“Shunga – l’Arte Erotica del Giappone”

Gli Shunga (春画) sono delle stampe erotiche giapponesi, sullo stile ukiyo-e. La parola significa letteralmente “Pittura della Primavera“, con un chiaro eufemismo rivolto all’atto sessuale, deriva inoltre dal termine cinese chungonghua (traslitterato in giapponese in shunkyūga), che significa “immagini del palazzo di primavera“, per rievocare la gioiosa vita del Kōtaishi, il principe ereditario. L’epoca maggiore di questo tipo di Arte viene situata nel Periodo Edo (江戸時代), tra il 1600 ed il 1868. Nonostante siano molto più famosi quelli giapponesi, la loro origine avvenne in Cina, dove si pensa siano state ispirate dalle illustrazioni dei manuali di medicina durante l’epoca Muromachi (室町時代, 1336-1573), e dai pittori erotici cinesi di quel periodo, che tendevano ad esagerare le dimensioni dei genitali, caratteristica propria degli Shunga. Benché già esistenti prima del Periodo Edo, furono inizialmente rari e riservati agli ambienti di corte e solo successivamente a quel periodo crebbero di quantità e qualità. Per contro, vi furono numerosi tentativi da parte dei governanti giapponesi di vietarne la diffusione, tra essi ricordiamo l’editto pubblicato sotto lo shogunato Tokugawa nel 1661, il quale vietava tra le altre cose i libri erotici noti come (好色本) Kōshokubon. Il più severo di questi editti resta quello datato 1722, ove si vietava la produzione di nuovi libri senza il consenso del commissario della città, cosa che costrinse l’edizione degli Shunga a essere prodotte in clandestinità, seppur non riuscì ad arrestarne lo sviluppo. È da annotare, inoltre, che gli incaricati nel controllare l’applicazione delle leggi e degli editti contro questa forma d’Arte, fossero piuttosto tolleranti ed inclini alla corruzione, come il sobayōnin dello shōgun Tokugawa Ieharu Tanuma Okitsugu. L’arte Shunga scomparve, infine, solo con l’apparizione della fotografia erotica, all’inizio del periodo Meiji (明治時代), tra il 1868 e 1912, seppur una sorta di revival lo si è avuto grazie agli Hentai (変態), ovvero degli Anime e dei Manga a carattere dichiaratamente pornografico.

I personaggi più frequentemente ritratti sono Geishe e prostitute dei quartieri di piacere delle più importanti città del Giappone. Le donne, con una fama che spesso travalicava i confini dei quartieri e delle città, avevano un forte potenziale erotico dovuto alla loro professione, nonostante fossero inaccessibili alla maggior parte della popolazione. Solo gli uomini molto ricchi e potenti potevano sperare di usufruire dei loro servizi, nel mentre le comuni donne vedevano in loro degli idoli affascinanti. Non di rado i personaggi raffigurati sono vestiti, dato che in Giappone la nudità non è considerata espressamente erotica, in quanto è abitudine del tutto usuale frequentare le terme e i bagni comuni, dove invece la nudità e la promiscuità sono la norma. Le ambientazioni sono realistiche, infatti troviamo dimore, bagni pubblici, postriboli o all’aperto, lo stesso vale anche per i personaggi nonostante i loro genitali fossero raffigurati di dimensioni notevoli. Non di rado gli Shunga contenevano persino scene di zooerastia, come ad esempio il sogno della moglie del pescatore di Hokusai, in cui la donna copula addirittura con un polpo. Questo genere artistico era apprezzato sia da uomini e donne, di tutte le classi sociali, si ritiene venissero regalati anche alle future spose, in modo da potersi istruire ai piaceri del sesso, oppure fossero utilizzate dalle prostitute per eccitare i propri clienti. Si sostiene che pure le mogli dei Daimyō ne usufruissero, in quanto venivano lasciate sole dai mariti per lungo tempo a causa dei loro obbligati soggiorni presso la dimora dello Shōgun, così come gli uomini che non potevano frequentare i quartieri di piacere delle grandi città. Queste opere erano tra l’altro considerate amuleti contro la sfortuna e le disgrazie, infatti i militari ne indossavano alcuni durante le battaglie perché si credeva potessero evitare di essere colpiti dal nemico.