“Venere, la Dèa della Bellezza”

A una distanza media di 0,72 UA dal Sole incontriamo Venere, il secondo pianeta del Sistema Solare, la cui orbita, quasi pressoché circolare (che lo porta a compiere una rivoluzione in 224,7 giorni) è la più vicina a quella terrestre. Sovente visibile spesso al tramonto e all’alba, appare sempre molto luminoso e con un piccolo telescopio è possibile persino ammirarne le fasi, come similmente avviene per la Luna. Prende il nome dalla “Dèa romana dell’Amore e della Bellezza” e il suo simbolo astronomico è la rappresentazione stilizzata della mano di Venere, la quale sorregge uno specchio (Venus symbol.svg; Unicode: ♀). Più o meno presenta le stesse dimensioni della Terra ed è assai probabile che in un tempo passato fossero uguali, nonostante lo sviluppo sia stato completamente diverso per entrambi. Attualmente le condizioni atmosferiche su Venere sono pressoché infernali, con una temperatura superficiale di 460°C, tanto da far apparire le rocce luminescenti, essendo il clima dominato da un potentissimo effetto serra, ove la grande quantità di anidride carbonica trattiene il calore proveniente dal Sole. Non vi si trova acqua allo stato liquido, la pressione al suolo è di circa 92 atmosfere ed è avvolto da uno spesso strato di nubi altamente riflettenti, composte principalmente di acido solforico, che ne impediscono la visione nello spettro visibile della superficie dallo Spazio. Presenta un’intensa attività vulcanica nonostante abbia un campo magnetico più debole di quello terrestre e non è dotato di satelliti o anelli. Con una magnitudine massima di -4,6 risulta essere l’oggetto naturale più luminoso nel Cielo notturno dopo la Luna, per questo motivo è sempre stato oggetto di particolari attenzioni sin dall’antichità.

Visibile soltanto poco dopo il tramonto o poco prima dell’alba, per tale caratteristica veniva chiamato, sia dagli antichi greci e romani, “Stella della Sera” e “Stella del Mattino“, nonostante la scoperta che si trattasse dello stesso oggetto fu poi introdotta in occidente da Pitagora, sebbene tale conoscenza si ritiene sia stata acquisita dagli astronomi mesopotamici; infatti nella “Tavoletta di Venere di Ammi-Saduqa” sono riportate osservazioni risalenti al 1550 a.C. o antecedenti, in cui non si fa distinzione fra l’astro del mattino e quello della sera. Trattandosi di un pianeta interno, ovvero con un’orbita più vicina al Sole (rispetto a quella della Terra), può essere osservato per poche ore e nelle vicinanze della nostra Stella: durante il giorno la luminosità solare lo rende di difficile visibilità, risultando essere estremamente brillante dopo il tramonto all’orizzonte. A parte il Sole, la Luna e con difficoltà Giove, Venere è l’unico Corpo Celeste visibile a occhio nudo anche di giorno, sia pure a condizione che la sua elongazione dal Sole non sia troppo piccola e che il Cielo sia abbastanza terso. Altra caratteristica di non poco conto è data dal percorso effettuato da Venere e osservato dalla Terra, ove acquisisce una forma molto particolare dovuta alla sua risonanza orbitale. Tale risonanza descrive una figura simile a un Pentagramma che si ripete ogni 8 anni, ovvero 13 orbite complete di Venere: il rapporto 8/13 è approssimativamente 0,6154 mentre il periodo di rivoluzione del pianeta è 0,6152 anni, da qui la risonanza. Questa leggera differenza fa sì che dopo 8 anni il Pentagramma successivo sia ruotato rispetto al precedente di 2,55°.

La sua orbita è quasi circolare e con una distanza media dal Sole di 108 milioni di chilometri. Con una velocità orbitale di 35 km/s, impiega 224,7 giorni a compiere una rivoluzione attorno al Sole, mentre il periodo sinodico, l’intervallo di tempo per ritornare nella stessa posizione nel cielo terrestre, rispetto al Sole, è di 584 giorni. La sua rotazione è assai lenta, con il giorno sidereo venusiano che dura ben 243 giorni terrestri, superiore addirittura al periodo di rivoluzione attorno al Sole, infatti la velocità di rotazione all’equatore risulta di appena 6,5 km/h. Tale squilibrio è stato giustificato da alcune ipotesi, tra cui quella di un grandissimo impatto con un asteroide che ne ha alterato l’orbita. Inoltre, all’inizio del 2012, analizzando i dati della sonda Venus Express, si è scoperto come la sua rotazione stia ulteriormente rallentando. Venere è inoltre il pianeta che più si avvicina alla Terra e in occasione delle congiunzioni inferiori, la distanza media tra i due corpi è di circa 41 milioni di chilometri; al Perielio, essendo la sua orbita circolare, in periodi di massima eccentricità orbitale terrestre, la distanza minima di Venere dalla Terra arriva anche a 38,2 milioni di chilometri. A causa della rotazione retrograda, il moto apparente del Sole dalla superficie del pianeta è opposto a quello qui osservato, quindi chi si trovasse su Venere vedrebbe l’alba ad ovest e il tramonto a est. Inoltre, nonostante il pianeta impieghi 225 giorni terrestri per compiere una rivoluzione attorno al Sole, tra un’alba e l’altra (giorno solare) trascorrono soltanto 117 giorni terrestri, perché mentre ruota su se stesso in senso retrogrado, si sposta persino lungo la propria orbita compiendo il modo di rivoluzione in senso opposto a quello di rotazione; sostanzialmente lo stesso punto della superficie si viene a trovare nella stessa posizione rispetto al Sole ogni 177 giorni terrestri.

Venere fa parte dei quattro pianeti rocciosi del Sistema Solare interno, questa caratteristica lo rende assai simile al nostro pianeta pure per dimensioni e massa, tanto che viene spesso definito come il suo “gemello“. Il suo diametro è inferiore rispetto a quello terrestre di soli 650 km e la sua massa risulta l’81,5%. La forma di Venere è sferica, specie a causa del lento moto di rotazione, non presentando il tipico rigonfiamento equatoriale. Si stima abbia attraversato di recente una fase geologicamente attiva, tanto che la sua superficie, relativamente giovane, viene rinnovata completamente ogni 500 milioni di anni da imponenti e planetari flussi di lava. Nonostante le molte somiglianze, le condizioni sulla superficie venusiana sono totalmente differenti rispetto alle nostre, specie a causa della spessa atmosfera di anidride carbonica, la più densa tra quelle di tutti i pianeti qui conosciuti. L’atmosfera di Venere risulta costituita per il 96,5% di anidride carbonica, mentre il restante 3,5% lo è di azoto. La massiccia presenza di anidride carbonica è dovuta al fatto che non possiede un ciclo del carbonio tale da incorporare nuovamente questo elemento nelle rocce e nelle strutture di superficie; inoltre non esistono organismi capaci di assorbire biomassa. E’ proprio l’anidride carbonica a generare il fortissimo effetto serra il quale mantiene il pianeta caldo. Tali condizioni sono maggiormente acuite anche dall’opaco strato di nuvole di acido solforico, altamente riflettenti, che insieme alle nubi dello strato inferiore impediscono la visione della superficie dallo Spazio. Questa totale impenetrabilità ha creato nel corso dei secoli un alone di mistero riguardo al pianeta e dato origini a moltissime discussioni, perdurate sino a quando i suoi segreti sono stati rivelati dalla planetologia del ventesimo secolo.

[La nascita di Venere” di William-Adolphe Bouguereau. 1879]

In cinese il pianeta è chiamato Jīn-xīng (東ラ), il “Pianeta Dorato dell’Elemento Metallico“. “Kejora” è il nome in indonesiano e malese, mentre le moderne culture cinese, giapponese e coreana si riferiscono al pianeta letteralmente come alla “Stella di Metallo” (in giapponese: “Terra dei Metalli“, basata sui “Cinque Elementi“. Anche nel folklore vietnamita, il pianeta era considerato avente due Corpi separati: la “Stella del Mattino” (sao Mai) e la “Stella della Sera” (sao Hôm). A causa della posizione di questi Corpi apparentemente distinti nel Cielo, nella poesia popolare venivano metaforicamente associati ad una separazione, specialmente quella tra amanti. Quando era nella direzione opposta della Luna, il pianeta era noto col nome di sao Vượt (la “Stella rampicante / di passaggio“, anche scritto come sao Vược, o a causa di diverse interpretazioni col nome di Quốc ngữ, da un personaggio Nôm). In India Shukra Graha (il “Pianeta Shukra“) prende il nome da un potente santo omonimo. Shukra, usato pure nell’Astrologia Vedica, significa “chiaro, puro” o “luminosità, chiarezza” in sanscrito. Uno dei “Nove Navagraha” è ritenuto influenzare la ricchezza, il piacere e la riproduzione, era inoltre figlio di Bhrgu, precettore dei Daityas e guru degli Asura. La parola Shukra è anche associata allo sperma, o alla generazione. Nella mitologia iraniana, specialmente in quella persiana, il pianeta di solito era associato alla dea Anahita. In alcune parti della letteratura Pahlavi, le divinità Aredvi Sura e Anahita venivano considerate “Entità separate, la prima personificazione del mitico fiume e la seconda in quanto “Dèa della Fertilità“, associata ovviamente a Venere. Come la dea Aredvi Sura Anahita, semplicemente chiamata Anahita, entrambe le divinità furono unificate in altre descrizioni, ad esempio nel Grande Bundahishn, venendo rappresentate dallo stesso pianeta, e nel testo avestico Mehr Yasht (Yasht 10) c’è addirittura un possibile collegamento con Mithra, seppur iniziale. Ad oggi il pianeta è chiamato Nahid, derivante da Anahita, e dal Pahlavi Anahid. Nelle tradizioni islamiche la “Stella del Mattino” è chiamata Zohra o Zohrah e comunemente viene associata a una “bella donna“. Secondo il mito, di cui un’eco si trova in un’opera teatrale del poeta inglese del XVII secolo William Percy, due angeli, Harut e Marut, discesero sulla Terra e furono sedotti dalla bellezza di Zohra nel commettere omicidi, adulterio e bere vino. Nel loro stato di ubriachezza, Zohra si fece dire da questi angeli le parole segrete per salire in Cielo, e quando le pronunciò si elevò al “Primo Cielo“, restando però lì imprigionata (cioè trasformata nel pianeta Venere).

Il pianeta Venere fu osservato da tutte le culture antiche a partire dai Sumeri che lo associarono alla dèa Inanna, conosciuta pure col nome di Ištar, in onore della “Dèa dell’Amore, dell’Erotismo e della Guerra“, specie dai successivi accadici e babilonesi. Nel periodo babilonese antico, era conosciuto anche col nome di Ninsi’anna, più tardi come Dilbat. Ninsi’anna significa “signora divina, illuminazione del cielo“, riferendosi a Venere in quanto “Stella” visibile più luminosa. Le prime ortografie del nome erano scritte con il segno cuneiforme si4 (= SU, che significa “essere rosso“), e il significato originale potrebbe essere stato “divina signora del rossore del cielo“, in riferimento al colore del cielo mattutino e serale. Venere è descritta in testi cuneiformi babilonesi, tra cui la “Tavoletta di Venere di Ammisaduqa“, la quale racconta osservazioni risalenti probabilmente al 1600 a.C. La “Tavoletta di Venere di Ammisaduqa” mostra quanto i babilonesi avessero già compreso la natura della “Stella del Mattino e della Sera“, ovvero la sua peculiarità di singolo oggetto, indicato nella tavoletta in veste di “regina luminosa del cielo” o la “luminosa regina del cielo“, supportando questa visione con osservazioni dettagliate. Nella terra di Canaan la “Stella del Mattino” era vista come la personificazione del dio Attar, variante maschile del nome della dea babilonese Ištar. Attar, nel mito, si racconta tentò di occupare il trono di Ba’al e, scoprendo di non essere capace di farlo, discese e governò poi gli Inferi. Nel mito originale si pensa che un dio minore, Helel, tentò di detronizzare il dio cananeo più importante, El, il quale si riteneva dimorare su una montagna a nord. Una variante del mito, ci racconta del guerriero Hêlal, la cui ambizione era quella di salire più in alto di tutte le altre “Divinità Stellari“, dovendo prima scendere nelle profondità. Infatti sono eloquenti le somiglianze con la storia della discesa di Inanna negli Inferi.

Nel Libro di Isaia, nel capitolo 14, il re di Babilonia venne condannato usando immagini derivate dal mito cananeo, e fu chiamato Helel ben Shachar, in ebraico “splendente, figlio del mattino“. La parola ebraica traslitterata in Hêlêl o Heylel, si trova solo una volta nella Bibbia ebraica, mentre nella Septuaginta si trova in greco come Ἑωσφόρος, “portatore dell’alba“, l’antico nome greco sempre per la “Stella del Mattino“. Secondo la Concordanza di Strong basata sulla Bibbia di Re Giacomo, la parola ebraica originale significa “splendente, portatore di luce“, e la traduzione data nel testo di Re Giacomo è il nome latino del pianeta Venere, “Lucifero“. Tuttavia, la traduzione con il nome di “Lucifero” è stata abbandonata nelle traduzioni moderne in inglese di Isaia 14:12. In una traduzione moderna dall’ebraico originale, il passo in cui si trova il nome Helel ben Shahar, si legge: “Come sei caduto dal cielo, Stella del Mattino, figlio dell’alba! Siete stati gettati sulla Terra, voi che una volta avete messo a terra le nazioni! Hai detto nel tuo cuore: ‘Salirò al cielo; Alzerò il mio trono sopra le Stelle di Dio; Mi siederò in trono sul monte di assemblaggio, sulle altezze più slanciate del Monte Zaphon. Salirò sopra le cime delle nuvole; Mi farò come il Più Alto.’ Ma sei portato nel regno dei morti, nelle profondità della fossa. Coloro che ti vedono fissarti, meditano sul tuo destino: È questo l’uomo che ha scosso la Terra e fatto tremare i Regni, l’uomo che ha reso il Mondo un deserto, che ha superato le sue città e non avrebbe lasciato che i suoi prigionieri tornavano a casa?” Da questo passaggio deriva la successiva credenza che Lucifero fosse un “Angelo Caduto“, nonostante originariamente si riferisse all’ascesa e alla scomparsa della “Stella del Mattino“, allegoria per la caduta di un Re un tempo orgoglioso.

Gli antichi egizi credevano che Venere fosse diviso in due Corpi separati e conoscevano la “Stella del Mattino” col nome di Tioumoutiri e la “Stella della Sera” come Ouaiti. [In antico inglese, il pianeta era conosciuto con i termini di morgensteorra (Stella del Mattino) ed æfensteorra (Stella della Sera).] Gli antichi greci chiamavano la “Stella del Mattino” Φωσφόρος, Phosphoros, il “Portatore di Luce“, mentre un altro nome greco sempre per la “Stella del Mattino” era Heosphoros (greco Ἑωσφόρος Heōsphoros), dal significato di “Portatore dell’Alba“. Chiamavano invece la “Stella della Sera“, che era a lungo considerata un oggetto celeste separato, Hesperos (Ἓσπερος, la “Stella della Sera“). In tempi ellenistici, gli antichi greci li identificarono come un unico pianeta, nonostante l’uso tradizionale di due nomi per la sua comparsa al mattino e alla sera continuò pure nel periodo romano. Nella Mitologia Classica, Lucifero (il “Portatore di Luce” in latino), fu il nome attribuito al pianeta Venere in qualità di “Stella del Mattino“, mentre Vespero lo era per la “Stella della Sera“. Si narrava che Lucifero fosse il “leggendario figlio di Aurora e Cefalo, padre di Ceyx“, sovente in veste di annunciatore dell’imminente alba. I Romani consideravano Lucifero particolarmente sacro a Venere, Ovidio nelle sue epiche “Metamorfosi” lo descrisse come “l’Ordine dei Cieli“, sebbene il successivo nome scientifico del pianeta fu scelto in quello di Venere. Nel periodo romano classico, Lucifero non fu considerata una divinità rilevante, tant’é che il pianeta veniva associato ad altre divinità e spesso poeticamente personificato. Cicerone sosteneva: “Tu dici che il Sole e la Luna sono Divinità, e i Greci identificano il primo con Apollo e il secondo con Diana. Ma se Luna (la Luna) è una dea, allora anche Lucifero (la Stella del Mattino) e il resto delle Stelle Erranti (Stellae Errantes) dovranno essere contati Dèi; e se è così, allora anche le Stelle Fisse (Stellae Inerrantes).

Per i Maya, nelle Americhe, Venere era considerato il Corpo Celeste più importante, tanto che lo chiamavano con il nome di Chac ek, o Noh Ek‘, la “Grande Stella“; fu pure chiamato Xux Ek‘, la “Stella della Vespa“. I Maya monitorarono costantemente da vicino i movimenti di Venere, in quanto pensavano che le posizioni di Venere e degli altri pianeti influenzassero la vita sulla Terra, così i Maya e altre antiche culture mesoamericane programmarono guerre e altri eventi importanti basati sulle loro osservazioni. Nel “Codice di Dresda“, i Maya inserirono persino un Almanacco il quale mostrava l’intero “Ciclo di Venere“, in cinque serie di 584 giorni ciascuna (circa otto anni), dopo di che i modelli si ripetevano (Venere ha un periodo sinodale di 583,92 giorni), sviluppando, così, un calendario religioso basato in parte anche sui movimenti del pianeta. Per via del suo splendore in molte culture precolombiane, oltre ai Maya, Venere rappresentava due “Divinità Gemelle“, in cui venivano rispettivamente identificati Quetzalcoatl nella “Stella del Mattino” e Xolotl nella “Stella della Sera“, oltre ad essere l’astro più studiato nei suoi movimenti celesti. Per gli Inca rappresentava Chasca, “Dèa dell’Aurora” dai lunghi capelli ricci, considerata il paggio del Sole poiché non si discostava mai troppo da esso. Pure in altre culture sparse nel Mondo il pianeta è onnipresente, a cominciare dal popolo Masai il quale chiama ancora oggi il pianeta Kileken, oltre ad avere una tradizione orale al riguardo chiamata “The Orphan Boy“. Anche nelle molte culture aborigene australiane, come quella del popolo Yolngu nell’Australia settentrionale, ci sono varie ritualistiche, tra cui quella che vede dopo il tramonto il popolo riunirsi per attendere l’ascesa di Venere, chiamato Barnumbirr.

In questa danza cosmica, specie nelle prime ore antecedenti l’alba, essa disegna dietro di lei una corda di luce attaccata alla Terra, lungo questa corda con l’aiuto di un oggetto riccamente decorato, le persone sono in grado di comunicare con i loro defunti, dimostrando che li amano ancora nel ricordo. Barnumbirr, inoltre, è un importante “Creatore-Spirito” dei sogni. Venere gioca un ruolo di primo piano anche nella mitologia Pawnee, una tribù nativa nordamericana dove fino al 1838 si praticava un rituale legato alle “Stelle Mattutine“, nel quale una ragazza veniva sacrificata alla “Stella del Mattino“. Nel sistema metafisico della Teosofia, si ritiene che sul “Piano Eterico di Venere” sia esistita una Civiltà centinaia di milioni di anni prima della Terra, dal quale provengono alcune delle Divinità, attualmente impegnate a governarci. La scoperta moderna che Venere è in realtà un pianeta ricoperto da impenetrabili nuvole, diede agli scrittori di Fantascienza libero sfogo per speculare sulle sue condizioni superficiali. Le dimensioni simili alla Terra, la sua vicinanza al Sole, lo rendevano perfetto, caldo e abitabile dagli umani. Tali idee raggiunsero il culmine attorno gli anni ’30 e ’50, in un momento in cui la Scienza aveva rivelato altri aspetti del pianeta, con una dura realtà assai diversa, confermata poi dalle prime missioni spaziali che ne rivelarono un Mondo totalmente infernale. Un’altra teoria di Venere si trova spiegata persino nel libro “Mondi in Collisione” di Immanuel Velikovsky del 1950, dove in questo controverso testo sosteneva che molte storie alquanto incredibili dell’Antico Testamento, sarebbero in realtà dei veri e propri ricordi dei tempi in cui Venere venne espulsa da Giove come una cometa, scontrandosi quasi con la Terra. Per avvalorare la sua tesi citò svariate leggende di molte altre culture (tra cui quella greca, messicana, cinese, indiana, etc.), indicando gli effetti della quasi collisione con il nostro pianeta.

Venere, nell’Astrologia, indica la capacità affettiva, i sentimenti, la sensibilità, l’arte della diplomazia, la forza prorompente della sessualità, le inclinazioni a certe attività artistiche e creative, sovente legate al talento musicale individuale. Venere, pertanto, sembra indicare il modo di amare ma anche un certo gusto estetico delle persone, legato pure a una spiccata cura di sé stessi. Associata “all’Archetipo dell’Amore e della Vita“, Venere nel suo percorso tra la Terra e il Sole disegna una vera e propria “Stella a Cinque Punte“, perfettamente regolare (da qui la Stella legata ai vari culti di Lucifero), che i pitagorici, cultori della “Musica delle Sfere“, vedevano riflessa nelle forme vegetali della Natura; ogni segmento del Pentagramma risulta infatti suddiviso dagli altri in una “Sezione Aurea“, rinvenibile nei Numeri e nelle Geometrie delle piante. Venere (Venus in latino, Afrodite in greco, dal significato di “Schiuma del Mare“) è una tra le maggiori divinità del mondo antico occidentale, associata “all’Amore, la Bellezza, la Fertilità“, etc. Incerte sono le sue origini, alcuni sostengono scaturì dal seme di Urano, “Dio del Cielo“, quando i suoi genitali caddero in mare a séguito della castrazione subìta dal figlio Crono per rivendicare Gea, sua madre e sposa di Urano; un’ulteriore ipotesi è che essa sia nata da una conchiglia uscita dal mare. Sposatasi con Vulcano dietro ordine di Giove, ebbe varie relazioni extraconiugali, specie con Mercurio e soprattutto Marte, dai quali ebbe dei figli. Tra i popoli dell’antichità, venne associata con la dea Astarte in Siria, corrispondente della greca Afrodite e la latina Venere. Con il nome di Hesperia fu riconosciuta dai Greci, e tale termine finì per essere associato all’Italia meridionale, allora colonizzato, tant’è che secoli più tardi il “Pentacolo è diventato uno tra i più antichi simboli patri italiani, conosciuto come “Stella d’Italia“, raffigurato ancora oggi nell’immagine ufficiale della nostra Repubblica. Durante il periodo dello Stil Novo il pianeta fu chiamato “Stella Diana“, nome che non derivava dall’omonima “Dèa della Caccia” ma dal latino dies (giorno), in qualità di “Stella annunciatrice del nuovo giorno…”