stesso momento ma in due spazi diversi; tale legame, seppur non chiaro, conoscibile o prevedibile, esiste, e nella loro ipotesi non poteva essere affrontato con strumenti scientifici. Coinvolto sin da bambino in una serie di accadimenti al limite del normale, come Fenomeni Paranormali, Sogni o Premonizioni, ben descritti in molti dei suoi libri, Jung sviluppò un’attenta osservazione delle cosiddette coincidenze, le sincronicità, le coincidenze non prive di significato ove il soggetto che le vive, passa attraverso tre fasi fondamentali:

  • la simultaneità di due o più accadimenti;
  • l’assenza di relazioni di causa tra di loro;
  • la percezione di nessi di senso tra i fenomeni coincidenti.

Gli studi di Jung sostenevano come nella realtà siano molto più interessanti i nessi di senso rispetto a quelli di causa. La “Fisica delle Particelle Subatomiche” e le recenti “Teorie sull’Entanglement Quantistico” (frutto anche del lavoro di Jung e Pauli), va ben oltre, sovvertendo delle “Leggi Fisiche” definite “Naturali“, percepibili dai sensi e comprensibili dalla ragione. Così il Fotone, a livello subatomico, si comporta talvolta simile a una particella o in altre onda, ed è singolare come in sanscrito, la stessa Astrologia Vedica abbia un termine ben specifico, Jyotish, ovvero “Scienza della Luce”. In questo connubio di intenti, Pauli portò avanti lo studio sull’aspetto più fisico e materiale della sincronicità, mentre Jung si soffermò sulle manifestazioni psichiche in cui essa è coinvolta, fu così che osservò come spesso, nei casi di sincronicità, non siano due eventi fisici a essere collegati tra loro, ma quanto psichici (interiore, mentale, emozionale), e un evento reale ed esterno. Il frutto di questa ventennale collaborazione fu pubblicato nel 1952 con il titolo di “L’Interpretazione della Natura e della Psiche“, ove oltre a definire le linee guida di tale pensiero, Jung fece chiari riferimenti verso l’Astrologia in quanto ambito sperimentale, ove risulta necessario conoscere a fondo la struttura psichica da attribuire ad un preciso impianto simbolico, archetipico, astrale, dove ogni elemento zodiacale, al fine di una più corretta e precisa interpretazione, possa integrarsi pure con la Mitologia, la Mitopsicologia e la Psicologia Archetipica.

Il termine Archetipo acquisisce in questo tratto del nostro cammino, un importante valore sistemico, anche grazie al lavoro di Jung. A differenza del mentore Sigmund Freud, il quale riteneva l’inconscio come un contenitore vuoto alla nascita e che man mano veniva riempito di materiale psichico, inaccettabile dalla Coscienza, per Jung, invece, la psiche individuale contiene già delle “Forme“, le quali fanno parte dell’Inconscio Collettivo, e permettono la trascendenza di sé stessi mediante la funzione simbolica e il processo di individuazione. Partendo dall’analisi dei sogni dei propri pazienti, Jung riscontrò quanto certe immagini, concetti e situazioni vissute in un sogno, apparentemente scollegate dall’esperienza personale, fossero in qualche modo innate nella Mente umana, derivante da un Inconscio Collettivo condiviso ed ereditato assieme al “Patrimonio Genetico“. Jung così scriveva al dottor L. Oswald: «L’Astrologia non è semplicemente una superstizione ma contiene certi dati di fatto psicologici (come anche la Teosofia) che non sono di poca importanza. L’Astrologia in verità non ha niente a che fare con gli Astri, ma è la psicologia millenaria (5000 anni) dell’Antichità e del Medioevo. Purtroppo in questa lettera non posso fornire prove o spiegazioni… Ma in tutti quei campi strani c’è qualcosa che vale la pena di conoscere e che oggigiorno il razionalismo velocemente ha messo da parte. Questo “qualcosa” è la psicologia proiettata…»

Per Jung l’Inconscio non è un luogo psichico come per Freud, bensì un’insieme di “complessi“, ovvero gruppi di rappresentazioni a tonalità affettiva molto elevata e che l’Io può controllare oppure no. All’Inconscio si accede mediante approcci metaforici, figure quali l’Anima (la parte femminile nel maschio, l’Animus (la parte maschile nella femmina), l’Ombra (la parte negativa della personalità e che il soggetto tende a nascondere), la Persona o la Maschera (in quanto l’Io assume nelle relazioni sociali fino a diventarne tutt’uno, identificandovisi). Jung riconosce pure altri Archetipi di ordine culturale, religioso, mitologico (la Grande Madre, il Vecchio Saggio, etc.), fino a considerare persino un Dio un Archetipo. Erich Neumann approfondì ulteriormente in chiave evolutiva il “Concetto di Archetipo“, confrontando la Natura e la Cultura, Ontogenesi (sviluppo biologico, fisiologico dell’individuo) e Filogenesi (evoluzione della specie). Come il Corpo è composto da organi fisici, pure la psiche è composta da organi psichici, gli Archetipi: modelli originari di essere, pensare, sentire, agire, ciascuno con caratteristiche e funzioni proprie, con specifiche qualità, difetti e personalità.

Gli Organi Fisici hanno ciascuno una determinata funzione biologica, essendo collegati gli uni con gli altri, non potendo esistere inoltre al di fuori dello stesso organismo (e l’organismo non potrebbe a sua volta funzionare senza ciascun organo), così pure gli Archetipi come gli Organi Psichici hanno ognuno una determinata funzione nello sviluppo e il funzionamento della Personalità e della Coscienza, essendo in collegamento tra loro in modo indispensabile. Similmente agli Organi del nostro Corpo essi agiscono e funzionano senza un controllo cosciente e ne diamo per scontata la funzionalità ed efficienza, così gli Archetipi si sviluppano e agiscono nell’Inconscio senza che ce ne accorgiamo, restandovi sempre attivi. Come si ammalino gli Organi Fisici, inoltre, possono ammalarsi gli Organi Psichici, in effetti è sufficiente che un Organo/Archetipo non funzioni bene perché tutto il Sistema ne risenta l’influenza. James Hillman, allievo di Jung, portò poi ad un’evoluzione ulteriore la “Teoria degli Archetipi“, delineando una vera e propria Psicologia Archetipica che si stacca dalla terapia stretta, collegandosi con le forme culturali e immaginative dell’Arte, la Poesia, la Letteratura, la Mitologia, etc. Gli Archetipi, pertanto, sono da considerare all’interno della loro manifestazione fenomenica, attraverso un percorso compiuto dentro la propria Anima.

Se di guarigione si può parlare, essa arriva attraverso il riconoscimento di quegli Archetipi che agiscono dentro di noi, manifestandosi nella nostra vita. La Psicologia Archetipica considera strettamente collegate la Mitologia e la Psicologia, infatti la Mitologia è una Psicologia dell’Antichità, mente la Psicologia è una “Nuova Mitologia” dell’epoca moderna. Gli Archetipi possono essere associati agli Dèi e alle Dèe della Mitologia, potenti forze dell’istinto che spingono a determinati comportamenti, esigendo espressione nella vita esteriore. I Pantheon delle varie “Divinità Archetipiche” di ogni cultura, rappresentano perciò il quadro di tutte le qualità e dei difetti umani, costruendo così la “Struttura” di base della “Psiche dell’Umanità” intera. La “Teoria di Jung” riguardo agli Archetipi trova così un nuovo valore e un interessante sviluppo, in virtù di un dialogo con Károly Kerényi, celebre filologo e studioso di religioni, il quale con il suo lavoro sulle “Divinità Greche” introdusse il “Concetto di Mitologema“, ovvero di un nucleo archetipico orbitante attorno le diverse religioni, costruite mediante racconti diversi, legati alle esperienze di quei popoli, ma con simili strutture di base.

Passo successivo fu lo studio dei due autori nell’interpretare i Miti in chiave Psicologica, ovvero con la Mitopsicologia. Da segnalare in questa direzione l’opera di Jans S. Bolen, psicologa junghiana, che in alcuni suoi studi ha estrapolato da alcune divinità greche sia gli Archetipi Maschili e Femminili. Mito e Archetipo trovarono ulteriori chiavi interpretative grazie al lavoro di Joseph Campbell, sempre di formazione junghiana, perciò in linea con il “Concetto di Archetipo“: Campbell è considerato ancora oggi il più grande studioso di Mitologia Comparata, ed egli individuò col suo lavoro una struttura comune nei Miti (il Monomito) in cui vi riconobbe un percorso evolutivo della psiche umana in quella che lui definì “Il Viaggio dell’Eroe“. Di umili origini e senza grandi aspettative sulla sua vita, l’Eroe parte all’improvviso per una missione in cui si completa la crescita e trasformazione, pure mediante riti di passaggio, incentivati dall’incontro con un mentore, superando diverse sfide, innamorandosi di una fanciulla pura e incontaminata, spesso da salvare, e da cui torna vincitore e consapevole del suo vero potere e identità. A grandi linee, passa quasi sempre da questi stadi:

  • nascita misteriosa;
  • relazione complicata col padre (orfano, padre cattivo, ecc.);
  • ritiro dalla società, apprendimento di una lezione (molte volte aiutato da una guida soprannaturale);
  • ritorno alla società e riproposizione dei suoi apprendimenti, molte volte grazie ad un’arma che solo lui/lei può usare.

Ad esempio, George Lucas è stato il primo regista di Hollywood a subire l’influenza di Campbell. Lucas dichiarò, dopo l’uscita del primo film “Guerre Stellari” (Star Wars) nel 1977, che la sua storia era stata ispirata, in parte, da idee descritte nelle opere di Campbell. I Miti e gli Archetipi rappresentano chiavi di importanza fondamentale per addentrarsi nel mistero più insondato, ovvero “chi siamo, come siamo e funziona la nostra vita“. Perché, similmente a quanto sosteneva Carol S. Pearson, ciascun Pianeta, Segno e Casa, trovano una precisa corrispondenza con uno o più Archetipi esistenti, i quali ci dicono come questi modelli o Energie Universali“, si configurano perfettamente all’interno delle nostre esistenze.